martedì 30 agosto 2016

Brahma, Vishnu e Shiva - La Trimurti indù

 Siamo ormai giunti al cuore dell'estate. Te ne accorgi quando trovi meno traffico, quando riesci tutto d'un tratto a trovare miracolosamente un parcheggio in orari impensabili. Il momento più bello è proprio ora, da agosto inoltrato fino a fine mese, quando davvero le strade sono deserte e nei piccoli paesini come il mio, normalmente gremiti di gente, non trovi anima viva. E a quel punto riesci a sentire qualcosa che dalle mie parti sembra dimenticato: il silenzio.  
 Per me l'estate è anche il momento in cui ti fermi, in cui puoi ascoltare il silenzio, senza limitarti a sentirlo. E quando si ascolta il silenzio si riesce a capire molto di noi stessi e di ciò che ci circonda attraverso la meditazione.
 Quale cultura, meglio di quella indù, può accompagnare questi giorni? Perciò ho deciso di dedicare questo post alle tre maggiori divinità indù che compongono la Trimurti: Brahma, Vishnu e Shiva.

Brahma, Vishnu e Shiva

 Il concetto di "Trimurti"

 Innanzi tutto, occorre spiegare cosa si intende per Trimurti. Letteralmente la parola significa "dotato di tre aspetti" e si riferisce appunto ai tre aspetti diversi di un'unica divinità (chiamata deva nell'induismo). Nella religione induista il termine si riferisce dunque ai tre aspetti dell'Essere Supremo, che si manifesta in tre grandi divinità: Brahma, Vishnu e Shiva. Ognuna di loro incarna uno dei tre aspetti divini: Brahma è considerato il creatore, Vishnu il conservatore e Shiva il distruttore dell'intero universo. 
 Nonostante rappresentino concetti molto distanti tra loro, queste divinità costituiscono tre facce dello stesso e unico Dio Supremo, chiamato Ishvara o Saguna Brahman. Si tratta, dunque, di una sorta di trinità cristiana, con la differenza che nell'induismo la trimurti è allo stesso tempo trascendente il creato e immanente, poiché può prendere dimora dentro gli uomini. Un'altra grande differenza tra la trimurti indù e la trinità cristiana è che nell'induismo compare anche una trimurti femminile, composta dalle tre mogli di Brahma, Vishnu e Shiva: Sarasvati, Lakshmi e Parvati, che a loro volta si identificano con una sola divinità. Al contrario, nel cristianesimo l'aspetto femminile è interamente inglobato dalla figura di Dio, che sia Padre che Madre.

Lakshmi, Parvati e Sarasvati

 Brahma, il creatore

 Il nome di questa divinità deriva dal principio neutro universale brahman, che nei testi delle Upanishad designa l'anima universale, appunto di genere neutro, a cui fanno capo tutte le creature del cosmo, compreso Brahma.   

 Come già anticipato, Brahma è la divinità predisposta alla creazione dell'universo materiale e per questo è contraddistinto dall'epiteto Prajapati, ovvero "signore della procreazione". Nella cultura indù non si ha una sola creazione, perché l'universo attraversa ciclicamente una fase di latenza, di non manifestazione, dalla quale risorgerà in seguito con un'altra emanazione. Alla nascita del nuovo universo è sempre presente un Bhagavat, una divinità suprema e non generata, che pone nelle acque primordiali il suo sperma, per fecondarle. Dalle acque sorge quindi un uovo d'oro con all'interno il Bhagavat, che prende la forma del dio Brahma. Questi esce dal suo involucro aureo dopo cento anni, creando la volta celeste con la parte superiore dell'uovo e la terra con lo spazio inferiore. In seguito Brahma crea i deva (le divinità), gli astri, i pianeti, la terra, i monti, i mari e i fiumi e anche concetti astratti, come l'Ascesi, la Parola, il Desiderio, ecc.

 Tradizionalmente Brahma viene rappresentato come una divinità con cinque teste, delle quali una è tagliata da Shiva, oppure è raffigurato nel momento della nasciata da un fiore di loto che spunta dall'ombelico di Vishnu. La sua sposa è Sarasvati, dea dell'eloquenza, della sapienza e delle arti, che con le mogli di Vishnu e Shiva costituisce una delle personificazioni della Grande Dea.

 Attualmente Brahma non è oggetto di un culto indipendente, né possiede santuari a lui dedicati, poiché viene visto come la personificazione del concetto di creazione. Il culto induista vede come protagoniste le altre due divinità della trimurti, Vishnu e Shiva. 

Brahma

  Vishnu, il conservatore 

  Nella cultura induista Vishnu rappresenta lo stereotipo del deus otiosus, una divinità dormiente e passiva, distesa sull'oceano caotico e avente come giaciglio il serpente Sesha dalle mille teste. Egli si risveglia solo per salvare il mondo nel caso di una minaccia o per emettere dal suo ombelico il fiore di loto dal quale nascerà Brahma, che creerà un nuovo universo. 

 Dato il carattere passivo di questa divinità, gli induisti hanno provveduto a trovare delle figure alle quali è delegato il potere di Vishnu. Un primo esempio di delega sono i vyuha ("spiegamenti parziali"), una serie di tre personaggi che riproducono la triade cosmica di creatore, conservatore e distruttore all'interno del solo culto di Vishnu. Il secondo esempio di delega, più conosciuto rispetto al primo, è l'ideazione degli avatara di Vishnu. Il termine avatara significa letteralmente "discesa" e designa tutte le incarnazioni del dio, che scende così sulla terra sotto varie forme per combattere demoni o salvare il pianeta da minacce incombenti. Per ogni era del mondo si individuano una decina di avatara di Vishnu, ma altri testi sacri ne individuano molti di più. 

 Il concetto di avatara in seguito si è diffuso anche per altre divinità, come per esempio Shiva. In questo modo si è potuto deificare grandi personalità del passato, reali o leggendarie. Le prime incarnazioni di Vishnu sono sotto forma di animale (un pesce, una tartaruga, un cinghiale, un uomo-leone) mentre le altre corrispondono a eroi mitici (tra cui spiccano Rama, Krishna e Kalkin) e una addirittura corrisponde a Buddha. Probabilmente tale avatara è nato per favorire la sincretizzazione tra induismo e buddhismo. 

 Sicuramente nella cultura indù l'incarnazione di Vishnu che più ha avuto successo è quella di Krishna Egli fu storicamente un principe dei Yadawa che dopo la morte divenne oggetto di venerazione per la sua gente, che lo credeva un'incarnazione di Vasudeva, una divinità in seguito identificata con Vishnu. Ma la fama di Krishna è dovuta soprattutto all'ampia mitologia che lo circonda. Egli era una divinità delle origini che svolgeva la mansione di mandriano, il cui culto ben presto si estese ben oltre alle tribù di pastori suoi devoti. Alcune storie lo descrivono come un pastore adolescente abile seduttore di diverse pastorelle, mentre i racconti sulla sua età adulta lo ritraggono come un grande e valoroso guerriero. Anche la sua morte è oggetto di una leggenda, seppur meno gloriosa: in tarda età, Krishna venne colpito per sbaglio da una freccia di un cacciatore che lo aveva scambiato per una gazzella. Sfortunatamente l'arma si conficcò nel tallone, unico punto debole di Krishna. Egli morì, ma riprese le sue sembianze una volta salito in cielo.  

 Oltre ai suoi famosi avatara, Vishnu era noto sin dalle origini della religione induista, chiamata allora brahmanesimo. Uno dei testi più antichi di questa religione, il Rig-Veda, già cita Vishnu, sebbene come divinità minore aiutante del dio Indra in occasione di una guerra contro dei demoni capeggiati dal gigante Bali. È proprio con lui che Vishnu, sotto le sembianze di un nano, stringe un patto: lo spazio che copriranno tre dei suoi passi sarebbe stato riservato agli dèi, mentre il resto del mondo sarebbe stato sotto il dominio del gigante. Bali accetta l'offerta astuta di Vishnu che, con i suoi tre passi, riesce a varcare il cielo, la terra e gli inferi. Per questo, un attributo del dio è Trivikrama, "dai tre passi" e anche per questo motivo gli viene attribuita un'indole pervasiva nei confronti dello spazio cosmico e del mondo. 

 Nell'iconografia induista Vishnu viene rappresentato come un giovane dalla pelle bluastra con quattro braccia, che reggono ciascuna uno dei suoi quattro attributi fondamentali: il disco o ruota, la mazza, la conchiglia e il loto. Il primo attributo ha la duplice accezione di ruota solare, appartenente al carro celeste del sole e del disco, l'arma da lancio che veicola il significato di potere e protezione. La mazza richiama l'oggetto con cui Vishnu uccise il demone Gada e simboleggia il potere distruttore del tempo. Anche la conchiglia rappresenta un'arma, poiché il suono del soffio che passa al suo interno spaventa e costringe i demoni alla fuga. Infine, il fiore di loto è legato alla divinità solare, oltre all'atto della già citata creazione del mondo.  

 Come Brahma, anche Vishnu ha una sposa, che è la dea della bellezza e dell'abbondanza Lakshmi. In realtà Vishnu possiede più di una moglie a seconda delle versioni, anche se meno note rispetto a Lakshmi. La sua cavalcatura è l'aquila Garuda.  

Vishnu a cavallo del serpente Sesha

 Shiva, il distruttore 

 Inquadrare in maniera esaustiva una divinità come Shiva non è semplice, probabilmente perché questa figura ha progressivamente accorpato tratti di divinità diverse. Shiva ha difatti ereditato nel tempo caratteristiche proprie di dèi come il collerico Rudra, il dio del fuoco Agni e il grande Indra che erano divinità di primaria importanza all'epoca del brahmanesimo, ma anche di divinità secondarie. Questa unione di attributi tanto diversi ha generato lo Shiva induista, che si venera oggi, il quale è una delle divinità più ambivalenti in assoluto.

 In quanto membro della Trimurti, a lui è affidato il ruolo di distruttore, colui che periodicamente riassorbe il mondo, annulla la separazione tra il sé individuale e universale per permettere a Brahma di creare un nuovo universo. La distruzione impersonata da Shiva non è da intendere in senso negativo, come saremmo tentati di fare nella mentalità occidentale, ma come una naturale conclusione di un ciclo di vita-morte che, con la dissoluzione dell'ordine esistente, permette di ricrearne uno nuovo.

 Sempre in questo senso la scuola filosofica indù del Samkhya, che attribuisce alla materia tre tipi di manifestazione, detti guna (sattva, ovvero aggregante, rajas, equilibratrice e tamas, disgregante) associa a Shiva il controllo della tamas, la manifestazione disintegrante che include qualità come passività, inerzia, e ignoranza. Per questo Shiva può assumere due atteggiamenti contrapposti che corrispondono alle tendenze appena descritte: in quanto distruttore, nella sua forma attiva impersonifica il Tempo e la Morte, è il guerriero che lotta contro i demoni ma anche il dio vendicativo e violento; nella sua forma passiva invece appare come un essere immobile e addormentato,un nano bianco che, come Vishnu, delega il suo potere ad altre forze, dette shakti (letteralmente "energie") che agiscono sotto forma di donne.

 All'aspetto distruttore di Shiva fa da contraltare la sua indole benevola verso i suoi adepti. Il suo nome, che significa letteralmente "favorevole", insieme ad altri epiteti con cui è conosciuto il dio come Shankara ("dispensatore di felicità") e Shambu ("luogo di felicità") sono indice della natura benefica di questo deva. Shiva è una delle divinità più generose e altruiste del pantheon induista, è un amico sempre pronto a intervenire per aiutare i suoi fedeli e per soccorrere l'intera umanità. Anche se in Occidente questa faccia di Shiva è meno conosciuta, non è da considerare meno importante rispetto alle sue vesti di distruttore. Probabilmente questa è la ragione dell'enorme diffusione del culto di Shiva, che supporta i suoi devoti sia dal punto di vista fisico sia dal punto di vista spirituale.

 È da ricollegare all'indole benefica di Shiva anche il suo controllo della sfera sessuale e procreatrice. Nei santuari shivaiti sovente svetta il linga, un oggetto di forma fallica che ricorda la protezione del dio in ambito sessuale. Va detto che in origine il culto del linga era indipendente dalla figura di Shiva, solo in seguito è stata stabilita un'associazione tra i due. Per esempio, sono numerose le leggende che, ponendo Shiva in primo piano rispetto a Brahma e Vishnu, vogliono che sia proprio Shiva a creare le acque primordiali per poi fecondarle con il "Germe d'oro" (detto Hiranyagarbha) in cui viene racchiuso Brahma. 


 In contrasto con il patrocinio sulla sfera materiale e fisica della sessualità bisogna evidenziare anche il dominio di Shiva in campo spirituale.  Egli è infatti anche il perfetto asceta, signore di tutti coloro che praticano lo yoga (gli yogin), in grado di immergersi totalmente in se stesso e di adottare una concentrazione tale di restare seduto in una posizione yoga per lunghissimo tempo su una cima dell'Himalaya con il capo cosparso di cenere.  In questa veste Shiva si converte nel protettore della meditazione, dell'ascesi mistica e di quanti le praticano, cercando di avvicinarsi al Trascendente per liberarsi dalla schiavitù dei piaceri del mondo e dalla sua materialità.

 Come Brahma e Vishnu, anche Shiva è protagonista di una precisa iconografia. Oltre a essere adorato sotto forma del linga, come già accennato, il dio viene rappresentato in modi diversi, accomunati però dalla presenza di elementi precisi: la sua cavalcatura, rappresentata dal toro bianco Nandi; la carnagione color biancastro (tipica delle ceneri) con la gola blu, o alternativamente la pelle interamente di colore blu, come Krishna; i capelli raccolti sulla sommità del capo adornati con la luna crescente e il fiume Gange (in memoria di quando il deva attenuò la caduta del fiume sulla terra); i tre occhi, dove il terzo sulla fronte rappresenta sia la conoscenza interiore sia la capacità di Shiva di incenerire con il suo fuoco qualsiasi cosa qualora se ne presenti occasione; la fronte solcata da tre linee orizzontali; una collana di teschi umani e una a forma di serpente che adornano il suo collo, insieme ad altri serpenti che talvolta fungono da bracciali; le famose quattro braccia con le mani che impugnano un tridente, un piccolo tamburo, una pelle di daino, un mazza con un cranio all'estremità, un'ascia o un fulmine

 Il colorito bluastro della gola di Shiva ha origine da un mito in cui i deva, sconfitti dai demoni asura (nome generico con cui vengono identificati i demoni) dovevano recuperare l'immortalità conferita dalla bevanda amrita. La coppa contenente la bevanda prodigiosa si trovava però in fondo a un mare di latte e gli dèi decisero di zangolarlo. Vishnu, sotto forma di tartaruga, portò il monte Mandara, che doveva servire da bastone della zangola, sul fondo del mare e gli altri deva avvolsero il serpente Vasuki attorno alla montagna, come una corda. Gli dèi iniziarono così a tirare le due estremità del serpente per zangolare il mare di latte ma, a un certo punto, il serpente Vasuki rigettò un abbondante fiotto di veleno, talmente potente che poteva distruggere tutti i deva. Fu Shiva a evitare la morte dei suoi compagni, raccogliendo il veleno in una mano e ingoiandolo. Come segno del gesto, la gola gli rimase blu.

Shiva in una versione che lo ritrae con due braccia

 Infine, un'immagine molto nota dell'iconografia di Shiva è quella del dio danzante, noto con il nome di Nataraja. Anche questa immagine si può ricondurre a un mito, secondo il quale una volta a Chidambaram (o Tillai) alcuni rsi (nome con cui si indicano eremiti, saggi o cantori) di una foresta himalayana volevano uccidere Shiva per mezzo di canti magici. Il dio si difese inziando a ballare e trasformò quelli che volevano essere canti di morte in energia creativa. I saggi, vedendo che il loro piano era fallito, generarono con delle pratiche magiche il nano Apasmara, personificazione dell'ignoranza e dell'oblio, scagliandolo contro il deva. Ma Shiva non si lasciò sorprendere e schiacciò il nano con il suo piede destro, spezzandogli la colonna vertebrale. La vittoria di Shiva significava da un lato la liberazione dell'umanità intera dal flagello dell'ignoranza e dalla perdita della memoria simboleggiate da Apasmara e dall'altro il distacco dalla vita terrena, rappresentato dalla gamba sinistra del dio, sollevata in aria. In questa raffigurazione Shiva è circondato da un arco di fuoco e possiede quattro braccia che svolgono gesti diversi: una delle mani destre è sollevata in segno di protezione e invita il fedele a non aver timore; l'altra destra regge il tamburo primordiale a forma di clessidra, con spiccati significati cosmici (dove i due triangoli formanti la clessidra si uniscono inizia la creazione, mentre nelle estremità vi è la distruzione della vita); la mano sinistra che sconfina nel lato destro del corpo richiama una proboscide di elefante, simbolo di forza; l'altra mono sinistra invece regge il fuoco, elemento distruttore per eccellenza che porta però anche a un'evoluzione, a un rinnovamento. Il tutto è sorretto da un fiore di loto, fonte da cui scaturisce l'arco di fuoco che raffigura la sacra sillaba Om

 Ecco dunque che l'immagine di Shiva danzante si carica di forti valenze cosmiche, evidenti già dal luogo in cui egli compie la danza, Chidambaram, considerato il centro dell'universo. Trasferendo il centro dell'intero universo al microcosmo, vediamo che Shiva danza nel centro del cuore di ogni uomo, liberandolo dall'illusione e dall'ignoranza. Inoltre, le attitudini descritte riassumono tutte e cinque le attività cosmiche del dio: creazione (rappresentata dal tamburo e dal sacro Om), conservazione (la mano che offre speranza), distruzione (il fuoco), illusione (il piede sul suolo) e liberazione (il piede sollevato). Queste dunque sono tutte le fasi della vita dell'universo indù, che si manifesta, si preserva e alla fine viene riassorbito. La danza di Shiva, quindi, nel macrocosmo, simboleggia l'eterno mutamento a cui è sottoposta la natura e scandisce i ritmi dei cambiamenti, determinando la nascita, il moto e la morte di tutte le cose.  

 
Shiva danzante


 Eccoci dunque alle porte di settembre, che ci annuncia la fine del silenzio e la ripresa di ogni attività. Presto saremo di nuovo immersi nel frastuono quotidiano e i rumori assorderanno di nuovo le nostre vite. Ma non dimentichiamoci che le nostre vite sono molto di più, che non possiamo ridurle solo alla nostra attività lavorativa o alle diversioni mondane. Come ci insegna la cultura indù, ogni uomo è un universo e partecipa alla vita del cosmo. Il mio augurio e proposito dunque è quello di non smettere mai di guardare in due direzioni: verso il cielo e dentro di noi. Solo così potremo rendere giustizia a noi stessi e solo così anche il mondo potrà trarne beneficio.





Fonti:
- RENOU, Louis, L'induismo, Xenia Edizioni, Milano, 1994, pp. 34-40;
- Wikipedia (italiano), voce "Brahma";
- Wikipedia (italiano), voce "Vishnu";
- Wikipedia (italiano), voce "Shiva";
- Wikipedia (italiano), voce "Trimurti";
- Liceo Berchet, ricerca sull'India, pagina "Sacra trimurti".

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