martedì 7 agosto 2018

Selene, Artemide ed Ecate - Le tre facce della Luna nella Grecia antica

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?


[Giacomo Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell'Asia]



 L'incipit della meravigliosa poesia di Giacomo Leopardi introduce l'argomento di questo post: la luna. Si tratta di un astro che ha sempre affascinato gli uomini di ogni tempo, che l'hanno contemplata per millenni nel cielo. E anche noi ultimamente lo abbiamo fatto in occasione dell'eclissi dello scorso 28 luglio che ha tinto la luna di un colore rossastro per un paio d'ore per poi farla ritornare allo stato solito. Mentre avevo il mio naso puntato verso l'alto riflettevo sul significato che un fenomeno come questo avrebbe avuto nell'antichità, quando tutto veniva ricondotto ai disegni degli dèi. Da questo nasce la ricerca del simbolismo generale della luna e la volontà di approfondire le divinità connesse con questo satellite, iniziando dalla nostra cultura classica.




  Simbolismo della luna

 Calante, crescente, nuova, piena...la luna è un astro che cambia in continuazione. Le sue famose fasi, cicliche e regolari, sono state di notevole aiuto per l'uomo che aveva necessità di misurare il tempo. Per questo molti dei primi calendari erano lunari. Bisogna sottolineare, infatti, che la luna riunisce in sé molti fenomeni differenti: maree, piogge (e di conseguenza i cicli della vegetazione), ecc. fino ad arrivare a identificare nelle sue fasi anche la fecondità femminile (in media del resto un ciclo femminile dura circa 28 giorni, come quello lunare) e la vita umana. Del resto, come gli uomini, anche la luna nasce, cresce e muore, con la sola differenza che dopo l'ultima fase, quella della luna nuova, essa risorge e riprende daccapo il proprio percorso. Dunque il principale simbolismo lunare è legato allo scandire dei ritmi biologici non solo della natura, ma anche dell'uomo. 

 Proprio perché la luna riduce a un'unica matrice gli elementi dell'universo, essa viene accostata alla concezione del destino. Se infatti quest'astro governa le piogge, la vita della vegetazione e dell'uomo, può essere vista come colei che tesse i destini degli esseri viventi e che "misura" il loro tempo.

 Come astro misuratore del tempo per eccellenza, la luna porta con sé l'idea anche del cambiamento. Il suo stato in perenne trasformazione ci mostra la coesistenza dei contrari: luce-oscurità (luna piena vs. luna nuova), mondo inferiore delle tenebre - mondo superiore della luce (luna calante vs. luna crescente). 

 Il passaggio tra queste varie fasi però non è indolore, specialmente durante le ere buie. Non bisogna dimenticare che la stessa luna è soggetta a una "morte" ciclica, quando sparisce dal cielo. In questo senso la connessione tra la luna e la morte è molto stretta, come quella con le energie irrazionali e le attività notturne, considerate un tempo malefiche perché legate alla sfera del mistero e dell'occulto.

 Ma la morte della luna non è mai definitiva: ogni volta riappare in cielo, suggerendo che esiste una vita al di là di quella terrena. Questa sua capacità di rigenerazione la assimila anche ai riti di iniziazione, dove il neofita muore simbolicamente per rinascere in una nuova condizione. Inoltre, la rinascita dell'astro dona speranza all'uomo e gli permette di valorizzare i momenti negativi e bui, ai quali seguirà la luce. Infatti, presiedendo oltre alla morte anche alla fecondazione e alla vita, il simbolismo lunare acquisisce un valore consolatorio, che ricorda che dopo le disgrazie seguono avvenimenti più propizi. 

 Riassumendo con le parole di Eliade, "la luna rivela all'uomo la propria condizione umana", nel senso che guardando a essa l'uomo misura il proprio tempo, paragona la sua vita a quella del satellite, che è piena di luci e ombre, di sofferenze e di riscatti. Per questa ragione la presenza della luna e il suo simbolismo restano tra i più importanti e diffusi in tutte le culture arcaiche.  

 Selene, la prima dea lunare

 Originariamente nell'antichità greca la Luna era impersonata da Selene, sorella di Elios, il Sole. I racconti che riguardano questa divinità sono tutti legati ai suoi amori. 

 L'inno omerico a lei dedicato afferma che si unì con Zeus e generò Pandiala quale può essere considerata una personificazione del plenilunio dall'etimologia del nome, che significherebbe "tutta splendente" o "tutta chiara".

 Un altro racconto narra che Selene ebbe una relazione più o meno intenzionale con l'oscuro dio Pan, tanto brutto quanto la dea era bella e luminosa. Una versione vuole che Selene fosse attratta dall'oscurità e si unisse in maniera consenziente con Pan, mentre secondo un'altra variante l'oscuro dio dovette camuffarsi e indossare il manto di una pecora affinché Selene gli salisse in groppa e gli procurasse l'amplesso. Quest'ultimo episodio deriva probabilmente da un rito orgiastico che si teneva al chiaro di luna nella notte di Calendimaggio, in cui la regina della festa cavalcava un maschio per poi unirsi a lui in un rapporto sessuale.

 Probabilmente però il mito più conosciuto che riguarda Selene è quello del suo amore per Endimione, un affascinante pastore dell'Asia Minore. La storia narra che Selene trovò Endimione addormentato in una grotta (infatti il nome del pastore significa letteralmente "colui che dimora dentro", "il dentro") e se ne innamorò perdutamente. La dea lo baciò sugli occhi e i due furono rapiti da un amore talmente travolgente che generarono cinquanta figlie. Per evitare la morte dell'amato, Selene chiese a Zeus che egli potesse dormire un sonno eterno per amarlo nella sua giovinezza per sempre. 
 Tuttavia, riguardo al sonno perpetuo di Endimione ci sono versioni discordanti con quella esposta: secondo una fu lui stesso a chiedere di dormire per l'eternità, mentre un'altra afferma che il sonno fu una punizione di Zeus per aver mancato di rispetto a Era.

 Secondo la simbologia lunare e le storie che si narrano su Selene, possiamo dire che questa dea potrebbe associarsi all'aspetto della fertilità e della fecondità, dato che la caratteristica dominante è la passione e la generazione di figli.




 Artemide, la vergine selvatica

 Una figura ben più complessa della mitologia greca dagli attributi lunari è Artemide, conosciuta in epoca romana come Diana. Si tratta della sorella gemella di Apollo, nata dall'unione tra Zeus e Latona (detta anche Leto), raffigurata sempre con arco e frecce, come il fratello. Questa dea, di probabile origine cretese, è l'incarnazione della natura incontaminata, selvatica, che suscita un misto di inquietudine, mistero e attrazione per l'uomo. Così è anche Artemide, vergine sacra e sfuggente che ammalia gli uomini proprio perché li rifiuta.

 Artemide è una divinità molto gelosa della propria verginità e non transige nemmeno su quella delle ninfe o fanciulle umane a lei devote. Ne è un esempio la storia di Callisto, figlia del re Licaone che faceva parte del seguito della dea e che nonostante il voto di castità venne sedotta da Zeus. Quando Artemide si accorse della gravidanza di Callisto mentre facevano il bagno, la sua punizione fu terribile: trasformò la fanciulla in orsa e le scatenò contro i cani. Fortunatamente Zeus intervenne prima che i cani la sbranassero e condusse Callisto in cielo, ponendo la sua immagine tra le stelle.
 Un'altra versione del mito però racconta che fu lo stesso Zeus a trasformare Callisto in orsa per farla sfuggire all'ira di sua moglie Era, e che questa avesse chiesto ad Artemide di darle la caccia. Ciò che non varia nelle due versioni del mito è la trasformazione in orsa della fanciulla, che si ricollega forse al fatto che le giovani a servizio di Artemide dai nove anni fino al matrimonio erano appunto chiamate "orse". Altri elementi invariabili nelle diverse narrazioni sono l'assunzione al cielo di Callisto nella costellazione dell'Orsa Maggiore e la nascita di suo figlio, Arcade, che divenne capostipite degli Arcadi che si insediarono nell'omonima regione. 

 Il mito appena narrato sottolinea un'altra delle caratteristiche di Artemide, ossia la vendicatività verso chiunque le manchi di rispetto. A riguardo sono numerose le storie che mostrano come questa divinità potesse diventare terribile se fatta infuriare. Una delle più celebri è quella di Atteone, abile cacciatore figlio di Aristeo. Costui un giorno, mentre cacciava, posò inavvertitamente gli occhi sul corpo nudo di Artemide che stava facendo il bagno in un fiume e si fermò a guardarla. In seguito egli si vantò con alcuni amici che la dea gli si era mostrata nuda senza alcun pudore ma Artemide, appresa la notizia, lo tramutò in cervo e i cani da caccia di Atteone, incapaci di riconoscere il padrone sotto le nuove spoglie, lo sbranarono.  
 In questo racconto Graves rintraccia connessioni con un culto pre-ellenico del cervo, in cui il re era destinato a governare quindici mesi (la metà di un Grande Anno) per poi essere fatto a pezzi alla scadenza del suo termine al fine di lasciare il regno al proprio successore. Tali riti sono rintracciabili anche nella tradizione celtica, oltre a quello praticato fino al I secolo d. C. in cui un uomo travestito da cervo veniva inseguito e ucciso sul monte Liceo in Arcadia. Inoltre, in questo mito compaiono altre figure chiave nella rappresentazione figurativa di Artemide, spesso accompagnata da cervi o levrieri.

 Un altro episodio importante sulla vendicatività di Artemide vede come protagonista Agamennone, figlio di Atreo, il quale aveva offeso la dea uccidendole una cerva sacra (o, secondo altre fonti, vantandosi di essere più abile di lei nella caccia o ancora di non aver mantenuto la promessa di sacrificarle l'agnello più bello del suo gregge). Quando Agamennone radunò la flotta greca ad Aulide per partire alla volta di Troia, Artemide bloccò le navi con venti contrari. A quel punto l'indovino Calcante individuò la soluzione per placare l'ira della dea: Agamennone doveva sacrificare ad Artemide la sua figlia più bella, Ifigenia. L'Atride acconsentì, ma fu Artemide stessa a salvare Ifigenia dalla morte avvolgendola all'ultimo momento in una nuvola e sostituendola con una cerva. La dea condusse Ifigenia in Tauride (Crimea), dove ne fece una delle sue sacerdotesse. Tuttavia, nonostante il tentativo di riappacificazione con la divinità, la sorte di Agamennone fu terribile: venne tradito dalla moglie Clitennestra, la quale cospirò con l'amante Egisto per assassinare il marito e prendere il potere su Micene. Alcuni sostengono che questo destino tragico sia dovuto proprio alla vendetta di Artemide. 

 Nonostante l'indiscutibile permalosità e intransigenza, Artemide sapeva dimostrarsi molto benevola con chi rispettava i suoi valori. È il caso di Britomarti, "la dolce fanciulla" considerata da alcuni un doppio di Artemide o una ninfa al suo servizio, che teneva al guinzaglio i cani della dea. La sua avvenenza fece breccia nel re di Creta Minosse il quale, innamorato pazzo di Britomarti, la inseguì invano per nove mesi tra i boschi e i territori brulli dell'isola. Quando Britomarti sentì che Minosse stava per raggiungerla, si gettò in mare da un'alta rupe, riuscendo fortunatamente a salvarsi grazie a delle reti da pesca che tra l'altro lei stessa aveva inventato e donato all'umanità. Artemide, vista la coerenza della fanciulla, la fece diventare una dea, detta Dittinna, che etimologicamente si ricollega alla parola greca che indica la rete.

 Questo racconto, oltre all'episodio già citato del salvataggio di Ifigenia, mostra l'attitudine protettiva di Artemide nei confronti di tutte le donne vergini esposte alla concupiscenza, spesso violenta, degli uomini. Questa divinità era inoltre protettrice delle partorienti, alle quali faceva lei stessa da ostetrica. Già in occasione della sua nascita, infatti, Artemide aveva aiutato la madre Latona a dare alla luce Apollo, suo gemello, nato dopo di lei.

 In tutto ciò quali sono gli attributi lunari di Artemide?
Innanzi tutto va detto che "Artemide" era un appellativo della triplice dea-Luna e che il suo arco d'argento da cacciatrice simboleggia la luna crescente, poiché la vergine era il membro più giovane di tale trinità. 
 Inoltre, Artemide incarna tutti i contrasti e gli aspetti precedentemente associati al simbolismo lunare: patrona della natura, protettrice delle vergini e delle partorienti, ma anche spietata dispensatrice di morte e vendetta attraverso i suoi dardi infallibili. La coesistenza di aspetti di morte e fecondità, vendetta e benevolenza fanno di questa divinità la rappresentazione del carattere mutevole e femminile della luna.



Ecate, la dea oscura

 Se Selene è associata al plenilunio e Artemide alla luna crescente, Ecate si può ricollegare alla fase della luna nuova, ossia al momento in cui la luna è totalmente oscura. Si tratta della fase della morte della luna, che percorre il mondo dell'oltretomba in cui regna questa divinità. Ecate era infatti una divinità infernale originaria dell'Asia Minore che poi venne esportata in Grecia e venerata in una triade insieme ad Artemide e Demetra, dea della terra. Nella sua Teogonia, Esiodo la vuole figlia di Perse e Asteria, della stirpe dei Titani, ma nel resto della tradizione poetica Ecate è individuata come figlia di Zeus, o ancora del Tartaro o di Aristeo.

 Come tutte le divinità infere, in Ecate dominano attributi oscuri, che la ricollegano alla sfera degli incantesimi, delle evocazioni e dei fantasmi. Per questo anche dopo la fine del paganesimo, questa divinità rimase legata alla magia e alla stregoneria. A lei infatti maghi e streghe sacrificavano agnelli e cani neri. I suoi altari, oltre che nelle case, venivano eretti nei trivi e nei quadrivi, da cui le venne l'appellativo "Trivia".


 La particolarità di Ecate è che veniva rappresentata con tre corpi e tre teste per ricordare le sue attribuzioni: celeste (associata ad Artemide), terrestre (identificata con Demetra) e ctonia (la stessa Ecate, divinità del mondo sotterraneo). Oltre a quella citata, Ecate fa parte di diverse altre triadi divine, come quella con Demetra e Persefone o Artemide e Afrodite. Questa raffigurazione inusuale ci permette di individuare in Ecate una divinità che governa tutti e tre i regni (cielo, terra e oltretomba) che è in grado di volgere i destini dei suoi eletti in modo positivo, se opportunamente venerata. Infatti nonostante il suo lugubre ruolo e l’associazione con la stregoneria, però, Ecate non è solo la regina della morte, ma ha anche il potere di regolare le nascite di uomini, animali e piante e di soddisfare o meno i desideri dell’umanità.

 Quest'ultimo aspetto avvicina Ecate all'immagine della luna come tessitrice dei destini degli uomini, come astro notturno e misterioso che però sovrintende alle nostre vite.







 Era inevitabile che un astro tanto importante desse luogo a una simbologia altrettanto complessa. La luna permeava ogni aspetto della vita dell'uomo, che spesso la fissava per capire se lo aspettava un lieto evento o una sciagura. 
 Ora abbiamo perso l'abitudine di alzare gli occhi al cielo per contemplarla, solo un evento straordinario come la recente eclisse ha portato la nostra attenzione su di lei, sempre filtrata però attraverso una spiegazione scientifica del fenomeno. Il progresso e le nostre faccende personali troppe volte ci tolgono il piacere di contemplare il cielo con la poesia degli antichi.
 Non occorre tornare alla superstizione o agli dèi antichi, basterebbe solo fermarsi un momento, alzare il nostro sguardo e restare in silenzio ad ammirare la bellezza che ci sovrasta. Perché solo recuperando lo stupore e la meraviglia di fronte alle cose quotidiane possiamo renderci conto di quanto sono grandi.    


    
      

Fonti:

- voce "Luna" in CHEVALIER, Jean, GHEERBRANT, Alain, Dizionario dei simboli: miti, sogni, costumi, gesti, forme, figure, colori, numeri, Vol. II, Bur Rizzoli, Milano, 2011, pp. 44-48;
- ELIADE, Mircea, Trattato di storia delle religioni, Bollati Boringhieri, Torino, 2016, pp. 138-168;
- CERINOTTI, Angela, Atlante dei miti dell'antica Grecia e di Roma antica, Demetra, Colognola ai Colli (VR), 1998, pp. 50-51, 160-165, 328; 
- GRAVES, Robert, I miti greci, Longanesi, Milano, 2016, pp. 72-75;
- voce "Artemide" in Mitologia e...dintorni;
- voce "Ecate" in Mitologia e...dintorni;
- voce "Endimione" in Mitologia e...dintorni;
- voce "Selene" in Mitologia e...dintorni.


martedì 10 luglio 2018

E così ebbe inizio - La genesi norrena

 Davvero tanto tempo è passato dall'ultima volta. Sembrano passati secoli, eppure tutto è stato un soffio. Sono successe talmente tante cose in un anno che nemmeno ho avuto il tempo di assimilarle. A un certo punto la vita inizia a correre a una velocità talmente forsennata che non ci si rende conto delle grandi rivoluzioni in atto in noi. Questo post viene alla luce esattamente dopo questo turbinio di eventi che hanno portato a un nuovo inizio. E proprio all'inizio viene dedicato ampio spazio nelle mitologie di tanti popoli, che si sono posti il problema della ricerca delle proprie origini. Per questo voglio ricominciare da un mito della creazione; per la sua particolarità, per passione personale, e anche, diciamolo, per la serie tv Vikings ho scelto la narrazione norrena di come tutto è cominciato.

Il baratro e i due regni


Era al principio dei tempi:    Ymir vi dimorava;
non c'era né mare né spiaggia    né onde gelide;
terra non si distingueva    né cielo, in alto:
un baratro informe c'era    ed erba in nessun luogo. 

[Völuspá, in Il canzoniere eddico, str. 3, p. 5]

 Questo è l'inizio del mondo norreno secondo quanto recita la Völuspá, il primo dei poemi eddici che raccoglie le profezie della vǫlva, la veggente che narra a Odino l'origine del mondo.

 Da quanto leggiamo apprendiamo che all'inizio dei tempi non c'era nulla, a parte un enorme baratro chiamato Ginnungagap. Tuttavia, in questo abisso si potevano distinguere due zone: il nord e il sud.
 A settentrione vi era Niflheimr, la regione dominata dal freddo, dall'umidità e dall'oscurità. In essa vi era Hvergelmir, una fonte gelida da cui avevano origine gli Elivágar, i fiumi cosmici dalla corrente impetuosa.
 A sud si trovava invece Muspell, una regione ardente, tanto torrida che solo chi ci era nato poteva resistere al suo calore. Il gigante Surtr era ed è il guardiano di questo regno e con la sua spada fiammeggiante brucerà tutto il mondo alla fine dei tempi.

 Ed ecco che gli Elivágar nel loro corso giunsero così lontano che la loro schiuma velenosa si indurì e divenne ghiaccio. Dalle esalazioni velenose di questo ghiaccio si formò una pioggerella che cadde sull'abisso di Ginnungagap e si trasformò in brina. Un giorno la brina del nord e il calore del sud si incontrarono: il vento caldo di Muspell raggiunse la brina di Niflheimr che si sciolse e originò i primi esseri viventi dalle gocce che stillavano dal ghiaccio.



 Ymir, il progenitore


 Il primo essere generato fu Ymir, il progenitore di tutta la sua stirpe, i giganti della brina.  Mentre dormiva, dal sudore di Ymir nacquero altre creature: sotto il braccio sinistro (o la mano, secondo Chiesa Isnardi) si formarono un uomo e una donna, mentre dall'unione dei suoi piedi crebbe un essere dotato di sei teste.

 Oltre a Ymir, le gocce di brina avevano dato origine anche a una mucca, Auðhumla, che alimentava il gigante con i quattro fiumi di latte che sgorgavano dalle sue mammelle. Auðhumla invece si nutriva leccando le pietre ghiacciate, che avevano un sapore salato. Il primo giorno che la mucca leccò le pietre spuntarono da esse dei capelli d'uomo, il secondo la testa e infine, il terzo giorno, ne uscì un uomo intero, il primo essere umano nato sulla terra; il suo nome fu Buri. Egli generò Borr, che a sua volta, unendosi con la gigantessa Bestla, ebbe tre figli: Odino, Vili e , i primi tra gli dèi.

 Il sacrificio di Ymir


 Odino, Vili e Vé uccisero il gigante Ymir e il suo sangue sommerse quasi tutti i thursi (i giganti NdA) della brina, tranne uno: Bergelmir infatti riuscì a fuggire con la sua famiglia su una barca, e da lui discendono tutte le stirpi dei giganti della brina.

 I figli di Borr trascinarono il corpo senza vita di Ymir in mezzo al baratro e da ogni sua parte ne trassero gli elementi che compongono il mondo: la carne di Ymir diede origine alla terra, il sangue al mare e a tutte le acque, le ossa formarono le montagne, i denti i macigni e i sassi, e dal cranio trassero la volta celeste. Si dice inoltre che dai vermi formatisi dalle carni del gigante gli dèi crearono degli esseri simili agli uomini che divennero i nani, che hanno dimora tra le pietre. Quattro di loro vennero posti a sorreggere il cielo nei quattro angoli della terra; i loro nomi sono Austri, Vestri, Norðri e Suðri (che altro non sono che i nomi dei quattro punti cardinali: est, ovest, nord e sud NdA).

 In seguito gli dèi avvolsero l'oceano attorno alla terra, quasi fosse un anello, che divenne un limite invalicabile per l'uomo. Presero anche le scintille provenienti da Muspell e assegnarono ad alcune una posizione fissa nella volta celeste, mentre ad altre una posizione variabile, ed esse costituirono così le stelle fisse e mobili.

 Sulla terra ferma, rotonda e circondata dalle acque, gli dèi stabilirono vari domini: nella parte più esterna, sulle spiagge, dimorarono i giganti, nel luogo freddo e oscuro di nome Útgarðr o Jötunheimr; al centro del mondo, invece, con una ciglia del gigante Ymir delimitarono Miðgarðr, il mondo degli uomini, che doveva essere protetto dai giganti attraverso la recinzione. 

 Infine, Odino, Vili e Vé gettarono al cielo il cervello di Ymir, che andò a comporre le nuvole, come riporta il Grímnismál, un altro poema eddico:

Dalla carne di Ymir    venne foggiata la terra
e il mare dal sangue.
Monti dalle ossa,    alberi dai capelli
e la volta celeste dal cranio. 

E dalle sopracciglia    fecero gli dèi benevoli
Terra di Mezzo ai figli degli uomini;
e dal suo cervello    vennero le gagliarde nubi tutte foggiate. 

[Grímnismál, in Il canzoniere eddico, str. 40, 41, p. 67]

 

 La nascita degli uomini


 Una volta creato il mondo, gli dèi si recarono sulla spiaggia e lì trovarono due tronchi d'albero. Allora li raccolsero e decisero di farne due esseri umani: Odino diede loro spirito e vita, Vili saggezza e movimento e Vé forma, parola, udito e vista. L'uomo si chiamò Askr, la donna Embla, e da loro ebbe origine l'intera umanità che dimorò a Miðgarðr.




 Sicuramente questo racconto delle origini non è quello che ci aspetteremmo; la creazione di per sé è un momento carico di positività, mentre nella tradizione norrena non si può scindere dal cruento sacrificio di Ymir. Eppure, se ci pensiamo bene, ogni nuovo inizio, ogni cambiamento presuppone la "morte" di alcuni aspetti di noi stessi. Questo è particolarmente vero nel caso della mitologia nordica, dove ogni conquista viene ottenuta a caro prezzo: Odino ottiene la conoscenza solo dopo aver lasciato un occhio come pegno, mentre il pericoloso lupo Fenrir viene imprigionato solo dopo che il dio Tyr ci ha rimesso una mano (cfr. "Tyr - La guerra e la giustizia" in questo blog). 

 Insomma gli antichi norreni sembrano ricordarci che dobbiamo guadagnarci ogni cambiamento positivo che vogliamo apportare alla nostra vita; ma questo non ci deve spaventare, se quello che vogliamo ottenere vale ogni nostra goccia di sudore. Ricordiamoci che le gocce e addirittura le lacrime per gli uomini del Nord sono una manifestazione di fecondità e un simbolo di rigenerazione. Impariamo anche noi allora a considerare positivamente la fatica come qualcosa che ci permettere di compiere le nostre piccole imprese nel quotidiano. Perché se raggiungere un traguardo è bello, arrivarci dopo mille peripezie non ha prezzo.





Fonti:
- CHIESA ISNARDI, Gianna, I miti nordici, Longanesi, Milano, 2014, pp. 49-52;
- SNORRI STURLUSON, Edda (a cura di Giorgio Dolfini), Adelphi Edizione, Milano, 2014, pp. 52-59;
- SCARDIGLI, Piergiuseppe (a cura di), Il canzoniere eddico, Garzanti, Milano, 2017. pp. 5, 67. 


  

giovedì 13 luglio 2017

Nuovo blog: Verde que te quiero verde

 Quest'anno è stato particolarmente intenso sia dal punto di vista professionale, che privato. Naturalmente la prima attività che risente di tutto questo è il blog, che non riesco purtroppo ad aggiornare con la costanza che vorrei mantenere.

 Ma appena ho un momento libero mi piace tornare al mio mondo, fatto di miti, di leggende, ma anche di letteratura. Il mio percorso professionale mi ha portato in questi anni a riscoprire la letteratura spagnola e ispanoamericana, che ho amato durante gli anni dell'università e che amo ancora di più adesso, quando mi ritrovo a insegnarla tra i banchi di scuola.

 Da questa commistione tra passione e lavoro nasce il blog Verde que te quiero verde, che sarà dedicato alla divulgazione di testi della letteratura in lingua spagnola, che saranno corredati da informazioni sugli autori e da brevi commenti in italiano. L'obiettivo da parte mia, infatti, è quello di far conoscere questa splendida letteratura anche a chi non ha mai studiato spagnolo o letteratura spagnola a scuola.

 Mi auguro di riuscire a trasmettere anche solo un pochino della passione che provo per questi grandi autori, che non godono di tutta la fama che meritano.

 Buona lettura!

mercoledì 4 gennaio 2017

Sulle tracce di una stella - L'Epifania cristiana

 Ahimé, anche quest'anno si sta avvicinando l'inesorabile fine delle festività natalizie. Come tutti sanno, l'ultima è l'Epifania, che "tutte le feste porta via". Da noi in Italia, a differenza di altri Paesi, è una ricorrenza percepita come meno importante rispetto al Natale o al Capodanno eppure, da buon bastian contrario quale sono, è quella che prediligo. Vuoi per il carattere meno chiassoso, vuoi perché mi hanno sempre affascinato quei tre re saggi che si inginocchiano al cospetto di un bambino, l'Epifania mi dà sempre sensazioni speciali.
 Ecco perché voglio dedicare il post di oggi a questa festività.



 Etimologia

 Anche se la parola oggi fa pensare subito alla festa cristiana, la parola Epifania ha radici nella lingua greca, precisamente dal sostantivo ἐπιφάνεια (epifàneia), che significa "manifestazione", "venuta", "presenza divina". Tale termine veniva già usato nel mondo greco per indicare la manifestazione di qualsiasi divinità, che avveniva per mezzo di segni, miracoli, visioni o altri tipi di interventi.

 Successivamente, in epoca cristiana si volle utilizzare la stessa parola per fare riferimento alla manifestazione della divinità della figura di Gesù Cristo, ricondotta principalmente a tre episodi: l'adorazione dei Magi, il battesimo nel fiume Giordano a opera di San Giovanni Battista e il primo miracolo in occasione delle nozze di Cana
 Tuttavia, l'accezione più nota in Italia rimane quella che indica la festività del 6 gennaio, che ricorda appunto l'adorazione dei Magi.

 L'episodio del Vangelo

 L'unico Vangelo che parla dell'episodio dell'adorazione di Gesù da parte dei Magi è quello di Matteo (Matteo 2: 1-12).  Si tratta dunque di una descrizione molto povera di particolari, che occupa solo dodici versetti del testo sacro.

 Il passo si apre dicendo che alcuni magi giunsero da Oriente a Gerusalemme e chiesero a re Erode, che governava in Palestina in quei tempi, dove fosse il re dei Giudei, che si era annunciato loro per mezzo di una stella. Erode, preoccupato di essere spodestato dal trono, convocò tutti i sacerdoti e gli scribi, i quali gli confermarono che secondo una profezia il re dei Giudei sarebbe dovuto nascere a Betlemme. Allora Erode inviò i magi a Betlemme, intimando loro astutamente di avvisarlo quando avrebbero trovato il re, poiché era intenzionato ad adorarlo anche lui stesso. In realtà le intenzioni di Erode erano di uccidere il bambino prima che potesse rubargli la corona.
 In seguito i magi partirono da Erode e, seguendo la stella che indicava loro il cammino, trovarono la casa dove alloggiavano Gesù, Maria e Giuseppe e offrirono al bambino i doni che avevano portato dalle loro terre: oro, incenso e mirra. Essi vennero poi avvertiti in sogno di non tornare da Erode e si diressero quindi verso i rispettivi luoghi di provenienza.

 Dopo questi dodici versetti, il Vangelo prosegue descrivendo la fuga in Egitto di Gesù, Giuseppe e Maria in seguito all'avvertimento in sogno di un angelo, che li metteva in guardia dall'ira di Erode. Infatti la conseguenza del mancato avvertimento dei magi fu la terribile strage degli innocenti, in cui i soldati di Erode trucidarono tutti i bambini maschi della zona minori di due anni. 

 I magi  

 Iniziamo col dire che l'appellativo "magi" deriva dall'antico persiano magūsh, passato poi al greco μάγος (màgos), che designava i sacerdoti dello Zoroastrismo nell'impero persiano, i quali erano particolarmente versati nell'astrologia. In quei tempi tali figure erano considerate sagge e sapienti e questa è l'interpretazione che si è affermata riguardo al termine utilizzato nel Vangelo di Matteo. Già secondo i primi cristiani, quindi, i magi erano visti come figure positive, poiché erano religiosi dediti alla ricerca della luce spirituale e al rifiuto delle tenebre. Essi costituivano le prime autorità religiose che fecero visita a Gesù Bambino, le prime a riconoscerlo come unico e vero dio.

 Nel testo dell'evangelista però non troviamo tutti i dettagli sui magi che la tradizione ci ha trasmesso: non viene detto il numero preciso di questi uomini, né il luogo preciso di provenienza e nemmeno il loro numero. In seguito la tradizione cristiana arricchì l'episodio e coprì le lacune sulla loro identità adducendo diverse informazioni. 

 Un cambiamento fondamentale fu quello di elevare al rango di re quelli che sembravano sacerdoti persiani. Questa lettura è dovuta probabilmente a dei richiami alle profezie veterotestamentarie contenute in Isaia 60:3 e nel libro dei Salmi 68:29 e 72:10, in cui viene affermato che anche dei re pagani avrebbero adorato il Messia. 

 Per quanto riguarda la provenienza si diffuse l'idea che i magi provenissero dai tre continenti allora conosciuti (Europa, Asia e Africa) per simboleggiare l'apertura della funzione redentrice di Gesù verso tutti i popoli del mondo. Per questo motivo, tradizionalmente i magi sono raffigurati con i tratti somatici di tre etnie: bianca, araba e nera.

 Un'ulteriore questione tutt'ora dibattuta riguarda il numero dei magi, che oscilla tra due e dodici a seconda delle versioni. Quella che si è maggiormente affermata prevede la presenza di tre magi, uno per ogni dono portato al cospetto di Gesù. La tradizione medievale attribuisce un significato preciso a ciascuna delle offerte, rivelatrici dell'identità del Cristo: l'incenso, usato nei templi, collega Gesù alla sfera sacerdotale; l'oro ne indica il rango reale; la mirra, una resina usata nelle sepolture, prelude all'espiazione dei peccati attraverso la morte. Quest'ultima è considerata il dono più importante, perché richiama l'unguento, il sacro crisma con cui sarebbe stato consacrato il Messia, il futuro redentore dei peccati di stirpe regale. L'appellativo Cristo riferito a Gesù, infatti, significa proprio "unto" con l'olio sacro.

 Infine, nonostante nella tradizione cristiana occidentale i magi siano noti con i nomi di Melchiorre, Baldassarre e Gaspare, bisogna sottolineare che esistono altri nomi riferiti a queste figure, che godono di popolarità presso le chiese cristiane orientali, copte e sono conosciute anche nella tradizione araba. Nella chiesa cattolica etiope si parla per esempio di Hor, Basanater e Karsudan, mentre la comunità cristiana siriana si riferisce a loro coi nomi di Larvandad, Hormisdas e Gushnasaph.

 La Befana

 In Italia, oltre alla tradizione religiosa dei magi, si è diffusa la fama della figura della Befana, una donna molto anziana che nella notte tra il 5 e il 6 di gennaio fa visita ai bambini e riempie la calza che questi hanno appeso in casa con dei dolci o dei giochini se i piccoli si sono comportati bene durante l'anno, oppure in caso contrario con del carbone.
 Il nome della vecchietta deriva appunto dalla storpiatura della parola Epifania in bifanìa e befanìa, varianti usate per riferirsi alla celeberrima anziana.

 In realtà le origini della vecchierella più famosa d'Italia sono da ricercare molto più lontano nel tempo, nei riti ancestrali pagani legati all'agricoltura e al cambio dell'anno, risalenti al X-VI secolo a. C. Durante la dominazione romana tali riti vennero associati al calendario romano, secondo il quale la dodicesima notte dopo il solstizio d'inverno avrebbe avuto luogo la morte e la rinascita della natura, impersonificata nella divinità di Madre Natura. Durante questa importantissima notte i Romani credevano che delle figure femminili volassero sui campi per renderli fecondi e da qui forse deriva il topos della figura femminile volante portatrice di prosperità. Tale figura fu dapprima identificata con Diana, dea della caccia e della vegetazione e in seguito con Satia (dea della sazietà) o Abundia (dea dell'abbondanza).
 Un'altra festività romana da cui potrebbe aver avuto origine la Befana era una ricorrenza invernale dedicata a Giano e Strenia, in occasione delle quale ci si scambiavano regali.

 Nell'Alto Medioevo, già dal VI secolo, la Chiesa di Roma iniziò a condannare tutti i culti pagani, tacciandoli di influenze sataniche. Anche l'immagine della nostra Befana, quindi, risentì delle spinte antipagane e, pur conservando un carattere benevolo, il suo aspetto venne associato a quello di una strega che cavalca una scopa al contrario, cioè con le ramaglie davanti a sé.    
 L'età avanzata della donna sta a simboleggiare l'anno vecchio, che in molti Paesi europei veniva rappresentato da fantocci vestiti di abiti logori che si bruciavano all'inizio dell'anno (cfr. "La Gioebia" in questo blog). Il carbone che si metteva nelle calze o nelle scarpe all'inizio si ricollegava proprio ai falò e alla loro funzione rinnovatrice e solo in seguito, secondo la morale cattolica, vennero associati alla cattiva condotta.  

 Infine, vi è una leggenda "cristianizzata" del XII secolo che riunisce in una sola storia le figure dei magi e della Befana. Secondo il racconto, sulla via per Betlemme i magi avrebbero chiesto delle indicazioni a una signora anziana e avrebbero insistito perché questa li accompagnasse a far visita al piccolo. Tuttavia la donna non volle uscire di casa e il suo rifiuto fu per lei causa di profondo pentimento. Così preparò un cesto con dei dolci e si mise alla ricerca dei magi. Ma era ormai troppo tardi e la donna non riuscì a trovarli. Si risolse quindi a fermarsi in ogni casa che trovasse sul proprio cammino per donare i dolci ai bambini, nella speranza di incontrare Gesù. Da allora, per farsi perdonare, l'anziana donna gira il mondo consegnando i regali a tutti i bambini.




 Trovo che le storie sulle festività natalizie, religiose o no, siano piene di un fascino particolare e magico. Per me l'episodio dei magi è una di quelle storie. Ammiro la determinazione di quegli uomini che, pur potendo stare tranquilli nelle loro abitazioni, hanno intrapreso un viaggio pieno di rischi e ostacoli per seguire quella stella che, secondo una profezia, li avrebbe condotti a scoprire qualcosa di grande. 
 Tante volte la grandezza non è questione di logica, ma di cuore e di fede. Il percorso è lungo e difficile, ma se non ci si lascia intimorire si possono raggiungere risultati straordinari. Perciò, in occasione di questa Epifania, auguro a tutti di trovare la propria stella da seguire e di avere la forza di raggiungerla, un giorno.      





Fonti: 
- Vocabolario Treccani, voce "Epifania";
- Wikipedia (italiano), voce "Epifania";
- Wikipedia (italiano), voce "Magi (Bibbia)";
- Wikipedia (italiano), voce "Befana";
- La Sacra Bibbia on line.

martedì 30 agosto 2016

Brahma, Vishnu e Shiva - La Trimurti indù

 Siamo ormai giunti al cuore dell'estate. Te ne accorgi quando trovi meno traffico, quando riesci tutto d'un tratto a trovare miracolosamente un parcheggio in orari impensabili. Il momento più bello è proprio ora, da agosto inoltrato fino a fine mese, quando davvero le strade sono deserte e nei piccoli paesini come il mio, normalmente gremiti di gente, non trovi anima viva. E a quel punto riesci a sentire qualcosa che dalle mie parti sembra dimenticato: il silenzio.  
 Per me l'estate è anche il momento in cui ti fermi, in cui puoi ascoltare il silenzio, senza limitarti a sentirlo. E quando si ascolta il silenzio si riesce a capire molto di noi stessi e di ciò che ci circonda attraverso la meditazione.
 Quale cultura, meglio di quella indù, può accompagnare questi giorni? Perciò ho deciso di dedicare questo post alle tre maggiori divinità indù che compongono la Trimurti: Brahma, Vishnu e Shiva.

Brahma, Vishnu e Shiva

 Il concetto di "Trimurti"

 Innanzi tutto, occorre spiegare cosa si intende per Trimurti. Letteralmente la parola significa "dotato di tre aspetti" e si riferisce appunto ai tre aspetti diversi di un'unica divinità (chiamata deva nell'induismo). Nella religione induista il termine si riferisce dunque ai tre aspetti dell'Essere Supremo, che si manifesta in tre grandi divinità: Brahma, Vishnu e Shiva. Ognuna di loro incarna uno dei tre aspetti divini: Brahma è considerato il creatore, Vishnu il conservatore e Shiva il distruttore dell'intero universo. 
 Nonostante rappresentino concetti molto distanti tra loro, queste divinità costituiscono tre facce dello stesso e unico Dio Supremo, chiamato Ishvara o Saguna Brahman. Si tratta, dunque, di una sorta di trinità cristiana, con la differenza che nell'induismo la trimurti è allo stesso tempo trascendente il creato e immanente, poiché può prendere dimora dentro gli uomini. Un'altra grande differenza tra la trimurti indù e la trinità cristiana è che nell'induismo compare anche una trimurti femminile, composta dalle tre mogli di Brahma, Vishnu e Shiva: Sarasvati, Lakshmi e Parvati, che a loro volta si identificano con una sola divinità. Al contrario, nel cristianesimo l'aspetto femminile è interamente inglobato dalla figura di Dio, che sia Padre che Madre.

Lakshmi, Parvati e Sarasvati

 Brahma, il creatore

 Il nome di questa divinità deriva dal principio neutro universale brahman, che nei testi delle Upanishad designa l'anima universale, appunto di genere neutro, a cui fanno capo tutte le creature del cosmo, compreso Brahma.   

 Come già anticipato, Brahma è la divinità predisposta alla creazione dell'universo materiale e per questo è contraddistinto dall'epiteto Prajapati, ovvero "signore della procreazione". Nella cultura indù non si ha una sola creazione, perché l'universo attraversa ciclicamente una fase di latenza, di non manifestazione, dalla quale risorgerà in seguito con un'altra emanazione. Alla nascita del nuovo universo è sempre presente un Bhagavat, una divinità suprema e non generata, che pone nelle acque primordiali il suo sperma, per fecondarle. Dalle acque sorge quindi un uovo d'oro con all'interno il Bhagavat, che prende la forma del dio Brahma. Questi esce dal suo involucro aureo dopo cento anni, creando la volta celeste con la parte superiore dell'uovo e la terra con lo spazio inferiore. In seguito Brahma crea i deva (le divinità), gli astri, i pianeti, la terra, i monti, i mari e i fiumi e anche concetti astratti, come l'Ascesi, la Parola, il Desiderio, ecc.

 Tradizionalmente Brahma viene rappresentato come una divinità con cinque teste, delle quali una è tagliata da Shiva, oppure è raffigurato nel momento della nasciata da un fiore di loto che spunta dall'ombelico di Vishnu. La sua sposa è Sarasvati, dea dell'eloquenza, della sapienza e delle arti, che con le mogli di Vishnu e Shiva costituisce una delle personificazioni della Grande Dea.

 Attualmente Brahma non è oggetto di un culto indipendente, né possiede santuari a lui dedicati, poiché viene visto come la personificazione del concetto di creazione. Il culto induista vede come protagoniste le altre due divinità della trimurti, Vishnu e Shiva. 

Brahma

  Vishnu, il conservatore 

  Nella cultura induista Vishnu rappresenta lo stereotipo del deus otiosus, una divinità dormiente e passiva, distesa sull'oceano caotico e avente come giaciglio il serpente Sesha dalle mille teste. Egli si risveglia solo per salvare il mondo nel caso di una minaccia o per emettere dal suo ombelico il fiore di loto dal quale nascerà Brahma, che creerà un nuovo universo. 

 Dato il carattere passivo di questa divinità, gli induisti hanno provveduto a trovare delle figure alle quali è delegato il potere di Vishnu. Un primo esempio di delega sono i vyuha ("spiegamenti parziali"), una serie di tre personaggi che riproducono la triade cosmica di creatore, conservatore e distruttore all'interno del solo culto di Vishnu. Il secondo esempio di delega, più conosciuto rispetto al primo, è l'ideazione degli avatara di Vishnu. Il termine avatara significa letteralmente "discesa" e designa tutte le incarnazioni del dio, che scende così sulla terra sotto varie forme per combattere demoni o salvare il pianeta da minacce incombenti. Per ogni era del mondo si individuano una decina di avatara di Vishnu, ma altri testi sacri ne individuano molti di più. 

 Il concetto di avatara in seguito si è diffuso anche per altre divinità, come per esempio Shiva. In questo modo si è potuto deificare grandi personalità del passato, reali o leggendarie. Le prime incarnazioni di Vishnu sono sotto forma di animale (un pesce, una tartaruga, un cinghiale, un uomo-leone) mentre le altre corrispondono a eroi mitici (tra cui spiccano Rama, Krishna e Kalkin) e una addirittura corrisponde a Buddha. Probabilmente tale avatara è nato per favorire la sincretizzazione tra induismo e buddhismo. 

 Sicuramente nella cultura indù l'incarnazione di Vishnu che più ha avuto successo è quella di Krishna Egli fu storicamente un principe dei Yadawa che dopo la morte divenne oggetto di venerazione per la sua gente, che lo credeva un'incarnazione di Vasudeva, una divinità in seguito identificata con Vishnu. Ma la fama di Krishna è dovuta soprattutto all'ampia mitologia che lo circonda. Egli era una divinità delle origini che svolgeva la mansione di mandriano, il cui culto ben presto si estese ben oltre alle tribù di pastori suoi devoti. Alcune storie lo descrivono come un pastore adolescente abile seduttore di diverse pastorelle, mentre i racconti sulla sua età adulta lo ritraggono come un grande e valoroso guerriero. Anche la sua morte è oggetto di una leggenda, seppur meno gloriosa: in tarda età, Krishna venne colpito per sbaglio da una freccia di un cacciatore che lo aveva scambiato per una gazzella. Sfortunatamente l'arma si conficcò nel tallone, unico punto debole di Krishna. Egli morì, ma riprese le sue sembianze una volta salito in cielo.  

 Oltre ai suoi famosi avatara, Vishnu era noto sin dalle origini della religione induista, chiamata allora brahmanesimo. Uno dei testi più antichi di questa religione, il Rig-Veda, già cita Vishnu, sebbene come divinità minore aiutante del dio Indra in occasione di una guerra contro dei demoni capeggiati dal gigante Bali. È proprio con lui che Vishnu, sotto le sembianze di un nano, stringe un patto: lo spazio che copriranno tre dei suoi passi sarebbe stato riservato agli dèi, mentre il resto del mondo sarebbe stato sotto il dominio del gigante. Bali accetta l'offerta astuta di Vishnu che, con i suoi tre passi, riesce a varcare il cielo, la terra e gli inferi. Per questo, un attributo del dio è Trivikrama, "dai tre passi" e anche per questo motivo gli viene attribuita un'indole pervasiva nei confronti dello spazio cosmico e del mondo. 

 Nell'iconografia induista Vishnu viene rappresentato come un giovane dalla pelle bluastra con quattro braccia, che reggono ciascuna uno dei suoi quattro attributi fondamentali: il disco o ruota, la mazza, la conchiglia e il loto. Il primo attributo ha la duplice accezione di ruota solare, appartenente al carro celeste del sole e del disco, l'arma da lancio che veicola il significato di potere e protezione. La mazza richiama l'oggetto con cui Vishnu uccise il demone Gada e simboleggia il potere distruttore del tempo. Anche la conchiglia rappresenta un'arma, poiché il suono del soffio che passa al suo interno spaventa e costringe i demoni alla fuga. Infine, il fiore di loto è legato alla divinità solare, oltre all'atto della già citata creazione del mondo.  

 Come Brahma, anche Vishnu ha una sposa, che è la dea della bellezza e dell'abbondanza Lakshmi. In realtà Vishnu possiede più di una moglie a seconda delle versioni, anche se meno note rispetto a Lakshmi. La sua cavalcatura è l'aquila Garuda.  

Vishnu a cavallo del serpente Sesha

 Shiva, il distruttore 

 Inquadrare in maniera esaustiva una divinità come Shiva non è semplice, probabilmente perché questa figura ha progressivamente accorpato tratti di divinità diverse. Shiva ha difatti ereditato nel tempo caratteristiche proprie di dèi come il collerico Rudra, il dio del fuoco Agni e il grande Indra che erano divinità di primaria importanza all'epoca del brahmanesimo, ma anche di divinità secondarie. Questa unione di attributi tanto diversi ha generato lo Shiva induista, che si venera oggi, il quale è una delle divinità più ambivalenti in assoluto.

 In quanto membro della Trimurti, a lui è affidato il ruolo di distruttore, colui che periodicamente riassorbe il mondo, annulla la separazione tra il sé individuale e universale per permettere a Brahma di creare un nuovo universo. La distruzione impersonata da Shiva non è da intendere in senso negativo, come saremmo tentati di fare nella mentalità occidentale, ma come una naturale conclusione di un ciclo di vita-morte che, con la dissoluzione dell'ordine esistente, permette di ricrearne uno nuovo.

 Sempre in questo senso la scuola filosofica indù del Samkhya, che attribuisce alla materia tre tipi di manifestazione, detti guna (sattva, ovvero aggregante, rajas, equilibratrice e tamas, disgregante) associa a Shiva il controllo della tamas, la manifestazione disintegrante che include qualità come passività, inerzia, e ignoranza. Per questo Shiva può assumere due atteggiamenti contrapposti che corrispondono alle tendenze appena descritte: in quanto distruttore, nella sua forma attiva impersonifica il Tempo e la Morte, è il guerriero che lotta contro i demoni ma anche il dio vendicativo e violento; nella sua forma passiva invece appare come un essere immobile e addormentato,un nano bianco che, come Vishnu, delega il suo potere ad altre forze, dette shakti (letteralmente "energie") che agiscono sotto forma di donne.

 All'aspetto distruttore di Shiva fa da contraltare la sua indole benevola verso i suoi adepti. Il suo nome, che significa letteralmente "favorevole", insieme ad altri epiteti con cui è conosciuto il dio come Shankara ("dispensatore di felicità") e Shambu ("luogo di felicità") sono indice della natura benefica di questo deva. Shiva è una delle divinità più generose e altruiste del pantheon induista, è un amico sempre pronto a intervenire per aiutare i suoi fedeli e per soccorrere l'intera umanità. Anche se in Occidente questa faccia di Shiva è meno conosciuta, non è da considerare meno importante rispetto alle sue vesti di distruttore. Probabilmente questa è la ragione dell'enorme diffusione del culto di Shiva, che supporta i suoi devoti sia dal punto di vista fisico sia dal punto di vista spirituale.

 È da ricollegare all'indole benefica di Shiva anche il suo controllo della sfera sessuale e procreatrice. Nei santuari shivaiti sovente svetta il linga, un oggetto di forma fallica che ricorda la protezione del dio in ambito sessuale. Va detto che in origine il culto del linga era indipendente dalla figura di Shiva, solo in seguito è stata stabilita un'associazione tra i due. Per esempio, sono numerose le leggende che, ponendo Shiva in primo piano rispetto a Brahma e Vishnu, vogliono che sia proprio Shiva a creare le acque primordiali per poi fecondarle con il "Germe d'oro" (detto Hiranyagarbha) in cui viene racchiuso Brahma. 


 In contrasto con il patrocinio sulla sfera materiale e fisica della sessualità bisogna evidenziare anche il dominio di Shiva in campo spirituale.  Egli è infatti anche il perfetto asceta, signore di tutti coloro che praticano lo yoga (gli yogin), in grado di immergersi totalmente in se stesso e di adottare una concentrazione tale di restare seduto in una posizione yoga per lunghissimo tempo su una cima dell'Himalaya con il capo cosparso di cenere.  In questa veste Shiva si converte nel protettore della meditazione, dell'ascesi mistica e di quanti le praticano, cercando di avvicinarsi al Trascendente per liberarsi dalla schiavitù dei piaceri del mondo e dalla sua materialità.

 Come Brahma e Vishnu, anche Shiva è protagonista di una precisa iconografia. Oltre a essere adorato sotto forma del linga, come già accennato, il dio viene rappresentato in modi diversi, accomunati però dalla presenza di elementi precisi: la sua cavalcatura, rappresentata dal toro bianco Nandi; la carnagione color biancastro (tipica delle ceneri) con la gola blu, o alternativamente la pelle interamente di colore blu, come Krishna; i capelli raccolti sulla sommità del capo adornati con la luna crescente e il fiume Gange (in memoria di quando il deva attenuò la caduta del fiume sulla terra); i tre occhi, dove il terzo sulla fronte rappresenta sia la conoscenza interiore sia la capacità di Shiva di incenerire con il suo fuoco qualsiasi cosa qualora se ne presenti occasione; la fronte solcata da tre linee orizzontali; una collana di teschi umani e una a forma di serpente che adornano il suo collo, insieme ad altri serpenti che talvolta fungono da bracciali; le famose quattro braccia con le mani che impugnano un tridente, un piccolo tamburo, una pelle di daino, un mazza con un cranio all'estremità, un'ascia o un fulmine

 Il colorito bluastro della gola di Shiva ha origine da un mito in cui i deva, sconfitti dai demoni asura (nome generico con cui vengono identificati i demoni) dovevano recuperare l'immortalità conferita dalla bevanda amrita. La coppa contenente la bevanda prodigiosa si trovava però in fondo a un mare di latte e gli dèi decisero di zangolarlo. Vishnu, sotto forma di tartaruga, portò il monte Mandara, che doveva servire da bastone della zangola, sul fondo del mare e gli altri deva avvolsero il serpente Vasuki attorno alla montagna, come una corda. Gli dèi iniziarono così a tirare le due estremità del serpente per zangolare il mare di latte ma, a un certo punto, il serpente Vasuki rigettò un abbondante fiotto di veleno, talmente potente che poteva distruggere tutti i deva. Fu Shiva a evitare la morte dei suoi compagni, raccogliendo il veleno in una mano e ingoiandolo. Come segno del gesto, la gola gli rimase blu.

Shiva in una versione che lo ritrae con due braccia

 Infine, un'immagine molto nota dell'iconografia di Shiva è quella del dio danzante, noto con il nome di Nataraja. Anche questa immagine si può ricondurre a un mito, secondo il quale una volta a Chidambaram (o Tillai) alcuni rsi (nome con cui si indicano eremiti, saggi o cantori) di una foresta himalayana volevano uccidere Shiva per mezzo di canti magici. Il dio si difese inziando a ballare e trasformò quelli che volevano essere canti di morte in energia creativa. I saggi, vedendo che il loro piano era fallito, generarono con delle pratiche magiche il nano Apasmara, personificazione dell'ignoranza e dell'oblio, scagliandolo contro il deva. Ma Shiva non si lasciò sorprendere e schiacciò il nano con il suo piede destro, spezzandogli la colonna vertebrale. La vittoria di Shiva significava da un lato la liberazione dell'umanità intera dal flagello dell'ignoranza e dalla perdita della memoria simboleggiate da Apasmara e dall'altro il distacco dalla vita terrena, rappresentato dalla gamba sinistra del dio, sollevata in aria. In questa raffigurazione Shiva è circondato da un arco di fuoco e possiede quattro braccia che svolgono gesti diversi: una delle mani destre è sollevata in segno di protezione e invita il fedele a non aver timore; l'altra destra regge il tamburo primordiale a forma di clessidra, con spiccati significati cosmici (dove i due triangoli formanti la clessidra si uniscono inizia la creazione, mentre nelle estremità vi è la distruzione della vita); la mano sinistra che sconfina nel lato destro del corpo richiama una proboscide di elefante, simbolo di forza; l'altra mono sinistra invece regge il fuoco, elemento distruttore per eccellenza che porta però anche a un'evoluzione, a un rinnovamento. Il tutto è sorretto da un fiore di loto, fonte da cui scaturisce l'arco di fuoco che raffigura la sacra sillaba Om

 Ecco dunque che l'immagine di Shiva danzante si carica di forti valenze cosmiche, evidenti già dal luogo in cui egli compie la danza, Chidambaram, considerato il centro dell'universo. Trasferendo il centro dell'intero universo al microcosmo, vediamo che Shiva danza nel centro del cuore di ogni uomo, liberandolo dall'illusione e dall'ignoranza. Inoltre, le attitudini descritte riassumono tutte e cinque le attività cosmiche del dio: creazione (rappresentata dal tamburo e dal sacro Om), conservazione (la mano che offre speranza), distruzione (il fuoco), illusione (il piede sul suolo) e liberazione (il piede sollevato). Queste dunque sono tutte le fasi della vita dell'universo indù, che si manifesta, si preserva e alla fine viene riassorbito. La danza di Shiva, quindi, nel macrocosmo, simboleggia l'eterno mutamento a cui è sottoposta la natura e scandisce i ritmi dei cambiamenti, determinando la nascita, il moto e la morte di tutte le cose.  

 
Shiva danzante


 Eccoci dunque alle porte di settembre, che ci annuncia la fine del silenzio e la ripresa di ogni attività. Presto saremo di nuovo immersi nel frastuono quotidiano e i rumori assorderanno di nuovo le nostre vite. Ma non dimentichiamoci che le nostre vite sono molto di più, che non possiamo ridurle solo alla nostra attività lavorativa o alle diversioni mondane. Come ci insegna la cultura indù, ogni uomo è un universo e partecipa alla vita del cosmo. Il mio augurio e proposito dunque è quello di non smettere mai di guardare in due direzioni: verso il cielo e dentro di noi. Solo così potremo rendere giustizia a noi stessi e solo così anche il mondo potrà trarne beneficio.





Fonti:
- RENOU, Louis, L'induismo, Xenia Edizioni, Milano, 1994, pp. 34-40;
- Wikipedia (italiano), voce "Brahma";
- Wikipedia (italiano), voce "Vishnu";
- Wikipedia (italiano), voce "Shiva";
- Wikipedia (italiano), voce "Trimurti";
- Liceo Berchet, ricerca sull'India, pagina "Sacra trimurti".