domenica 14 settembre 2014

L'incantesimo di Circe

 Scendendo da un nebuloso Nord verso un soleggiato Centro-Sud alla ricerca delle sospirate vacanze, si può ammirare sull'autostrada la scritta "Siete in un paese meraviglioso". Effettivamente chi, come me, vive a 20-30 km da Milano, nella zona forse più "sclerata" d'Italia, oberata dal lavoro e dalle scadenze, certe volte si dimentica di vivere in uno dei Paesi più belli del mondo.
 Per fortuna basta poco per rinfrescare il ricordo della bellezza. È sufficiente allontanarsi per qualche chilometro dal luogo di lavoro per immergersi in una campagna favolosa; in alternativa, se si decide di rimanere in città, occorre solo dotarsi di un occhio più attento per scorgere degli angoli pittoreschi o delle costruzioni che rivelano il gusto dei nostri antenati.
 Quest'anno una delle mie mete turistiche mi ha portato nel sud del Lazio, a metà strada tra Roma e Napoli. Il paesaggio che si può osservare nella zona del Circeo è veramente mozzafiato...

Vista dal monte Circeo

 Come si può non restare stregati da questo mare e questo sole?
 Del resto, non per nulla si ritiene che proprio in queste zone vivesse una delle maghe più famose dell'antichità: Circe, da cui appunto prende nome il monte Circeo.

 Nascita di Circe

 Solitamente consideriamo Circe come una maga o una strega, ma in realtà si tratta di una vera e propria divinità.  Circe nasce infatti dall'unione di Elios, dio del sole, e dell'oceanina Perseide, anche se per alcune fonti la vera madre di Circe sarebbe Ecate, una lugubre dea notturna associata in seguito alla magia. 
 Oltre alla figura del padre, sono numerosi i riferimenti che collegano il personaggio di Circe con il sole. Un fratello della dea è Eete, re della Colchide e custode del Vello d'oro, il cui nome proviene dal greco ἕως, eos, che significa letteralmente "aurora", "sole". Anche il nome  dell'isola su cui abita Circe, situata nei pressi del promontorio del Circeo, possiede la stessa etimologia: Eea. Infine, lo stesso nome della dea indica chiaramente la connessione a questo astro: Circe deriva da "circolo", forma dell'orbita che il sole traccia intorno alla terra. 
 Ciò dimostra che non ci troviamo di fronte a una fattucchiera qualsiasi, ma a una creatura soprannaturale dai nobili natali, sorella di Pasifae, moglie del leggendario re Minosse e zia di Medea, la protagonista dell'omonima tragedia di Euripide.

 Il mito

 Il mito più famoso dove incontriamo Circe appare nell'Odissea, quando Omero racconta dell'arrivo di Ulisse sull'isola di Eea. L'eroe manda in ricognizione i suoi compagni di viaggio, che arrivano al castello di Circe e accettano il cibo e le bevante offerte dalla padrona di casa. In seguito questi vengono trasformati in porci (o, secondo altre fonti, in animali che rispecchiano la natura di ciascuno) tranne Euriloco, che rifiuta di banchettare insieme ai compagni e decide di tornare da Ulisse per riferirgli l'accaduto.
 Oltre a Euriloco, l'eroe riceve aiuto anche dal messaggero degli dèi, Ermes, che gli suggerisce di aggiungere al filtro di Circe un'erba chiamata moly, che avrebbe neutralizzato l'effetto dell'incantesimo. La dea, una volta constatata l'inutilità delle sue arti magiche, è costretta a restituire l'aspetto umano ai compagni di Ulisse.
 Nonostante la disavventura, Ulisse passa un anno accanto a Circe e ha da lei un figlio, Telegono, fondatore della città di Tuscolo. Altre leggende affermano che dall'unione di Circe e Ulisse sarebbero nati altri personaggi eponimi, come Latino, il fondatore della stirpe dei Latini, Romo, Anziate e Ardeate, che avrebbero dato il loro nome alle città di Roma, Anzio e Ardea.
 Successivamente, l'eroe riparte e, su consiglio di Circe, si dirigerà nel poco lontano regno dell'oltretomba per parlare con l'indovino Tiresia (cfr. "Tiresia: le avventure di un indovino" in questo blog).

 Oltre a questa, vi sono altre vicende mitologiche dove compare Circe. La dea si sarebbe unita anche con il re latino Pico e addirittura con Giove, da cui avrebbe generato il dio Fauno.
 Nell'impresa degli Argonauti, Giasone e Medea giungono nel viaggio di ritorno all'isola di Circe, che li purifica dai crimini connessi e accoglie la nipote, ma non Giasone.
 Infine, si deve a Circe anche la trasformazione della fanciulla chiamata Scilla nel mostro che affrontano Ulisse e i compagni nell'Odissea. La giovane era colpevole di aver conquistato il cuore del dio marino Glauco, sul quale aveva messo gli occhi anche la dea.

Circe attorniata dalle sue vittime

 Vedendo la bellezza del Circeo, è facile credere che Circe vivesse davvero in quei luoghi. È come se il suo incantesimo riuscisse anche oggi a rendere il basso Lazio un posto da favola.
 Purtroppo, però, Circe non sapeva che avrebbe dovuto fare i conti con l'incuria degli uomini.
È vero che abbiamo avuto la fortuna di nascere in un Paese che è già meraviglioso, ma è anche nostro compito prendercene cura e non lasciare che il degrado abbia la meglio sui bellissimi monumenti e paesaggi della nostra terra, come spesso invece accade.
 Dimostriamoci dunque degni successori degli illustri abitanti che vivevano nella nostra stessa terra e aiutiamo Circe a perpetuare il suo incantesimo. Ricordiamoci di mantenere meraviglioso il nostro Paese.



Fonti:
- Wikipedia, voce "Circe";
- Il crepuscolo degli dèi, voce "Circe";
- Voce "Circe" in Enciclopedia dell'antichità classica "Le Garzantine", Edizione Mondolibri S.p.a. (su licenza Garzanti libri S.p.a.), Milano, 2000;
- Miti e...dintorni, voce "Circe".

giovedì 4 settembre 2014

Area amerindia

 Avevo già parlato un po' di tempo fa della mia collaborazione con dei siti di mitologia. Uno di questi è Bifröst, la cui redazione è composta interamente da appassionati di mitologia che partecipano al progetto senza percepire un ritorno economico. È  bello vedere che nonostante i mille impegni di ognuno, si riesca comunque a coltivare questa passione e condividerla con la rete.

 Personalmente è da poco che partecipo a questo progetto, ma posso dire che la cura e la dedizione nelle ricerche e nella documentazione delle varie aree sono davvero encomiabili. L'attenzione alle fonti e alle questioni linguistiche e la cura nelle ricerche ne fanno un portale affidabile e sicuro.
 In particolare, sento di dovere una menzione speciale a Dario Giansanti, il creatore del sito e infaticabile ricercatore su qualsiasi cosa abbia a che fare con la mitologia. È grazie a lui e alla sua disponibilità se ora Bifröst ha un'area amerindia.


 Per ora stiamo lavorando sulla popolazione dei Maya il cui maggior lascito di miti e leggende è costituito dal Popol Vuh o Popol Wuj, nella trascrizione moderna che io stessa sto imparando a utilizzare. Parte di questo lavoro è presente anche sul mio blog, in particolare la parte riguardante la creazione dell'uomo e le avventure dei gemelli Junajpu e Xb'alanq'e contro i falsi dèi. Su Bifröst, però, questa materia sarà trattata in modo molto meno frammentario, come permette l'elaborazione di una vera e propria sezione mitologica dedicata a uno specifico corpus di leggende. Inoltre, i miti saranno gradualmente accompagnati da approfondimenti e saggi interpretativi, frutto delle mie ricerche e di Dario, che mi sta dando un grande aiuto in questo lavoro. 

 L'area amerindia, come tutto il progetto Bifröst, sarà in costante aggiornamento anche se i tempi saranno lunghi, dato che si tratta per tutti i partecipanti di un'attività amatoriale, esercitata nei piccoli buchi di tempo libero in mezzo agli impegni quotidiani.

 Il mio sogno sarebbe allargare l'area amerindia con la trattazione di miti appartenenti ad altre popolazioni native americane, come Aztechi, Incas, o anche popolazioni nordamericane...
 Ma come al solito la mente corre troppo e il tempo è limitato, quindi per ora vi consiglio di godervi i Maya-K'iche' e le leggende del loro Popol Wuj.  

 Buona lettura! 

giovedì 7 agosto 2014

La fame incontenibile del Wendigo

  Chi mi conosce sa che non sono per niente una cinefila. Nonostante la mia profonda ignoranza in campo cinematografico, ci sono dei film che mi rimangono piacevolmente impressi. Uno di questi è The Lone Ranger, pellicola relativamente recente in cui un fantastico Johnny Depp interpreta Tonto, un indiano comanche.




 Oltre a essere un personaggio divertente e strampalato, mi ha aperto un piccolo scorcio sulla cultura indiana dell'America Settentrionale. Se vi capitasse di guardare questo film (e ve lo consiglio!) noterete che Tonto pronuncia costantemente delle parole strane per le nostre orecchie, tra cui questa: Wendigo.
 Da qui sono partite le mie ricerche e ho scoperto che questo Wendigo (o Windigo) esisteva davvero nel folklore pellerossa. Vediamo un po' di cosa si tratta...

Denominazione

 Il nome di questo essere varia notevolmente a seconda delle zone geografiche e delle tribù indigene dell'America del Nord. Il termine che userò per riferirmi alla figura in questione (Wendigo, appunto) era quello più utilizzato dagli Algonchini, stanziati lungo la costa orientale nordamericana e nella regione dei Grandi Laghi, al confine tra Canada e Stati Uniti. 
 Altre varianti fonetiche sono Weendigo, Windago, Windiga, Witiko, Wihtikow, Wìdjigò e molte altre, tra cui Manaha, Wiindigoo in lingua Ojibwe, e Wīhtikōw in lingua cree. Tutte queste trovano corrispondenza nel proto-algonchino Wi·nteko·wa, il cui significato originario rimanda a "gufo".
 In altre zone, invece, il nome cambia sensibilmente, anche se riferito allo stesso tipo di creatura. Nel Maine si parlava di Kikakwe, tra gli Uroni di Strendu; gli Eschimesi usano il nome Tornii o Toonijuk, che diventano Mahoni nello Yukon e Sasquatch nella Colombia Britannica. Ancora, tra i Micmac c'erano i Gugwe, nella zona centrale del Canada i Weetigo e nel Quebec, oltre al già citato Witiko, si usava anche Kokotshe, Atchen e Misabe.

Aspetto e caratteristiche

 Come il nome, anche l'aspetto fisico del Wendigo assume caratteristiche diverse a seconda della tribù e della zona geografica di provenienza. Tuttavia, vi sono degli attributi che rimangono costanti: il Wendigo appare in ogni caso una creatura maligna, solitamente di grandi dimensioni, pelosa, dal corpo scheletrico ed emaciato, poiché è figlio del Freddo e della Fame tipicamente invernali. E' quasi sprovvisto di labbra, le quali sono sottilissime per mostrare i terribili denti affilati. Si dice che abbia un cuore di ghiaccio e che l'unica possibilità per eliminarlo sia proprio sciogliere il suo cuore con in fuoco.
 Ma la caratteristica più spaventosa del Wendigo è la sua costante fame di carne umana. E' un cacciatore temibile, velocissimo, che non molla mai la preda una volta che la individua. Si muove così velocemente che i suoi piedi si staccano per la consunzione, ma vengono immediatamente sostituiti da altri arti.
 Anche le abitudini ferine avvicinano il Wendigo a una bestia; è solito grattarsi il corpo contro la corteccia degli alberi ed emette urla animalesche, anche se è in grado di riprodurre anche la voce umana. Gli Shoshoni, inoltre, attribuiscono a questi mostri l'appellativo Dzoavits, "giganti di pietra", probabilmente perché usano le pietre come armi o per via della corazza simile alla pietra che ricopre il loro corpo, formatasi con la terra che rimane attaccata al loro corpo quando si rotolano sul suolo.



Nascita di un Wendigo

 La ragione della famelicità impressionante di queste creature è da rintracciare nella loro origine. Secondo le leggende pellerossa i Wendigo erano un tempo degli esseri umani che, per non morire di fame durante gli inverni rigidi nordamericani, sono ricorsi al cannibalismo. Si dice che ogni volta che un Wendigo divora un umano, le sue dimensioni aumentino, di modo che non riesce mai a sfamarsi. Probabilmente, la mostruosità di una creatura simile doveva servire da deterrente contro il cannibalismo per le tribù native, che dovevano affrontare inverni durissimi, con scarse risorse alimentari.
 Altre fonti narrano che una persona poteva trasformarsi in un Wendigo se veniva posseduta in sogno, a causa di un sortilegio di uno sciamano, oppure se veniva morsa da un altro Wendigo. Un'altra causa molto interessante che può convertire un umano in questo mostro è una smodata avidità.

 Proprio l'avidità è il tratto che contraddistingue il bandito Butch Cavendish, l'antagonista del film The Lone Ranger che Tonto e il Ranger solitario John Reid devono fronteggiare. Non è dunque un caso che l'indiano comanche si riferisca a lui proprio con il nome di Wendigo, che nel film diverrà un termine per indicare anche la sete di potere e di denaro di alcuni uomini.
Il Wendigo, quindi, si trasforma in un monito contro l'avidità, il vero spirito maligno che possiede gli uomini rendendoli dei mostri.



Fonti:
- Wikipedia (italiano), voce "Windigo";
- Wikipedia (inglese), voce "Wendigo";
- Il crepuscolo degli dèi, voce "Wendigo".

domenica 9 febbraio 2014

Leonardo da Vinci e il gigante Argo

 Incredibile ma vero, domenica 25 gennaio 2014 ho finalmente potuto prendermi una pausa dopo un periodo piuttosto intenso, così il mio ragazzo ha pensato bene di portarmi a Milano, al Castello Sforzesco. 

 È proprio vero che si impara ad apprezzare quello che si ha solo quando si perde o si sta lontani per un po'. Negli anni dell'università Milano non mi è mai piaciuta, con tutta quella gente sempre a correre e a sgambettare senza guardare dove mette i piedi. Ora invece, che non frequento più tanto spesso la metropoli, confesso che mi manca. Le volte che ho avuto occasione di tornarci, ho scoperto in quella città che prima mi sembrava solo caos e inquinamento degli angoli veramente unici. Rivedendo il Castello, ho pensato a quante volte sono passata di fianco a tante bellezze senza fermarmi ad ammirarle. E solo ora inizio ad apprezzare la vicinanza a una metropoli dinamica, che organizza molti eventi importanti.

 Tra questi c'era anche una piccola mostra gratuita su Leonardo, riguardante principalmente il Codice Trivulziano, che raccoglie tutti gli scritti risalenti al periodo in cui quest'uomo geniale ha vissuto a Milano. Il Codice è stato completamente digitalizzato e si potevano sfogliare le pagine senza correre il rischio di disintegrarle. È stata un'emozione vedere da vicino la scrittura e gli studi di quest'uomo straordinario, che ha fatto discutere generazioni e generazioni di scienziati e intellettuali. Per non farsi mancare nulla, infatti, l'altra parte della mostra era dedicata agli scritti degli intellettuali su Leonardo da Vinci nei secoli successivi alla sua morte. 

 Senza farlo apposta, ecco che anche qui la mitologia mi ha seguito e braccato con le sue innumerevoli storie tramandate a voce da millenni. Nella piccola sala semioscura dov'era allestita la mostra, infatti, capeggiava questo affresco:



 Nel preciso istante in cui mi sono voltata a guardarlo, è comparso un gruppo di turisti accompagnati da una guida, che ha iniziato a spiegare il soggetto ritratto dall'immagine. A causa del tono basso della guida e della mia posizione sfavorevole, non sono riuscita a captare tutto. Sentivo solo Argo...Giunone...Giove...Mercurio ha ucciso Argo...
 Per fortuna lì vicino c'era un foglio su cui erano scritte notizie sull'affresco e sul misterioso soggetto privo di testa. La storia era interessante, così non ho perso tempo e mi sono documentata sui protagonisti della storia che avevo afferrato solo in parte.

 Gli studiosi sono tutti d'accordo nell'identificare nella figura acefala un personaggio della mitologia greca di nome Argo. Si trattava del figlio di Agenore e di Gea, un essere gigantesco famoso per avere svariate paia di occhi (la maggior parte delle fonti parlano di un centinaio di occhi), che faceva riposare a turno, in modo che nulla potesse passare passargli inosservato. Grazie alla sua forza straordinaria, Argo aveva liberato l'Arcadia da un toro mostruoso e da un satiro che faceva razzia del bestiame e uccise anche Echidna, un mostro che aveva per metà un corpo di donna e per metà di serpente, che divorava i passanti.

 Il povero Argo, però, doveva ancora fare i conti con i vizi del padre degli dèi Zeus, rinomato donnaiolo olimpico. Il dio del tuono, infatti, si era invaghito della ninfa Io e, per sottrarla alle grinfie della moglie infuriata Era, la tramutò in una giovenca. Ma la dea, che presentiva il tradimento del marito, riuscì a ottenere in dono la giovenca-Io, la legò a un ulivo e pose a sorvegliarla proprio il gigante Argo. Era non poteva servirsi di un guardiano migliore, poiché Argo non dormiva mai: se cinquanta dei suoi occhi si chiudevano durante la notte, gli altri cinquanta rimanevano vigili fino all'alba del giorno seguente.
 Preoccupato per l'incresciosa situazione, Zeus si rivolse a Ermes, il messaggero degli dèi, che si travestì da pastore e avvicinò Argo cantando e suonando una dolce melodia. Il gigante, ammaliato dalla musica di Ermes, lo fece sedere accanto a sé, pregandolo di continuare il suo canto. Sulle note della canzone di Ermes, il gigante Argo si addormentò profondamente, senza che nessuno dei suoi cento occhi rimanesse aperto. A quel punto, Ermes lo decapitò e liberò l'amante di Zeus.
 Era, grata al gigante per i suoi servigi, come segno di riconoscimento pose ognuno dei cento occhi di Argo sulle piume del pavone, che divenne l'uccello sacro alla dea.  

 Insomma il povero Argo è rimasto vittima di una delle miriadi di dispute tra Zeus ed Era. Molti racconti della mitologia greca si incentrano sull'infedeltà coniugale di Zeus. Sarà un caso che la figura principale della mitologia greca sia un donnaiolo farfallone? 
 Comunque è incredibile come in quasi tutto ciò che ci circonda sia rintracciabile un elemento mitologico. È una realtà che troppo spesso ignoriamo oppure non conosciamo a sufficienza. Eppure noi siamo il prodotto di quella civiltà, di quei racconti, di quei miti. Dobbiamo solo ricordarcene.
  

Fonti:
- Wikipedia, voce "Argo Panoptes";
- Wikipedia, voce "Echidna";
- Mitologia e...dintorni, voce "Argo";
- Il crepuscolo degli dèi, voce "Argo (2)".

venerdì 3 gennaio 2014

"Il cavaliere senza morte" di Davide Van de Sfroos

De tera n'ho traversàda, de acqua n'ho cognussüda,
de veent n'ho inscè purtaa in di me sacöcc...
se sun sbassàa come un ramm de sàles, se sun smagiaa come un trunch de plàten
ma sun staa anca bel drizz cumè un ciprèss...
quaand che m'hann dii che'l mund girava ho cuminciaa a cürrech a'dree e adèss ho giraa püsse de luu... ma l'soo che ho mea vengiüü...

Ho pruvaàa el Martèll de Thor, i sgrafignaad de la Baba Yaga e Vainamöinen el m'ha insegnaa a cantà...
e quanti omen con scià na spada ho trasfurmàa in funtàn de saangh
e pò la Morrigan la passava a netà tütt...
quand che m'hann dii che'l muund cantava stori de Achille e de Cuchulain
me n'ho cupàa püsèe de luur... ma de canzönn n'ho mai sentüu...

E alura via anima in pèna a carcà el fuund de la damigiana
senza necorgéss che ho bevüü in del Sacro Graal...
vurèvi beev per desmentegà e ho guadagnaa l'immortalità
propi la sira che vurevi pruvà a crepà...
una Valchiria da segunda man e un
druido senza giüdizi
m'hann faa sultà deent nel teemp comè un precipizi...
e sun partii per la nuova gloria e ho vedüü merci la storia
cumè un Dio in armadüra ma a pè biütt...

Forsi per noia o per vanità, sun naa in söl fuund del laagh
per ritruvà la spada de Re Artù...
ma Excalibur serviss a un cazzo, e Viviana me l'ha dii
se a manegiàla ghè lè un rembambii...
quand che m'hann dii che 'l muund pregàva, ho pregaa püsse de lüü
e adess che ho tacaa la spada al müür... effettivamente la me paar 'na cruus...

E sun partii per la tèra santa, la lama in cieel e l'infernu in tera
perchè m'han dii che l'era santa anca la guera...
culpi de spada a furma de cruus culpi de spada a mezzalöena
che in paradis a tücc ghe spècia una pultrona...
e i m'hann dii che se'n cupavi tanti, scancelavi i mè pecàà...
che l'è diverso cupà quii giüst e quii sbagliàa...

Ma me pudévi piö murì... e quindi niente aldilà...
ho saraa i öcc e ho pruvàa a specià...
ho speciaa che la finiva e sun indurmentaa
ho verdüü i öcc e ho veüü i carri armàa...



 Alzi la mano chi ha capito qualcosa di questa canzone. Senza barare, mi raccomando! ;)
Il post di oggi sarà un po' diverso rispetto agli altri, perché stavolta voglio che sia il testo della canzone a farla da protagonista. 
 Se anche a una prima lettura non avete capito granché, non preoccupatevi. Del resto, anche per me, che sono di provenienza nordica, leggere il dialetto laghée (parlato soprattutto nella provincia di Como e Lecco) non è proprio semplice. Quel poco che conosco del dialetto delle mie zone (provincia di Varese e Milano), raramente l'ho visto messo per iscritto (mea culpa!) e fatico molto meno a capirlo quando lo sento parlare, che non quando lo leggo. Per non parlare delle piccole, grandi variazioni linguistiche che intercorrono tra i dialetti lombardi, perfino tra paesi distanti anche pochi chilometri.

 Ora basta però, non voglio tediarvi oltre. 
 "Perché questa canzone?" vi starete chiedendo. Vi ho dato un aiuto evidenziando delle parole chiave per noi, appassionati di mitologia. E molto probabilmente anche Davide Bernasconi, in arte Davide Van de Sfroos, il bravo autore della canzone, deve esserlo. Per chi non lo conoscesse, Van de Sfroos è famoso proprio perché compone canzoni in dialetto laghée e ha acquisito una buona visibilità partecipando a Sanremo 2011 con "Yanez". Poco più di un mese fa ho assistito a un suo spettacolo e anche lì ho notato delle allusioni a specifiche figure mitologiche. Ora non voglio dire che la mitologia sia parte integrante dei suoi lavori, ma a volte traspare un certo attaccamento alle leggende (soprattutto nordiche) da parte di questo cantante.

 In questa canzone Van de Sfroos fa un uso particolarissimo della mitologia. Se siete riusciti a intuire qualcosa riguardo al tema, nonostante lo scoglio linguistico, avrete intuito che si parla di un cavaliere che è condannato a girovagare per il mondo per l'eternità e a rimanere immortale dopo aver accidentalmente bevuto dal Sacro Graal. 
 Ovviamente le imprese più importanti di un cavaliere sono essenzialmente belliche. Il valore di un guerriero veniva misurato in base a quanti uomini riusciva a uccidere. Il nostro protagonista della canzone ci racconta di averne passate tante e di aver posto fine a numerose vite. Per narrare le proprie avventure cita numerosi personaggi mitologici che andrò qui a introdurre brevemente.

 Il primo nome che incontriamo è quello di Thor, la divinità che nel pantheon nordico è seconda solo a Odino, suo padre. Thor è il signore del tuono che attraversa il cielo sul suo carro trainato da due caproni. Egli sa essere cordiale, ma è un terribile flagello quando la collera si impadronisce di lui: i suoi occhi sprizzano lampi e le sue possenti grida sono più forti del mare in tempesta e degli ululati del vento. La sua arma temibile è l'inseparabile martello Mjöllnir, forgiato dai nani, abilissimi orafi, col quale difende il mondo degli uomini e degli dèi dagli attacchi dei Giganti.

Thor, dio del fulmine
 
 Subito dopo si parla della Baba Yaga, che avevo traslitterato in "Baba Jaga" nel post a lei dedicato (cfr. "Baba Jaga, la strega dell'est" in questo blog). Si tratta di un personaggio importantissimo quanto terrificante delle fiabe russe, che svolge la funzione delle nostre streghe. Baba Jaga ha infatti l'aspetto di una vecchia raggrinzita e ossuta ma dotata di un vorace appetito, tant'è che spesso tenta di mangiare i protagonisti delle fiabe dove compare. Si sposta sempre a cavallo di un mortaio (che dirige con un pestello) e il suo arrivo è annunciato dal fremito del vento e delle foglie degli alberi. Vive in una capanna dotata di due zampe di gallina, di modo che possa spostarsi agilmente da una parte all'altra della Russia. 

Baba Jaga, la strega russa

 Dopo qualche parola incontriamo Vainamöinen, protagonista del Kalevala, celebre poema che costituisce una delle fonti principali della mitologia ugro-finnica. Si tratta dell'eterno cantore, dotato di una grande saggezza e conoscitore della magia, nato da sua madre Ilmatar dopo settecento anni di gestazione. Per questo motivo,  Vainamöinen nasce già vecchio, all'epoca dell'origine del mondo. Per anni il cantore resta in balia del mare, ma alla fine riesce a raggiungere la terra ferma e a salutare il sole e la luna. È grazie a lui che Sampsa Pellervoinen semina la terra per coprirla di vegetazione e recita l'incantesimo per far spuntare l'orzo. Inoltre, Vainamöinen fa crescere una quercia talmente alta e florida da coprire interamente il cielo, che sarà abbattuta poi da un eroe con il benestare del cantore (vedi "Alle radici dell'albero cosmico - L'albero come asse del mondo nella tradizione europea" in questo blog).

Vainamöinen, l'eterno cantore

 Restando sempre nella zone nordica europea, Van de Sfroos cita la Morrigan, una delle dee della guerra della mitologia celtica irlandese. Tutte le dee della guerra rivestono in Irlanda anche un ruolo di rilievo nella sfera sessuale, che le ricollega simbolicamente anche alla sfera dell fertilità. Morrigan è amante di Daghda, divinità appartenente ai potenti Tuatha de Danann, il capo della tribù. In questo caso, l'unione della Morrigan con Daghda rappresenta l'unione della dea della fertilità con l'intera comunità. La Morrigan, come le altre divinità guerriere (Macha, Nemhain e Badbh) è anche in grado di trasformarsi e di apparire sotto  forma di animali (specialmente di corvo, che sorvola i cadaveri nelle battaglie) o di altri esseri umani.

La Morrigan, dea della guerra

 Veniamo ora a una figura che ci è molto più familiare delle altre, dato che appartiene alla nostra tradizione mitologica. Tutti infatti conosciamo Achille, l'eroe acheo più valoroso tra i partecipanti alla guerra di Troia. Figlio della nereide Teti e del mortale Peleo, Achille è per metà dio e possiede una forza straordinaria e un'invulnerabilità quasi totale. La madre Teti, infatti, lo immerse nelle acque del fiume infernale Stige perché divenisse invincibile senza bagnarne i talloni, poiché reggeva il figlio per i piedi. Achille è dunque l'eroe guerriero per eccellenza, dall'ira letale, che cerca di ottenere l'immortalità con la gloria acquisita nella guerra di Troia.

 
Duello tra Ettore e Achille


 Ciò che Achille rappresenta per la mitologia greca è rappresentato in quella irlandese da Cù Chulainn. Molte cose accomunano Achille e il più grande eroe irlandese: 
- Cù Chulainn, come Achille, è un semidio, poiché secondo varie versioni mitologiche è figlio del dio Lug e della principessa Deichtine, figlia di Conchobar, potente re dell'Ulster; 
- possiede una forza smisurata, con la quale è in grado fin da ragazzo di disfarsi senza problemi del cane da guardia di un fabbro, Culann (da cui Cù Chulainn, chiamato in origine Sétanta, prende nome); 
- l'ira lo trasforma in una feroce macchina da guerra, simile in questo caso a un vero e proprio mostro;
- Cù Chulainn è ansioso di dimostrare il proprio valore attraverso le armi, proprio come Achille.


Il giovane Sétanta con il cane Culann
 Altre figure che sicuramente abbiamo sentito nominare sono le Valchirie, celebri protagoniste della cavalcata musicata da Wagner. Queste donne leggendarie e affascinanti erano le emissarie femminili di Odino, la divinità principale del pantheon nordico. Il loro compito era quello di scegliere, sul campo di battaglia, gli eroi più valorosi che, una volta morti, avrebbero trasportato nel Valhalla, una stanza del regno di Asgardr costruita apposta per chi perdeva la vita valorosamente. Appaiono sovente come fanciulle armate di lancia ed elmo, che cavalcano a fianco di Odino su cavalli alati.

Le Valchirie, emissarie di Odino

 Infine, facciamo un tuffo nel Medioevo con le numerose citazioni del ciclo arturiano dei cavalieri di re Artù. Il leggendario sovrano è la figura chiave dei poemi del ciclo bretone, che racconta le vicissitudini guerresche e amorose di re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda. Uno degli episodi più famosi è sicuramente l'estrazione, da parte del giovanissimo Artù, della mitica spada Excalibur dalla roccia, arma dotata di prodigiosi poteri magici. L'altro oggetto citato nella canzone è il Sacro Graal, il calice che Cristo avrebbe utilizzato durante la sua Ultima Cena con i dodici apostoli  e che occupa un posto di rilievo nella Tavola Rotonda. Non a caso diverse fonti del ciclo arturiano narrano che fossero proprio dodici i cavalieri membri. Viviana, infine, è il nome spesso attribuito alla Dama del Lago, l'entità fatata che riconsegna Excalibur ad Artù dopo che la sua lama era stata spezzata. Il ciclo arturiano racconta anche che fu la fata a crescere Lancillotto e a far innamorare di sé il mago Merlino. L'astuta fata seppe sfruttare a suo vantaggio i sentimenti che il mago nutriva per lei, tanto che riuscì a carpire tutti i segreti magici di Merlino senza mai concedersi a lui.

La Tavola Rotonda di re Artù

 Tutte queste citazioni mitologiche non sono certo riportate come sfoggio di cultura. Possiamo osservare, infatti, ora che le conosciamo meglio, che quasi tutte le figure nominate hanno una stretta connessione con la guerra. E se continuiamo a leggere il testo della canzone, vediamo che dalla "guerra mitologica" si passa alle guerre "storiche" delle crociate, dove quella che era Excalibur sembra diventare a tratti una croce e a tratti una mezzaluna, i simboli dei due grandi contendenti del "sepolcro di Cristo". A questo punto il cavaliere è stufo, non vuole più combattere, ma non può nemmeno lasciarsi morire, poiché il potere dell'acqua del Santo Graal glielo impedisce.
 Allora il "cavaliere senza morte" decide di dormire. Il suo lungo sonno e la canzone finiscono al risveglio dell'eroe, che vede i carri armati.

  Le epoche passano, ma l'idea delle guerra è sempre presente nell'uomo, dai primordi fino all'attualità. Il nostro cavaliere è come una telecamera che riprende l'evoluzione dei vari conflitti bellici e ne scopre l'orrore attraverso le numerose esperienze che è condannato a vivere.
 Ecco che la mitologia guerresca diventa un'arma contro la guerra: ci sono talmente tanti guerrieri, tante figure assetate di sangue, che il cavaliere si stufa di combattere. La mitologia qui è usata non per esaltare la guerra, ma per risvegliare le coscienze, per suscitare un sentimento di rifiuto di tutte le atrocità commesse.
 Pochi giorni fa, in occasione della festività del primo giorno dell'anno, abbiamo celebrato anche più o meno (in)consapevolmente la giornata della Pace, che coincide con il 1° gennaio. Vorrei che questa canzone fosse di buon auspicio per il nuovo anno, che ci ricordi senza troppa retorica l'importanza della pace in tutte le parti del nostro pianeta.

Buon 2014!!!

P.S. E ora, visto che avete avuto la pazienza di leggere fino a qui, vi regalo la traduzione in italiano: 


Di terre ne ho attraversate, di acqua ne ho vista scorrere,
di vento ne ho così portato nelle mie tasche
mi sono abbassato come un ramo di salice, mi sono macchiato come un tronco di platano
ma sono stato anche bello dritto come un cipresso...
quando mi hanno detto che il mondo girava ho cominciato a rincorrerlo e adesso che ho girato più di lui... lo so che non ho vinto

Ho provato il Martello di Thor, i graffi della Baba Yaga, e Vainamoinen mi ha insegnato a cantare...
e quanti uomini armati di spada ho trasformato in fontane di sangue
e poi la Morrigan passava a pulire tutto...
quando mi hanno detto che il mondo cantava storie di Achille e Cuchulain
io ne ho uccisi più di loro... ma di canzoni non me ne hanno mai scritte...

E allora via anima in pena a cercare il fondo della damigiana
senza accorgersi che ho bevuto dal Sacro Graal...
volevo bere per dimenticare e ho guadagnato l'immortalità
proprio la sera in cui volevo provare a morire....
una Valchiria di seconda mano e un druido senza giudizio
mi hanno fatto saltare nel tempo come in un precipizio...
e son partito per la nuova gloria e ho visto marcire la storia
come un Dio in armatura ma a piedi nudi....

Forse per noia o per vanità, sono andato sul fondo del lago per ritrovare la spada di Re Artù...
ma Excalibur non serve a un cazzo, e Viviana me l'ha detto
se a maneggiarla c'è un rimbambito
quando mi hanno detto che il mondo pregava, ho pregato più di lui,
e adesso che ho appeso la spada al muro.... effettivamente mi sembra una croce.

E sono partito per la Terra Santa, la lama in cielo e l'inferno in terra,
perchè mi hanno detto che era Santa anche la guerra...
colpi di spada a forma di croce colpi di spada a mezzaluna
che in paradiso a tutti spetta una poltrona...
e mi hanno detto che se ne ammazzavo tanti, cencellavo tutti i miei peccati...
che è diverso uccidere quelli giusti o quelli sbagliati...

Ma io non potevo più morire.... e quindi niente aldilà...
ho chiuso gli occhi e ho provato ad aspettare
ho aspettato che finiva e mi sono addormentato
ho aperto gli occhi e passavano i carrarmati...




Fonti:
- Canzoni contro la guerra, testo e traduzione del "Cavaliere senza morte";
- GATTO CHANU, Tersilla (a cura di), Miti e leggende della creazione, Vol. I, Fabbri Editore, Milano, 2001;
- Bifröst, voce "Vainamöinen"; 
- Celticpedia, "La Morrigan"; 
- Il crepuscolo degli dèi, voci "Artù" e "Viviana".

lunedì 11 novembre 2013

Siti mitologici da visitare

 So che è da tantissimo tempo ormai che non scrivo. In questi mesi ci sono stati talmente tanti cambiamenti che non ho avuto praticamente più tempo per scrivere i miei post chilometrici...ne sto preparando uno, ma procede veramente a rilento e non so quando riuscirò a pubblicarlo!

 Però ho voluto scrivere lo stesso per dirvi che ci sono, anche se non sono più presente come prima. Abbiate fede, prima o poi mi farò risentire...

 L'altro motivo di questo post è che vorrei annunciare che sto collaborando con due siti di mitologia, che gli appassionati non possono lasciarsi scappare.
 Se amate i miti e le leggende di tutto il mondo, segnatevi queste due pagine web, perché sono davvero interessantissime ed esaurienti.

 Il primo sito è un'enciclopedia mitologica, il Crepuscolo degli dèi, ideata e realizzata da Cristian Filagrossi. Funziona come una normale enciclopedia on-line, dove si può digitare una voce per trovarne la definizione. Le sezioni mitologiche presenti sono davvero innumerevoli, si va dalla "classica" mitologia greca a mitologie molto meno famose, come quella africana tribale, o afroamericana (con numerosi riferimenti al vudù).
 Vi sono poi dei veri e propri racconti inseriti nel sito, la sezione museale con le immagini e anche notizie su testi mitologici, fonti, e bibliografia.
 In particolare, mi occupo della sezione dedicata alla mitologia maya, inserendo nuove voci o modificandone alcune esistenti. Il tempo purtroppo è sempre poco, ma appena posso sono felice di aggiungere qualcosa!




 Un altro sito che osservavo già da tempo è Bifröst, che mi è stato utilissimo per redigere la mia tesi di laurea. Nonostante questo, solo di recente ho contattato Dario Giansanti, che è uno dei motori del sito e delle sue attività. Anche qui si tratta di un progetto amatoriale, curato da appassionati, che si documentano scrupolosamente riguardo a quanto viene pubblicato. 
 Il sito si struttura in varie aree geografiche e culturali, in cui vengono inseriti i racconti mitologici rielaborati dalla redazione e anche dei saggi interpretativi dei miti, con dei confronti anche con delle tradizioni culturali differenti. Come nel Crepuscolo, anche qui si possono trovare i testi originali, alcuni dei quali tradotti in italiano per la prima volta in assoluto, come Il libro delle invasioni d'Irlanda.
 Per quanto mi riguarda, ho dato pochi giorni fa la mia disponibilità per realizzare una sezione maya, che verrà inaugurata non appena ci sarà materiale sufficiente. Anche qui, il solito problema sarà il tempo, ma piano piano qualcosa verrà fuori! 




 È curioso che entrambi questi siti abbiano scelto un nome che fa riferimento alla mitologia germanica!  
 Bifröst è il ponte arcobaleno che collega il mondo degli uomini, Midgardr, al luogo dove dimorano gli dèi, Asgardr, mentre con "crepuscolo degli dèi" si intende, sempre in area germanica, la fine del mondo o comunque quella che per il mondo norreno è una sorta di Apocalisse.

 Se siete appassionati di mitologia visitate questi due siti, sono davvero formidabili e molto curati! 
 Inoltre sono frutto della passione e dell'interesse gratuito di molte persone, che si adoperano per diffondere la cultura mitologica anche sul web. Ciò è la dimostrazione di come Internet possa essere uno strumento prezioso per la diffusione della cultura!

 Vi auguro allora una buona navigazione in questi siti, non lasciateveli perdere!

Ricordo infine il monito dell'Ulisse di Dante: 


Fatti non foste a viver come bruti, 
ma per seguir virtute e canoscenza

 Tutti noi secondo me dovremmo tenere bene a mente queste parole...

Alla prossima!


venerdì 16 agosto 2013

Buona estate

 Per ora il Giardino chiude i cancelli e rinnova l'appuntamento per settembre.
Purtroppo, come avete notato, non riesco ad aggiornarlo molto spesso a causa di vari impegni sul fronte studioso-lavorativo, ma vi assicuro che il mio pensiero va sempre ai contenuti del blog, ai quali tengo molto. Anche per questo, prima di scrivere un post mi informo accuratamente sulla materia che vado a trattare, motivo per cui i tempi di stesura certe volte sono veramente lunghi.

 Ho già raccolto del materiale sul prossimo post, ma non vi anticipo nulla, sarà una sorpresa...potete tentare di indovinare se volete! ;D

 Intanto vi ricordo che, se desiderate, potete scrivermi per suggerirmi degli argomenti da trattare che vi stanno particolarmente a cuore o che hanno attirato la vostra attenzione.   



BUONA ESTATE A TUTTI!!!!