sabato 15 novembre 2014

C'era una volta l'America - Cosmologia maya

  Non ho mai fatto mistero di avere un debole per le civiltà mesoamericane. Anche per me l'incontro con l'America ha rappresentato la scoperta di un Nuovo Mondo, ma non nel senso attuale del termine. Non mi affascina il sogno americano, bensì ciò che esisteva prima che Cristoforo Colombo sbarcasse a San Salvador.
 Purtroppo conosciamo le conseguenze terribili del confronto tra Europa e America dopo il 1492. Ciò che invece non conosciamo è la ricchezza culturale delle popolazioni che prima di Colombo regnavano sul continente americano. Nei libri scolastici di storia Maya, Aztechi e Incas sono liquidati in pochi paragrafi e sono citati solo in quanto popolazioni sottomesse dai conquistadores spagnoli. Eppure dietro a questi nomi c'è un mondo che per noi europei rimane tuttora sconosciuto. 
 Non si tratta di un mondo rose e fiori, né di un mondo di santi innocenti. Ma è un'altra visione della natura e dell'universo che ci circonda che merita di essere conosciuta senza pregiudizi. Ecco perché oggi parlerò di come gli antichi Maya concepivano l'universo.

 Il mondo maya

 Le popolazioni mesoamericane possiedono un sostrato religioso molto simile. Perciò, il modello dell'universo concepito dai Maya era condiviso anche da altri popoli che vivevano in luoghi limitrofi.

 Una delle più importanti fonti maya che ci ha permesso di ricostruire la struttura del cosmo è il Chilam Balam di Chumayel, il quale ci informa che il mondo era diviso in tre grandi compartimenti: cielo, terra e inframondo, corrispondente agli inferi di varie tradizioni mitologiche europee. La terra costituiva una base quadrangolare su cui si sviluppavano due piramidi a gradoni, con vertici opposti: il cielo contava tredici scalini, sei ascendenti a est e sei discendenti a ovest, con il settimo alla sommità della piramide, in modo che il primo e il tredicesimo gradino, il secondo e il dodicesimo, ecc. si trovavano sullo stesso livello; l’inframondo, invece, si costruiva su nove gradini, quattro discendenti e quattro ascendenti disposti in modo speculare rispetto alla piramide celeste. Ogni gradino era governato da una divinità celeste o sotterranea, secondo il livello in cui si trovava il gradino; alla sommità della piramide celeste risiedeva il Canhel[1], ovvero il principio vitale del cosmo, che coincideva con il dio creatore[2], mentre il nono livello dell’inframondo era governato dalle divinità della morte.       

 Per quanto riguarda la faccia della terra, sia Maya, sia altre popolazioni messicane credevano che essa fosse posta sul dorso di un caimano o di un coccodrillo, che galleggiava a sua volta in un immenso bacino acquatico. 



 Le quattro direzioni 
 Un’altra caratteristica peculiare della terra maya è che, oltre a costituire la base quadrata su cui si sviluppavano la piramide celeste e dell’inframondo, era divisa in quattro settori. Le linee di divisione indicavano la traiettoria che compiva il disco solare nel corso dell’anno, che secondo i Maya era circolare. I punti più importanti della rotta del sole erano i solstizi e gli equinozi, che determinavano sia la partizione della terra nei quattro settori, sia la misurazione del tempo, concepito in maniera ciclica proprio perché rispecchiava la forma dell’orbita percorsa dal sole. La stretta connessione tra spazio e tempo tipica della cultura maya è dimostrata proprio dalla concezione quadrangolare e quadripartita della terra: i vertici di questo quadrato corrispondono alle direzioni di nordest, nordovest, sudest e sudovest, che non corrispondono solo a punti dello spazio, ma anche alle coordinate temporali dei solstizi e degli equinozi. 


 Ogni settore era poi contraddistinto da un colore simbolico. LEst era associato al rosso. Questa era la direzione principale per i Maya, perché era il punto in cui sorgeva il sole, fenomeno che simboleggiava la forza vitale. Era il punto con cui si identificava il dio sole e il pianeta Venere, nella veste della Stella del mattino. Il colore rosso esaltava queste caratteristiche, poiché richiamava il sole, il fuoco, il mais arrostito, la linfa dell’albero sacro, chiamato ceiba, e il sangue, che insieme agli altri elementi era simbolo di forza vitale. Quest’ultimo, in particolare, rivestiva un ruolo centrale nei sacrifici e negli autosacrifici, in cui veniva versato molto sangue per nutrire la terra e le divinità.

 L’Ovest si identificava con il nero. Se l’Est rappresentava la vita e il sole nascente, l’Ovest simboleggiava al contrario la morte, la guerra e il mondo dell’oltretomba. Questa è la direzione in cui il sole tramonta e si accinge a percorrere il suo cammino lungo le viscere della terra, sotto forma di astro notturno, simboleggiato dal giaguaro. Il nero era il colore che meglio  rappresentava le idee di morte, di notte e di oscurità, che però non necessariamente erano viste come aspetti negativi dell’esistenza. Il buio della notte e soprattutto dei pozzi profondi di acqua torbida dove venivano perpetrati i sacrifici umani, detti cenotes, erano dei mezzi per avvicinarsi agli dèi. Molti sacrifici erano infatti celebrati di notte e si riteneva che chi riusciva a sopravvivere dopo essere stato gettato in un cenote fosse in grado di pronunciare vaticini. Gli Aztechi, diversamente dai Maya, associavano all’Ovest il colore bianco e una delle divinità più importanti: Quetzalcoatl.

  Il Sud era indicato con il giallo. Vale la pena evidenziare che, a differenza della cartografia attuale, il punto cardinale che si trovava più in alto nel mondo maya era l’Est, alla cui destra era di conseguenza collocato il Sud. Come l’Est, anche il Sud veicolava una simbologia legata alla forza e alla vita, enfatizzata dal colore corrispondente. Il giallo è infatti il colore del sole, del fondo del manto del giaguaro e soprattutto del mais maturo. Questo cereale era la principale fonte di sostentamento per i popoli mesoamericani, che gli attribuivano degli aspetti divini. Nella religione maya il mais era protetto da un nume tutelare e venivano svolti diversi rituali e sacrifici per propiziarsi la fertilità del terreno. Nella simbologia del Sud e del giallo si ritrova anche il giaguaro, simbolo del sole nel suo cammino notturno. Gli Aztechi, invece, riservavano al Sud il colore azzurro e il patrocinio di Huitzilopochtli, dio del sole, della guerra e di Tenochtitlán.

  Il Nord, infine, si accompagnava al bianco. Era il punto cardinale più lontano, la dimora della Stella Polare, intorno a cui ruotava l’intera sfera celeste. Da qui arrivavano le preziose piogge che fecondavano il terreno e rendevano possibile la crescita dei raccolti. Il bianco era un colore che, sia presso i Maya, sia presso gli Aztechi, era segno di regalità, purezza e spiritualità. Il bianco appariva anche come aggettivo in corrispondenza di alcuni luoghi, come “casa bianca”, “montagna bianca”, aventi una precisa funzione cultuale e una connotazione positiva, in contrasto con altri luoghi “neri”; le “acque bianche”, chiare, erano utilizzate per le abluzioni purificatrici, mentre quelle torbide dei cenotes, come abbiamo visto, conducevano alla morte. Un luogo molto particolare identificato con questo colore era la “Strada bianca”, il nome con cui i Maya chiamavano la Via Lattea e che trasmisero anche agli Aztechi. Questi associarono la Via Lattea al dio Mixcoatl, il “Serpente di nuvole”. Secondo un’ipotesi non condivisa dagli studiosi, i Maya credevano che la Via Lattea fosse la strada per Xibalbá, l’inframondo.

 A ciascuno di questi quattro settori corrispondeva una ceiba (l’albero del cotone selvatico), sulla quale era appollaiato un volatile, un tipo preciso di mais, di fagiolo e di altra flora e fauna, tutti dello stesso colore della direzione che indicavano. Sempre nei quattro punti cardinali, erano ubicati i quattro Bacab, delle divinità antropomorfe che erano incaricate di sostenere il mondo sulle proprie spalle. Questa quadruplicità non si limitava solo al livello terrestre, ma si estendeva sia alla piramide celeste, sia alla piramide sotterranea, di modo che ogni livello delle piramidi sia di quattro colori diversi. Anche le divinità governatrici dei vari livelli delle piramidi a gradoni, quindi, sono nello stesso tempo uno e quattro; per esempio Chac, dio della pioggia, è presente nelle varianti dei quattro colori: rosso, bianco, nero e giallo.


 Il centro del mondo

  Oltre a queste quattro direzioni, ve ne era un’altra fondamentale: il Centro del mondo, che costituiva la quinta direzione. Il Centro del mondo collegava tutte e tre le zone cosmiche (cielo, terra e inframondo) grazie a una grande ceiba, che affondava le radici nell’inframondo e protendeva i rami fino al cielo. Come nella mitologia germanica, dunque, anche nella tradizione maya ritroviamo il motivo dell’albero come asse del mondo, che permette la comunicazione e il passaggio attraverso le zone cosmiche: le anime dei defunti, per raggiungere Xibalbá, l’oltretomba maya, scivolavano lungo la linfa rossa della ceiba e le divinità, per scendere sulla terra o salire al cielo, si arrampicavano sui suoi lunghi rami. Ai due estremi di questa ceiba erano collocati il dio supremo del cielo, il Canhel, e il dio della morte dell’ultimo livello dell’inframondo, i due principi opposti che garantiscono l’equilibrio e l’armonia universale.
 Anche il Centro possedeva il proprio colore caratteristico: si trattava del blu e del verde, probabilmente un’unione tra i due, dato che i Maya avevano un’unica parola per definire questi due colori (Yax, in yucateco). Questa mescolanza tra blu e verde era una tonalità molto particolare, che si poteva ottenere solo mescolando l’argilla e il muschio presenti nel territorio maya. Per questo, ancora oggi il nome di questa gradazione è “blu maya”. Questo era il colore che più di tutti veniva utilizzato nei sacrifici: prima di perpetrare i sacrifici umani, i sacerdoti e le vittime si cospargevano di un unguento azzurro; nei mesi dedicati al dio della pioggia Chac, chiamati Yax e Mol, si dipingevano uomini e oggetti con questa tinta, che probabilmente possedeva un carattere purificatore. Il blu maya rimandava inoltre all’elemento acquatico, emblema della forza vitale e anche della purificazione. L’importanza di questo colore era testimoniata anche dalla presenza massiccia di oggetti di giada, pietra dura che presso i Maya era più preziosa dell’oro proprio in virtù del rimando spirituale all’acqua e al suo valore purificatore.



 I Maya oggi

 Questa struttura del cosmo è stata tramandata dalle popolazioni di stirpe maya fino al giorno d’oggi. È il caso dei Maya tzotzil, abitanti degli altopiani del Chiapas, in Messico, che hanno conservato una visione dell’universo molto simile a quella dei Maya classici, che comprende le due piramidi, la base terrestre quadrangolare e la grande ceiba centrale, sulla quale si arrampicavano i personaggi e i curatori più importanti per ascendere al cielo come divinità. Il sole, il Santo Padre, era posto al tredicesimo livello della piramide celeste e la sua apparizione a est era preceduta da Mukta Ch’on, un serpente che impersonifica Venere. Anche il tragitto del sole degli tzotzil ha forma circolare: l’astro sale un gradino della piramide celeste ogni ora a bordo del suo carro, lungo una strada di fiori, e di notte scompare nel mare per illuminare il mondo sotterraneo, chiamato Olontik. Infine, come presso i Maya classici, anche per gli tzotzil il mondo è il risultato della perenne lotta tra le divinità celesti, benefiche forze positive, e quelle sotterranee, forze distruttive e negative. In entrambi i casi, bene e male sono due tasselli imprescindibili per l’equilibrio cosmico.


 Questa era l'America prima di Colombo e prima dei massacri da parte dei conquistadores. Nemmeno allora era immune da stermini e da atroci sacrifici umani, perché gli uomini sanno compiere atrocità a prescindere dall'etnia di appartenenza.
 Ma per me rimane l'America più autentica, quella che oggi molte volte è dimenticata e sepolta da un'Europa che, a distanza di 522 anni, ancora non ha imparato a conoscere e ad accettare il "diverso".
  





Fonti:

-          DE LA GARZA, Mercedes, “Origen, estructura y temporalidad del cosmos” in AA.VV., Religión maya, Editorial Trotta, Madrid, 2002, pp. 54, 68-72;

-          LONGHENA, Maria, Scrittura maya – Ritratto di una civiltà attraverso i suoi segni, Mondadori, Milano, 2011, pp. 68-73;

-          THOMPSON, John Eric Sydney, La civiltà maya, Einaudi, Torino, 1994, pp. 276-279.





[1] Mercedes De La Garza ipotizza che questo appellativo possa derivare da “Arcangelo” o “Angelo”, esseri che anche nell’immaginario cattolico possiedono ali piumate.


[2] La divinità creatrice era rappresentata da un serpente piumato. In area maya, il dio che svolge la funzione di creatore è chiamato Itzamná.

domenica 19 ottobre 2014

Samain, ovvero Halloween

 Si sta avvicinando anche quest'anno, anche se con meno clamore. Qualche anno fa all'inizio di ottobre le vetrine strabordavano di zucche arancioni, gatti neri, pipistrelli e altre decorazioni per l'arrivo della festa più importante del momento: Halloween.

 Non c'è niente da fare, è difficile resistere alla moda. Specialmente quando viene da nazioni influenti come Gran Bretagna e Stati Uniti. Da piccola, nonostante non fosse ancora scoppiato il boom di questa festa, sono rimasta anch'io affascinata da Halloween quando ne ho sentito parlare per la prima volta dalla mia maestra d'inglese.
 Ora che sono cresciuta e che è diventata un'usanza piuttosto diffusa anche in Italia, la mia posizione su Halloween è un po' più complessa. Innanzi tutto detesto il marketing economico che si è sviluppato intorno ad Halloween in questi anni (e non lo sopporto nemmeno in prossimità del Natale, dell'Epifania o Pasqua).
 Eppure...a me Halloween piace. Nonostante non sia una festa puramente delle nostre zone (anche se effettivamente in Italia da qualche parte esistono delle usanze simili a quelle anglosassoni, cfr. "Le radici alpine di Halloween"), nonostante la speculazione economica. Se da bambina sono rimasta affascinata dai travestimenti e dal "dolcetto o scherzetto", ora quello che mi attrae è la storia di questa ricorrenza, legata strettamente al mondo celtico.

 Vorrei divulgare e riscoprire il vero senso di questa festa, spogliandola di tutti i pregiudizi e dei fronzoli economici. Ecco perché oggi non parlerò di Halloween, ma di Samain.  

 Le quattro feste celtiche

 In realtà, Samain, da cui deriverebbe Halloween, è solo una delle quattro feste celtiche diffuse in Gran Bretagna e Irlanda. Queste cadevano nei punti intermedi tra gli equinozi e i solstizi e in Irlanda venivano chiamate Imbolc, Beltain, Lúgnasad e Samain
 Le più importanti erano Beltain (1° maggio) e Samain (1° novembre), che dividevano l'anno nelle due stagioni celtiche: quella estiva e luminosa e quella invernale, gelida e buia.
 Imbolc (1° febbraio) e Lúgnasad (1° agosto), invece, rappresentavano il culmine rispettivamente della brutta e della bella stagione. 
 È bene ricordare che l'anno celtico iniziava con la stagione oscura, preludio necessario della stagione luminosa. Entrambe le due metà dell'anno, infatti, erano necessarie per compiere il naturale ciclo del tempo e rappresentavano l'idea di dualità alla base della concezione celtica del mondo: la realtà dunque si regge su opposizioni (come ad esempio luce-buio), che si succedono l'un l'altra in un ciclo eterno. Quindi se dapprima la luce è intrappolata nelle tenebre dell'inverno, in un secondo momento è destinata inevitabilmente a rispuntare.
 Ecco perché Samain era la festività che segnava il capodanno celtico, quella più importante.

Il ciclo dell'anno celtico rappresentato in Bifröst


 Etimologia

 Tale festività era chiamata Samain in antico irlandese, che si trasformava nel gaelico scozzese Samhuinn, nel mannese Houney e che nell'irlandese moderno viene detta Samhain.  
 Secondo l'ipotesi etimologica più semplice, la parola deriverebbe dall'indoeuropeo *SEM(Ǝ)- "estate", a cui si sarebbe aggiunto poi fuin, "fine", che porta a identificare la festività con la fine dell'estate.
 Un'altra ipotesi invece farebbe derivare il termine dalla radice indoeuropea *SEM-/*SOM-, "insieme", che indicherebbe le riunioni organizzate appositamente per celebrare la ricorrenza.

 Il capodanno celtico

 Quando pensiamo alla festa di capodanno ci immaginiamo una serata di divertimento, piena di buoni propositi e di speranza per il nuovo anno. 
 Nel mondo celtico, invece, Samain non indicava la nascita dell'anno nuovo, ma la sua morte. La luce dell'anno si spegneva nel giorno di Samain e si preparava a trascorrere sei lunghi mesi nelle profondità delle tenebre invernali per poi farsi rivedere solo a Beltain, il 1° maggio.  
 Questo momento di transizione non sanciva solo il passaggio dalla luce al buio, ma anche il passaggio da una realtà naturale a una soprannaturale, che culminava proprio nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre. Le barriere tra il mondo dei vivi e quello dei defunti, tra il mondo naturale e quello soprannaturale e magico dei síde venivano annullate, permettendo così agli esseri soprannaturali e agli spiriti di manifestarsi. Ecco perché in Irlanda, nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre, la gente si guardava bene dall'uscire di casa ed evitava i cimiteri o luoghi affini. Le porte venivano accuratamente sprangate e, per tenere lontani gli spiriti malvagi, si ricorreva a una sorta di lumini ottenuti da cipolle svuotate e intagliate in modo che potessero emettere luce.
 Nonostante il timore verso gli esseri soprannaturali, però, era consuetudine anche preparare una piccola offerta di cibo da lasciare sulla soglia, affinché gli spiriti vaganti (soprattutto quelli dei parenti defunti), potessero sfamarsi. 

 Usanze antiche della notte di Samain

 La caduta delle barriere tra il mondo dei vivi e quello dei morti era percepita come un momentaneo ritorno al caos primordiale. Il disordine, la confusione di questa notte erano simboleggiati da diverse usanze, che contribuivano ad alimentare il timore della gente.
 I giovani impersonavano gli spiriti vaganti annerendosi la faccia oppure andando in giro vestiti di bianco, velati o coperti di paglia. Ciò voleva rappresentare l'annullamento della differenza tra vivi e morti durante quella notte.
 Un'altra differenza che cadeva a Samain era quella tra maschi e femmine: spesso infatti accadeva che i ragazzi si mascherassero da ragazze e viceversa.
 Nemmeno le proprietà terriere erano immuni da questo ritorno al caos. Quella notte era l'occasione per giocare brutti scherzi agli agricoltori: si rubavano cavalli e animali da cortile, si requisivano attrezzi da lavoro per buttarli negli stagni e si scagliavano ortaggi (rubati dai campi) contro le porte delle case.

 Samain però non significava solo scherzi di cattivo gusto. Il disordine coinvolgeva anche la dimensione temporale, eliminando le barriere tra presente, passato e futuro. Ecco perché a Samain era diffusa la pratica della divinazione, che avrebbe permesso di scoprire chi si sarebbe sposato o chi sarebbe morto durante l'anno nuovo. In Galles i più temerari potevano recarsi in una chiesa a mezzanotte per poter udire una voce che avrebbe svelato i nomi dei prossimi defunti, rischiando però di udire anche il proprio nome.




 I miti irlandesi

 Nella mitologia irlandese moltissimi avvenimenti importanti hanno luogo proprio nella ricorrenza di Samain. Qui ne citiamo alcuni: 
- il dio tribale Dagda Mór, uno dei membri più influenti dei Túatha Dé Dánann si unisce alla Morrigan, dea corvo della guerra e della fertilità; 
- viene combattuta la seconda mattaglia a Mág Tuired, che oppone i Túatha Dé Dánann ai terribili Fomori; 
- secondo alcune leggende, in questa notte una compagnia di eroi ubriachi, capitanata da Cú Chulainn, vaga insensatamente per le terre di Ériu; 
- muore Cú Chulainn, il più importante eroe irlandese; 
- il goblin Aillen dà fuoco al palazzo reale di Tara, minacciando così la più importante istituzione irlandese: la monarchia;
- aveva luogo il rito della triplice uccisione del re, che moriva per lasciare il posto a un nuovo monarca e alla futura primavera: prima il vecchio re era pugnalato, poi bruciato e infine affogato.
 Tutti questi eventi mitologici provano dunque l'importanza di Samain e della sua dimensione soprannaturale.

 Da Samain ad Halloween

 Con l'avvento del cristianesimo in Europa, Samain confluì nella festa cristiana dell'Ognissanti, spostata appositamente dal 13 maggio al 1° novembre da Papa Gregorio nell'835.
 Attualmente nei Paesi anglosassoni si conserva la traccia di Samain nella ricorrenza di Halloween, che precede l'Ognissanti. La parola deriva infatti dall'abbreviazione di All Hallows' Eve (vigilia del giorno dell'Ognissanti in inglese), che era proprio la notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre.
 Halloween venne esportata in America nel XIX dagli emigranti irlandesi e si trasformò in una sorta di Carnevale dove i bambini, mascherati da fantasmi, streghe e diavoli, ricordavano gli spiriti vaganti della notte di Samain. Le cipolle irlandesi vennero sostituite dalle zucche intagliate, più diffuse negli Stati Uniti, in cui venivano poste delle candele.

 La leggenda di Jack O'Lantern

 Alla più moderna festività di Halloween è strettamente legata la storia di Jack O'Lantern, chiamato anche Lantern Man, Hob O'Lantern, Will O' The Wisp. Si trattava di Stingy Jack, un pigro fabbro irlandese che la notte del 31 ottobre incontrò il Diavolo, che lo voleva condurre all'inferno. Jack disse che gli avrebbe venduto la sua anima in cambio di un'ultima birra, così il Diavolo si trasformò in una moneta. Jack avvicinò la moneta a una croce d'argento che teneva in tasca, impedendo al Diavolo di riprendere le proprie sembianze. Quest'ultimo, disperato, fu costretto a promettere a Jack in cambio della libertà che non lo avrebbe più importunato per dieci anni.
 Così, dieci anni dopo, la notte del 31 ottobre il Diavolo si ripresentò al fabbro in una strada deserta. Jack accosentì a seguire il Diavolo, a patto che prima gli cogliesse una mela da un albero. Una volta che il Diavolo fu tra i rami, Jack incise una croce sul tronco dell'albero per impedirgli di scendere. Il fabbro allora gli intimò di rinunciare alla sua anima, se voleva scendere dall'albero. Il Diavolo fu costretto a cedere e rinunciò per sempre all'anima dell'astuto fabbro.
 Quando Jack morì, le porte del Paradiso gli furono precluse a causa della sua condotta licenziosa, ma non poté nemmeno accedere all'inferno, perché il Diavolo aveva promesso che non avrebbe mai posseduto la sua anima.
 Così, Jack dovette vagare per la terra come uno spirito errante, illuminando il proprio cammino con una lanterna ricavata da una cipolla intagliata con un lumino al suo interno.




 Ci sarebbe ancora molto da scrivere su questa festività, ma ho cercato di raccogliere le notizie più importanti per tornare al vero significato della ricorrenza.
 Nonostante la distanza geografica e i cambiamenti intercorsi nei secoli, Samain e Halloween restano collegate indissolubilmente al ricordo dei defunti. Alla fine, tra Halloween e Ognissanti non c'è una barriera invalicabile, ma molti punti in comune.
 Lasciamo dunque da parte le polemiche, e dedichiamoci piuttosto al ricordo di chi non c'è più, sia santi, sia semplici defunti.


 Fonti:
- Bifröst, area celtica: "Le quattro feste stagionali"; 
- Bifröst, area celtica: "I cicli e la dualità del tempo";
 - Bifröst, area celtica: "La storia di Jack O'Lantern";
- Discoveryalps, "Le radici alpine di Halloween", 26 ottobre 2005; 
- GREEN, Miranda Jane, Dizionario di mitologia celtica, Bompiani, Milano, 2003.

venerdì 10 ottobre 2014

Una cartolina dall'Africa - Miti della creazione made in Sudan

 Che cos'è l'Africa?
Tutti la conosciamo come il "continente nero", colonizzato a più riprese dalle grandi potenze europee che ospita deserti e popolazioni dalla pelle scura. Tante volte la varietà di questo enorme continente viene ridotta solo a immagini raffiguranti donne e bambini in condizioni di povertà e di malattia, mostrate nelle campagne televisive di sensibilizzazione. Per carità, ben venga l'utilizzo nobile del mezzo di comunicazione più potente che esiste per attirare l'attenzione sulle difficoltà di queste persone, che meritano tutto l'aiuto possibile.

 Ma l'Africa è solo questo?
 Ovviamente no, dietro alla denominazione geografica e antropologica c'è molto di più. Ma per la televisione, l'unica Africa esistente è quella malata, povera e sofferente, che serve a suscitare compassione nei telespettatori che sono invitati insistentemente a donare 2 euro dal personaggio famoso di turno che nemmeno sa dove si trova l'Egitto sulla cartina geografica. 
 Oppure, peggio ancora, l'Africa è quella che si vede nei telegiornali quando c'è qualche guerra che coinvolge gli Stati Uniti o qualche altro Paese europeo. Perché queste sono le guerre importanti, le sole di cui valga la pena parlare. Poi, finita la moda della guerra in Libia o della primavera araba negli stati nordafricani, torna il silenzio assoluto.

 Troppe volte ci dimentichiamo che la realtà è molto più complessa di quella che ci viene mostrata. Spesso siamo noi a dover indagare per ricordarci che non esiste una sola Africa, ma che ogni nazione possiede delle proprie peculiarità e una propria cultura, anche se i mezzi di comunicazione di massa non ce le mostrano. 

 Sono ben lontana dall'essere un'esperta di culture africane, intendiamoci, anch'io devo imparare tanto su questa terra. E per cominciare voglio riportare dei miti del Sudan, una grande nazione dell'Africa nordorientale a sud dell'Egitto. Dato che i primi esemplari umani ebbero origine proprio in Africa, vediamo come due popolazioni sudanesi hanno spiegato l'origine dell'uomo sulla terra.



Nel Sud del Sudan, lungo il Nilo, vivono gli Scilluc, che attualmente costituiscono il terzo gruppo etnico della nazione. Il loro mito racconta che la creazione dell'uomo fu opera di Jouk, il grande dio creatore. Un giorno, a Jouk venne l'idea di plasmare l'uomo dall'argilla e dichiarò:

 L'uomo avrà gambe lunghe come il fenicottero per correre, lunghe braccia per maneggiare la vanga , una bocca per alimentarsi con il miglio e una lingua per cantare. Inoltre avrà occhi per vedere ciò di cui si ciba e orecchie per ascoltare i canti melodiosi.

 Jouk dunque si mise all'opera e utilizzò tre tipi di argilla: con quella bianca, del Nord, fece gli europei; con quella bruna fece gli arabi; e infine, con quella nera fece gli africani.

 I Nubiani, invece, che vivono nell'area settentrionale del Sudan, spiegano in modo diverso le varie tonalità di colore della pelle.
 Secondo il loro mito, Dio si servì sempre dell'argilla, ma era indeciso su quanto tempo questa dovesse cuocere nel forno. 
 Siccome voleva che l'uomo fosse ben cotto, decise di lasciare l'argilla nel forno per lungo tempo. L'argilla si bruciò e ne uscì un uomo nero come la pece, che andò a vivere in Etiopia, la terra delle facce bruciate.
 Al secondo tentativo, Dio fece cuocere l'argilla per un tempo molto breve, perché non voleva che bruciasse, e ne risultò un uomo dalla carnagione pallida. Dio gli ordinò di popolare i Paesi del Nord.
 Alla fine, Dio cosse l'argilla per un tempo intermedio, di modo che la sua pelle fosse color terracotta. A costui venne concesso di abitare sulle sponde del Nilo, il luogo sacro dove Dio aveva creato l'uomo.



 Perché parlare proprio del Sudan? 
Dovete sapere che nel mio paesino esiste un'associazione chiamata "Sentieri di pace - Sud Sudan" che si impegna a sostenere una compaesana che, insieme ad altre persone, da anni si prende cura dei sud sudanesi, che vivono in una situazione di guerra ormai da tempo immemore. Qui la gente muore nel silenzio più completo, senza che ci sia nessun telegiornale a sbandierare il numero delle vittime.

 Per questo voglio dedicare il post a tutti coloro che si danno da fare realmente, che ogni giorno fanno sacrifici e si mettono in gioco in prima persona, anche se a livelli "ufficiali" il loro operato non viene riconosciuto.

 Inoltre, vorrei che questo post fosse un invito a smettere l'immagine esclusivamente compassionevole che spesso abbiamo dell'Africa, e che sia un'occasione per scoprire l'enorme ricchezza culturale di questo continente.

P.S. Per chi fosse interessato ai progetti dell'associazione, rimando al sito internet di Sentieri di pace - Sud Sudan, di cui inserisco il logo.

 


Fonti:
- KNAPPERT, Jan, "L'uomo creato con l'argilla" in BISSACA, Rosanna, PAOLELLA, Maria, Amici in biblioteca - Antologia italiana: mito, epica storia;
- Wikipedia, voce "Scilluc";
- Wikipedia, voce "Jok".

domenica 14 settembre 2014

L'incantesimo di Circe

 Scendendo da un nebuloso Nord verso un soleggiato Centro-Sud alla ricerca delle sospirate vacanze, si può ammirare sull'autostrada la scritta "Siete in un paese meraviglioso". Effettivamente chi, come me, vive a 20-30 km da Milano, nella zona forse più "sclerata" d'Italia, oberata dal lavoro e dalle scadenze, certe volte si dimentica di vivere in uno dei Paesi più belli del mondo.
 Per fortuna basta poco per rinfrescare il ricordo della bellezza. È sufficiente allontanarsi per qualche chilometro dal luogo di lavoro per immergersi in una campagna favolosa; in alternativa, se si decide di rimanere in città, occorre solo dotarsi di un occhio più attento per scorgere degli angoli pittoreschi o delle costruzioni che rivelano il gusto dei nostri antenati.
 Quest'anno una delle mie mete turistiche mi ha portato nel sud del Lazio, a metà strada tra Roma e Napoli. Il paesaggio che si può osservare nella zona del Circeo è veramente mozzafiato...

Vista dal monte Circeo

 Come si può non restare stregati da questo mare e questo sole?
 Del resto, non per nulla si ritiene che proprio in queste zone vivesse una delle maghe più famose dell'antichità: Circe, da cui appunto prende nome il monte Circeo.

 Nascita di Circe

 Solitamente consideriamo Circe come una maga o una strega, ma in realtà si tratta di una vera e propria divinità.  Circe nasce infatti dall'unione di Elios, dio del sole, e dell'oceanina Perseide, anche se per alcune fonti la vera madre di Circe sarebbe Ecate, una lugubre dea notturna associata in seguito alla magia. 
 Oltre alla figura del padre, sono numerosi i riferimenti che collegano il personaggio di Circe con il sole. Un fratello della dea è Eete, re della Colchide e custode del Vello d'oro, il cui nome proviene dal greco ἕως, eos, che significa letteralmente "aurora", "sole". Anche il nome  dell'isola su cui abita Circe, situata nei pressi del promontorio del Circeo, possiede la stessa etimologia: Eea. Infine, lo stesso nome della dea indica chiaramente la connessione a questo astro: Circe deriva da "circolo", forma dell'orbita che il sole traccia intorno alla terra. 
 Ciò dimostra che non ci troviamo di fronte a una fattucchiera qualsiasi, ma a una creatura soprannaturale dai nobili natali, sorella di Pasifae, moglie del leggendario re Minosse e zia di Medea, la protagonista dell'omonima tragedia di Euripide.

 Il mito

 Il mito più famoso dove incontriamo Circe appare nell'Odissea, quando Omero racconta dell'arrivo di Ulisse sull'isola di Eea. L'eroe manda in ricognizione i suoi compagni di viaggio, che arrivano al castello di Circe e accettano il cibo e le bevante offerte dalla padrona di casa. In seguito questi vengono trasformati in porci (o, secondo altre fonti, in animali che rispecchiano la natura di ciascuno) tranne Euriloco, che rifiuta di banchettare insieme ai compagni e decide di tornare da Ulisse per riferirgli l'accaduto.
 Oltre a Euriloco, l'eroe riceve aiuto anche dal messaggero degli dèi, Ermes, che gli suggerisce di aggiungere al filtro di Circe un'erba chiamata moly, che avrebbe neutralizzato l'effetto dell'incantesimo. La dea, una volta constatata l'inutilità delle sue arti magiche, è costretta a restituire l'aspetto umano ai compagni di Ulisse.
 Nonostante la disavventura, Ulisse passa un anno accanto a Circe e ha da lei un figlio, Telegono, fondatore della città di Tuscolo. Altre leggende affermano che dall'unione di Circe e Ulisse sarebbero nati altri personaggi eponimi, come Latino, il fondatore della stirpe dei Latini, Romo, Anziate e Ardeate, che avrebbero dato il loro nome alle città di Roma, Anzio e Ardea.
 Successivamente, l'eroe riparte e, su consiglio di Circe, si dirigerà nel poco lontano regno dell'oltretomba per parlare con l'indovino Tiresia (cfr. "Tiresia: le avventure di un indovino" in questo blog).

 Oltre a questa, vi sono altre vicende mitologiche dove compare Circe. La dea si sarebbe unita anche con il re latino Pico e addirittura con Giove, da cui avrebbe generato il dio Fauno.
 Nell'impresa degli Argonauti, Giasone e Medea giungono nel viaggio di ritorno all'isola di Circe, che li purifica dai crimini connessi e accoglie la nipote, ma non Giasone.
 Infine, si deve a Circe anche la trasformazione della fanciulla chiamata Scilla nel mostro che affrontano Ulisse e i compagni nell'Odissea. La giovane era colpevole di aver conquistato il cuore del dio marino Glauco, sul quale aveva messo gli occhi anche la dea.

Circe attorniata dalle sue vittime

 Vedendo la bellezza del Circeo, è facile credere che Circe vivesse davvero in quei luoghi. È come se il suo incantesimo riuscisse anche oggi a rendere il basso Lazio un posto da favola.
 Purtroppo, però, Circe non sapeva che avrebbe dovuto fare i conti con l'incuria degli uomini.
È vero che abbiamo avuto la fortuna di nascere in un Paese che è già meraviglioso, ma è anche nostro compito prendercene cura e non lasciare che il degrado abbia la meglio sui bellissimi monumenti e paesaggi della nostra terra, come spesso invece accade.
 Dimostriamoci dunque degni successori degli illustri abitanti che vivevano nella nostra stessa terra e aiutiamo Circe a perpetuare il suo incantesimo. Ricordiamoci di mantenere meraviglioso il nostro Paese.



Fonti:
- Wikipedia, voce "Circe";
- Il crepuscolo degli dèi, voce "Circe";
- Voce "Circe" in Enciclopedia dell'antichità classica "Le Garzantine", Edizione Mondolibri S.p.a. (su licenza Garzanti libri S.p.a.), Milano, 2000;
- Miti e...dintorni, voce "Circe".

giovedì 4 settembre 2014

Area amerindia

 Avevo già parlato un po' di tempo fa della mia collaborazione con dei siti di mitologia. Uno di questi è Bifröst, la cui redazione è composta interamente da appassionati di mitologia che partecipano al progetto senza percepire un ritorno economico. È  bello vedere che nonostante i mille impegni di ognuno, si riesca comunque a coltivare questa passione e condividerla con la rete.

 Personalmente è da poco che partecipo a questo progetto, ma posso dire che la cura e la dedizione nelle ricerche e nella documentazione delle varie aree sono davvero encomiabili. L'attenzione alle fonti e alle questioni linguistiche e la cura nelle ricerche ne fanno un portale affidabile e sicuro.
 In particolare, sento di dovere una menzione speciale a Dario Giansanti, il creatore del sito e infaticabile ricercatore su qualsiasi cosa abbia a che fare con la mitologia. È grazie a lui e alla sua disponibilità se ora Bifröst ha un'area amerindia.


 Per ora stiamo lavorando sulla popolazione dei Maya il cui maggior lascito di miti e leggende è costituito dal Popol Vuh o Popol Wuj, nella trascrizione moderna che io stessa sto imparando a utilizzare. Parte di questo lavoro è presente anche sul mio blog, in particolare la parte riguardante la creazione dell'uomo e le avventure dei gemelli Junajpu e Xb'alanq'e contro i falsi dèi. Su Bifröst, però, questa materia sarà trattata in modo molto meno frammentario, come permette l'elaborazione di una vera e propria sezione mitologica dedicata a uno specifico corpus di leggende. Inoltre, i miti saranno gradualmente accompagnati da approfondimenti e saggi interpretativi, frutto delle mie ricerche e di Dario, che mi sta dando un grande aiuto in questo lavoro. 

 L'area amerindia, come tutto il progetto Bifröst, sarà in costante aggiornamento anche se i tempi saranno lunghi, dato che si tratta per tutti i partecipanti di un'attività amatoriale, esercitata nei piccoli buchi di tempo libero in mezzo agli impegni quotidiani.

 Il mio sogno sarebbe allargare l'area amerindia con la trattazione di miti appartenenti ad altre popolazioni native americane, come Aztechi, Incas, o anche popolazioni nordamericane...
 Ma come al solito la mente corre troppo e il tempo è limitato, quindi per ora vi consiglio di godervi i Maya-K'iche' e le leggende del loro Popol Wuj.  

 Buona lettura! 

giovedì 7 agosto 2014

La fame incontenibile del Wendigo

  Chi mi conosce sa che non sono per niente una cinefila. Nonostante la mia profonda ignoranza in campo cinematografico, ci sono dei film che mi rimangono piacevolmente impressi. Uno di questi è The Lone Ranger, pellicola relativamente recente in cui un fantastico Johnny Depp interpreta Tonto, un indiano comanche.




 Oltre a essere un personaggio divertente e strampalato, mi ha aperto un piccolo scorcio sulla cultura indiana dell'America Settentrionale. Se vi capitasse di guardare questo film (e ve lo consiglio!) noterete che Tonto pronuncia costantemente delle parole strane per le nostre orecchie, tra cui questa: Wendigo.
 Da qui sono partite le mie ricerche e ho scoperto che questo Wendigo (o Windigo) esisteva davvero nel folklore pellerossa. Vediamo un po' di cosa si tratta...

Denominazione

 Il nome di questo essere varia notevolmente a seconda delle zone geografiche e delle tribù indigene dell'America del Nord. Il termine che userò per riferirmi alla figura in questione (Wendigo, appunto) era quello più utilizzato dagli Algonchini, stanziati lungo la costa orientale nordamericana e nella regione dei Grandi Laghi, al confine tra Canada e Stati Uniti. 
 Altre varianti fonetiche sono Weendigo, Windago, Windiga, Witiko, Wihtikow, Wìdjigò e molte altre, tra cui Manaha, Wiindigoo in lingua Ojibwe, e Wīhtikōw in lingua cree. Tutte queste trovano corrispondenza nel proto-algonchino Wi·nteko·wa, il cui significato originario rimanda a "gufo".
 In altre zone, invece, il nome cambia sensibilmente, anche se riferito allo stesso tipo di creatura. Nel Maine si parlava di Kikakwe, tra gli Uroni di Strendu; gli Eschimesi usano il nome Tornii o Toonijuk, che diventano Mahoni nello Yukon e Sasquatch nella Colombia Britannica. Ancora, tra i Micmac c'erano i Gugwe, nella zona centrale del Canada i Weetigo e nel Quebec, oltre al già citato Witiko, si usava anche Kokotshe, Atchen e Misabe.

Aspetto e caratteristiche

 Come il nome, anche l'aspetto fisico del Wendigo assume caratteristiche diverse a seconda della tribù e della zona geografica di provenienza. Tuttavia, vi sono degli attributi che rimangono costanti: il Wendigo appare in ogni caso una creatura maligna, solitamente di grandi dimensioni, pelosa, dal corpo scheletrico ed emaciato, poiché è figlio del Freddo e della Fame tipicamente invernali. E' quasi sprovvisto di labbra, le quali sono sottilissime per mostrare i terribili denti affilati. Si dice che abbia un cuore di ghiaccio e che l'unica possibilità per eliminarlo sia proprio sciogliere il suo cuore con in fuoco.
 Ma la caratteristica più spaventosa del Wendigo è la sua costante fame di carne umana. E' un cacciatore temibile, velocissimo, che non molla mai la preda una volta che la individua. Si muove così velocemente che i suoi piedi si staccano per la consunzione, ma vengono immediatamente sostituiti da altri arti.
 Anche le abitudini ferine avvicinano il Wendigo a una bestia; è solito grattarsi il corpo contro la corteccia degli alberi ed emette urla animalesche, anche se è in grado di riprodurre anche la voce umana. Gli Shoshoni, inoltre, attribuiscono a questi mostri l'appellativo Dzoavits, "giganti di pietra", probabilmente perché usano le pietre come armi o per via della corazza simile alla pietra che ricopre il loro corpo, formatasi con la terra che rimane attaccata al loro corpo quando si rotolano sul suolo.



Nascita di un Wendigo

 La ragione della famelicità impressionante di queste creature è da rintracciare nella loro origine. Secondo le leggende pellerossa i Wendigo erano un tempo degli esseri umani che, per non morire di fame durante gli inverni rigidi nordamericani, sono ricorsi al cannibalismo. Si dice che ogni volta che un Wendigo divora un umano, le sue dimensioni aumentino, di modo che non riesce mai a sfamarsi. Probabilmente, la mostruosità di una creatura simile doveva servire da deterrente contro il cannibalismo per le tribù native, che dovevano affrontare inverni durissimi, con scarse risorse alimentari.
 Altre fonti narrano che una persona poteva trasformarsi in un Wendigo se veniva posseduta in sogno, a causa di un sortilegio di uno sciamano, oppure se veniva morsa da un altro Wendigo. Un'altra causa molto interessante che può convertire un umano in questo mostro è una smodata avidità.

 Proprio l'avidità è il tratto che contraddistingue il bandito Butch Cavendish, l'antagonista del film The Lone Ranger che Tonto e il Ranger solitario John Reid devono fronteggiare. Non è dunque un caso che l'indiano comanche si riferisca a lui proprio con il nome di Wendigo, che nel film diverrà un termine per indicare anche la sete di potere e di denaro di alcuni uomini.
Il Wendigo, quindi, si trasforma in un monito contro l'avidità, il vero spirito maligno che possiede gli uomini rendendoli dei mostri.



Fonti:
- Wikipedia (italiano), voce "Windigo";
- Wikipedia (inglese), voce "Wendigo";
- Il crepuscolo degli dèi, voce "Wendigo".

domenica 9 febbraio 2014

Leonardo da Vinci e il gigante Argo

 Incredibile ma vero, domenica 25 gennaio 2014 ho finalmente potuto prendermi una pausa dopo un periodo piuttosto intenso, così il mio ragazzo ha pensato bene di portarmi a Milano, al Castello Sforzesco. 

 È proprio vero che si impara ad apprezzare quello che si ha solo quando si perde o si sta lontani per un po'. Negli anni dell'università Milano non mi è mai piaciuta, con tutta quella gente sempre a correre e a sgambettare senza guardare dove mette i piedi. Ora invece, che non frequento più tanto spesso la metropoli, confesso che mi manca. Le volte che ho avuto occasione di tornarci, ho scoperto in quella città che prima mi sembrava solo caos e inquinamento degli angoli veramente unici. Rivedendo il Castello, ho pensato a quante volte sono passata di fianco a tante bellezze senza fermarmi ad ammirarle. E solo ora inizio ad apprezzare la vicinanza a una metropoli dinamica, che organizza molti eventi importanti.

 Tra questi c'era anche una piccola mostra gratuita su Leonardo, riguardante principalmente il Codice Trivulziano, che raccoglie tutti gli scritti risalenti al periodo in cui quest'uomo geniale ha vissuto a Milano. Il Codice è stato completamente digitalizzato e si potevano sfogliare le pagine senza correre il rischio di disintegrarle. È stata un'emozione vedere da vicino la scrittura e gli studi di quest'uomo straordinario, che ha fatto discutere generazioni e generazioni di scienziati e intellettuali. Per non farsi mancare nulla, infatti, l'altra parte della mostra era dedicata agli scritti degli intellettuali su Leonardo da Vinci nei secoli successivi alla sua morte. 

 Senza farlo apposta, ecco che anche qui la mitologia mi ha seguito e braccato con le sue innumerevoli storie tramandate a voce da millenni. Nella piccola sala semioscura dov'era allestita la mostra, infatti, capeggiava questo affresco:



 Nel preciso istante in cui mi sono voltata a guardarlo, è comparso un gruppo di turisti accompagnati da una guida, che ha iniziato a spiegare il soggetto ritratto dall'immagine. A causa del tono basso della guida e della mia posizione sfavorevole, non sono riuscita a captare tutto. Sentivo solo Argo...Giunone...Giove...Mercurio ha ucciso Argo...
 Per fortuna lì vicino c'era un foglio su cui erano scritte notizie sull'affresco e sul misterioso soggetto privo di testa. La storia era interessante, così non ho perso tempo e mi sono documentata sui protagonisti della storia che avevo afferrato solo in parte.

 Gli studiosi sono tutti d'accordo nell'identificare nella figura acefala un personaggio della mitologia greca di nome Argo. Si trattava del figlio di Agenore e di Gea, un essere gigantesco famoso per avere svariate paia di occhi (la maggior parte delle fonti parlano di un centinaio di occhi), che faceva riposare a turno, in modo che nulla potesse passare passargli inosservato. Grazie alla sua forza straordinaria, Argo aveva liberato l'Arcadia da un toro mostruoso e da un satiro che faceva razzia del bestiame e uccise anche Echidna, un mostro che aveva per metà un corpo di donna e per metà di serpente, che divorava i passanti.

 Il povero Argo, però, doveva ancora fare i conti con i vizi del padre degli dèi Zeus, rinomato donnaiolo olimpico. Il dio del tuono, infatti, si era invaghito della ninfa Io e, per sottrarla alle grinfie della moglie infuriata Era, la tramutò in una giovenca. Ma la dea, che presentiva il tradimento del marito, riuscì a ottenere in dono la giovenca-Io, la legò a un ulivo e pose a sorvegliarla proprio il gigante Argo. Era non poteva servirsi di un guardiano migliore, poiché Argo non dormiva mai: se cinquanta dei suoi occhi si chiudevano durante la notte, gli altri cinquanta rimanevano vigili fino all'alba del giorno seguente.
 Preoccupato per l'incresciosa situazione, Zeus si rivolse a Ermes, il messaggero degli dèi, che si travestì da pastore e avvicinò Argo cantando e suonando una dolce melodia. Il gigante, ammaliato dalla musica di Ermes, lo fece sedere accanto a sé, pregandolo di continuare il suo canto. Sulle note della canzone di Ermes, il gigante Argo si addormentò profondamente, senza che nessuno dei suoi cento occhi rimanesse aperto. A quel punto, Ermes lo decapitò e liberò l'amante di Zeus.
 Era, grata al gigante per i suoi servigi, come segno di riconoscimento pose ognuno dei cento occhi di Argo sulle piume del pavone, che divenne l'uccello sacro alla dea.  

 Insomma il povero Argo è rimasto vittima di una delle miriadi di dispute tra Zeus ed Era. Molti racconti della mitologia greca si incentrano sull'infedeltà coniugale di Zeus. Sarà un caso che la figura principale della mitologia greca sia un donnaiolo farfallone? 
 Comunque è incredibile come in quasi tutto ciò che ci circonda sia rintracciabile un elemento mitologico. È una realtà che troppo spesso ignoriamo oppure non conosciamo a sufficienza. Eppure noi siamo il prodotto di quella civiltà, di quei racconti, di quei miti. Dobbiamo solo ricordarcene.
  

Fonti:
- Wikipedia, voce "Argo Panoptes";
- Wikipedia, voce "Echidna";
- Mitologia e...dintorni, voce "Argo";
- Il crepuscolo degli dèi, voce "Argo (2)".