sabato 18 giugno 2016

Verso il solstizio - Sole e Luna nella mitologia norrena

 Si sta avvicinando, ormai ci siamo quasi. Per molti è un momento fortemente atteso, per altri, amanti del freddo come me, rappresenta l'inizio di un patimento più o meno sopportabile. Sto parlando del solstizio d'estate, che nel nostro emisfero si verificherà tra pochi giorni. Anche se non sono fatta per il caldo dei mesi torridi che seguiranno, devo ammettere che è bello vedere che fuori alle nove di sera c'è ancora luce e che si può cenare ancora illuminati dai raggi del sole.
 Se oggi questo giorno indica che le vacanze si stanno avvicinando, un tempo la sua importanza doveva essere ancora più importante: significava la vittoria della luce sulle tenebre, maggior tempo a disposizione per lavorare nei campi e quindi la possibilità di produrre di più per patire meno la fame. Noi "italiani" (nell'accezione di "abitanti della penisola italiana") eravamo ancora fortunati rispetto alle popolazioni insediatesi nel nord Europa. Sappiamo tutti che in quelle zone il sole fa capolino molto meno spesso e che quindi doveva essere particolarmente atteso e invocato quando ancora non si poteva contare sull'energia elettrica.
 Quale occasione migliore dunque per parlare di Giorno, Notte, Sole e Luna nella tradizione norrena se non il solstizio d'estate? 

P. S. Gli appassionati sportivi, tra cui la sottoscritta, potrebbero addurre una motivazione anche meno "romantica": dopo la sconfitta della Svezia da parte dell'Italia agli Europei di calcio, è ancora più dolce parlare dell'avversario domato in seguito a 90 difficili minuti di lotta. E allora si dia inizio alle danze!

Giorno e Notte

 Sull'origine della divisione tra notte e dì ci sono due versioni. La prima, forse quella più famosa, si rifà al mito cosmogonico in cui Odino, Vili e creano il mondo a partire dallo smembramento del gigante primordiale Ymir. Il mito racconta che le tre divinità presero alcune scintille dal ragno infuocato di Muspellsheim e diedero loro un posto nel firmamento: stabilirono il corso del sole, dando nome alle varie parti del giorno (mattina, mezzogiorno, pomeriggio e sera), decisero ordine e durata delle fasi lunari e posero in cielo le stelle, regolandone il movimento.  In questo modo, dall'opera di Odino, Vili e Vé, ebbe inizio il computo del tempo.


 La seconda versione invece  fa capo a uno dei mondi governato dai giganti, Jötunheimr. Qui abitava un gigante di nome Narfi, che ebbe come figlia Nótt, dalla pelle scura e i capelli corvini, come la sua gente. Nótt ebbe tre mariti e da ciascuno generò un figlio: da Naglfari  ebbe Auðr, da Annarr ("secondo") Jörð ("terra") e infine, da Dellingr ("luminoso") generò Dagr ("giorno"), dall'aspetto fulgido come quello del padre. Come in molte altre cosmogonie, tra cui anche quella greca di Esiodo, anche in questo caso la notte, di cui Nótt è l'evidente ipostasi, precede dunque l'esistenza del giorno, impersonato da Dagr. Fu ancora Odino a fornire a madre e figlio due carri con rispettivi destrieri: il cavallo di Nótt si chiama Hrímfaxi ("criniera di brina") e la bava che gli bagna il morso altro non è che la rugiada che cade sulla terra durante la notte; il cavallo di Dagr è invece Skinfaxi ("criniera lucente"), che illumina la terra con lo splendore dei suoi crini.   




Sole, Luna e i loro carri

 Nel mito citato in precedenza non si parla di nessuna divinità associata agli astri, si dice solamente che furono Odino, Vili e Vé a dare ordine ai corpi celesti ai primordi.  Nell'Edda di Snorri invece si fa riferimento a un'altra leggenda, che ha per protagonisti degli esseri umani. Il nome del nostro uomo è Mundilfœri, il quale aveva due figli bellissimi, tanto che pensò di chiamare Máni il ragazzo e Sól la fanciulla, esattamente come gli astri del cielo (ricordiamo che per le popolazioni germaniche il sole è un'entità femminile e la luna è maschile).
 Ovviamente gli dèi non videro di buon occhio l'arroganza dell'uomo, che aveva osato paragonare i suoi figli a degli esseri celesti, così decisero di rapire i due giovani per metterli alla guida di due carri, preposti alla guida degli astri di cui portavano il nome. A Sól fu dunque affidato il carro del sole, trainato dai cavalli Árvakr ("[colui che] si sveglia presto") e Alsviðr ("tutto ardente"). Sotto le scapole dei destrieri vi sono dei mantici di ferro, che servono per rinfrescarli. Lo scudo Svalinn è invece posto davanti al sole per evitare che la stella infiammi e distrugga la terra con il suo potente calore. 



 D'altra parte Máni divenne il cocchiere del carro lunare, con il compito di governare il movimento e le varie fasi del satellite aiutato da due fanciulli, Bil e Hjúki, rispettivamente sorella e fratello, figli di Viðfinnr. Come Máni e Sól, anche Bil e Hjúki furono vittime di un rapimento, stavolta perpetrato presso il pozzo Byrgir dallo stesso Máni, il quale era alla ricerca di qualcuno che potesse aiutarlo a dirigere le fasi lunari. Da quel momento, Hjúki è identificato con il fenomeno benefico della luna crescente, mentre Bil impersonifica la luna nella sua fase calante, ritenuta al contrario di cattivo auspicio. La vicenda di Bil e Hjúki costituirà l'ispirazione per la popolare filastrocca inglese che vede come protagonisti i due fratellini Jack e Jill, che nella traduzione italiana si chiameranno Cecco e Gina:
Jack and Jill went up the hill
to fetch a pail of water;
Jack fell down, and broke his crown,
and Jill came tumbling after.
Cecco e Gina vanno al pozzo
che sta in cima alla collina.
Cade Cecco, cade il secchio,
dietro a lor rotola Gina.
Then up Jack got, and home did trot,
as fast as he could caper.
They put him to bed, and plastered his head,
with vinegar and brown paper.
Quando a casa ritornò,
Cecco al letto si ficcò
e con un impiastro in testa
passò a letto anche la festa!



 Il percorso dei due carri, però, non è senza insidie; sia Sól che Máni sono insidiati nella loro corsa da due lupi, figli del temibile Fenrir, colui che mozzò la mano a Tyr (cfr "Tyr - La guerra e la giustizia" in questo blog): Skoll insegue Sól, Hati invece perseguita Máni. Gli inseguimenti cesseranno nel giorno del Ragnarök, quando Skoll e Hati divoreranno infine le loro prede, decretando la fine del mondo che conosciamo. Ma non tutto è perduto, perché Sól ha una figlia che le succederà nel medesimo compito dopo di lei.



Simbolismo della Luna e del Sole nella tradizione norrena

 Gli astri del cielo sono da sempre legati a una forte simbologia, molte volte condivisa da popolazioni differenti. Non ci sarà da stupirsi quindi se alcune caratteristiche che riporteremo qui relative alla tradizione norrena sono ravvisabili anche in altre aree culturali.

 Iniziamo con il dire che il nome nordico della luna, máni appunto, risale alla radice indoeuropea *MĒ, che significa "misurare". Questo perché è il corpo celeste che, con i suoi ritmi e le sue fasi scandisce la vita degli uomini, essendo collegata a fenomeni come le maree e le piogge. Essa possiede dunque una forza magica, in grado di influenzare la vita del mondo intero. Questa forza però è sempre "misurata" e controllata, centellinata nelle varie fasi che sono cicliche: la magia della luna è che nasce, cresce, decresce e muore ciclicamente, senza mai scomparire in modo definitivo.
 All'aspetto misuratore della luna fanno riferimento diversi testi della tradizione norrena, alcuni dei quali alludono anche all'impiego di un calendario lunare e anche alla curiosa invocazione dell'astro contro la rabbia, per dominare l'eccesso imponendogli un ritmo. Il famoso cronista Tacito informa inoltre che i Germani erano soliti convocare l'assemblea in relazione al ciclo della luna e Cesare afferma che il culto della luna era l'unico praticato insieme al culto del sole e del fuoco. Non bisogna infine dimenticare che il nome di "lunedì" deve la propria etimologia alla luna: il danese, lo svedese e il norvegese måndag derivano dall'antico nordico mánadagr.
 Tuttavia, la luna che rischiara le tenebre favorisce anche l'azione delle forze malvagie e demoniache, o anche semplicemente soprannaturali. Come non ricordare infatti i lupi mannari, che si rivelano nelle notti di luna piena, o le danze degli elfi, che si tengono proprio alla luce pallida della luna? Nella mitologia norrena spesso le azioni depravate sono coperte dal chiarore debole di questo corpo celeste.



 Al contrario della luna, il sole costituisce con la sua luce potente la più forte difesa contro i demoni dell'oscurità. I nani e le streghe restano pietrificati se esposti ai raggi del sole e viene fatto notare che le streghe praticano la loro magia seguendo il corso inverso del sole. Non è un caso dunque che i defunti e i demoni risiedano al Nord, punto opposto al Sud, dove invece il sole sprigiona la sua massima potenza. Sono ambasciatori della luce solare anche gli eroi e le figure mitologiche incaricate di sconfiggere le forze delle tenebre, tra le quali troviamo le Valchirie. 
 Si può quindi comprendere il motivo per cui il culto del sole era molto diffuso in Scandinavia. Esistono reperti che lo testimoniano risalenti all'età del bronzo e in seguito anche Cesare riferisce la presenza di tale culto. Esso persistette addirittura in epoca cristiana, poiché la popolazione era profondamente legata all'adorazione del disco solare; Snorri riferisce che il re Olafr il Santo dovette invitare dei contadini pagani a volgersi verso oriente per parlare della venuta di Dio nel mondo.  




 Era da tempo che non mi occupavo di mitologia, in particolare di quella nordica e ogni volta resto preda del fascino smisurato che questa sprigiona. Trovo che l'epicità e la solennità dei miti nordici sia unica, insieme a una buona dose di oscurità, dovuta al destino tragico che ci attende nel giorno del Ragnarök.
 Del resto, ogni mito riesce a compiere la stessa magia: alla fine ti convince e ci credi davvero. Ed ecco che nel cielo vedi i carri di Máni e Sól e che il solstizio non è più solo un cambio di stagione, ma la vittoria, per una volta, della luce sull'oscurità.


Fonti:
- CHIESA ISNARDI, Gianna, I miti nordici, Longanesi, Milano, IX edizione luglio 2014, pp. 55-56, 68-71.

sabato 31 ottobre 2015

Il Día de Muertos - La risposta messicana ad Halloween

 Anche quest'anno arriva la fine di ottobre. È strano come in questo periodo, nonostante impegni vari, mi ritrovi comunque a scrivere sul blog. C'è qualcosa in questo periodo dell'anno che inesorabilmente mi attrae, qualcosa che forse non è visibile agli occhi. Ma ogni anno io sento l'esigenza di meditare, con l'arrivo di una stagione che non a caso aiuta l'introspezione. E l'occasione di solito si presenta in concomitanza con le festività imminenti del 1 e 2 novembre. Sicuramente non sono tra le festività più attese o celebrate da noi in Italia, ma io invece le trovo particolarmente coinvolgenti, perché possiedono una portata spirituale che secondo me è unica. Ecco perché, se l'anno scorso ho parlato delle origini celtiche della festa di Halloween (cfr. "Samain, ovvero Halloween" in questo blog), quest'anno voglio dedicare il post al Día de Muertos che si celebra in Messico nei primi due giorni di novembre e che è stato dichiarato dall'Unesco patrimonio dell'umanità nel 2003.



La concezione della morte nella Mesoamerica

 Prima di addentrarci nella festività vera e propria, è opportuno fare una breve digressione sulla concezione che le popolazioni mesoamericane avevano riguardo alla morte. Come nel resto del mondo, anche in America centrale la morte era vista come un momento emblematico nella vita dell'uomo. Essa, più che la fine della vita, costituiva un passaggio necessario per rinascere in un'altra vita, in una sorta di aldilà amerindio. 
 A questo proposito, occorre precisare che i concetti occidentali di inferno e paradiso presso queste popolazioni non sono collegati alla morale; infatti, la destinazione dei defunti non era determinata dalla condotta, ma dal tipo di morte subita. I seguenti luoghi che nomineremo sono tipice della tradizione religiosa azteca.

 Un primo esempio di regno oltremondano è il Tlalocan, il "paradiso di Tlaloc", dio della pioggia. Chiunque moriva in circostanze dove fosse presente l'acqua (gli affogati o chi era colpito da un fulmine), i bambini sacrificati a Tlaloc o chi era affetto da malattie riconducibili all'acqua (come la scabbia, l'idropisia, la gotta, ecc.) dopo la morte riposava qui, in un regno tranquillo e prospero. I morti destinati a Tlaloc non venivano cremati, come si era soliti fare, ma venivano sepolti, come dei semi che dovessero germogliare.  



 Un'altra destinazione possibile per i defunti era Omeyocán, il paradiso del sole, dove regnava il dio Huitzilopochtli, protettore della guerra. Qui dunque arrivavano i morti in battaglia, i prigionieri sacrificati e anche le donne morte di parto. Tale momento, nella vita di una donna azteca, era infatti cosiderato al pari di una battaglia e le donne erano importanti quanto i guerrieri in queste circostanze. Ecco perché chi moriva di parto veniva sepolta nel cortile del palazzo, per permetterle di accompagnare il sole nel suo percorso dallo zenit fino a ponente, in cui l'astro iniziava il suo cammino occulto. Sicuramente dimorare nell'Omeyocán era un privilegio; in questo regno vi erano sempre feste, canti e balli per onorare il sole. Inoltre, i defunti dell'Omeyocán dopo quattro anni tornavano sulla terra nelle sembianze di uccelli dalle piume variopinte. Possiamo dire quindi che tra gli Aztechi (o Mexica) la morte lasciava spazio anche a un sentimento di speranza e di gioia, poiché vi era la possibilità di accompagnare il sole durante il suo corso quotidiano e di tornare tra i vivi.



 Un destino totalmente diverso aspettava invece chi moriva di morte naturale, che si dirigeva verso Mictlán, il regno di Mictlantecuhtli e Mictecacihuatl, il signore della morte e sua moglie. Prima di giungervi, però, per quattro anni le anime dei morti dovevano attraversare diversi luoghi per poi arrivare a Chicunamictlán, dove potevano finalmente riposarsi e dissolversi. Per aiutare il defunto in questo cammino tortuoso, insieme al corpo veniva seppellito anche un cane di razza xoloitzcuintle, che avrebbe aiutato il morto ad attraversare un fiume per arrivare al cospetto di Mictlantecuhtli. Il defunto doveva donare al signore della morte delle fiaccole, del profumo, cotone, fili colorati e coperte. L'offerta veniva ricompensata in seguito con il dono al morto di quattro frecce e quattro fiaccole legate con filo di cotone. 



 Ai bambini era riservato un luogo speciale, chiamato Chichihuacuauhco, dove cresceva un albero prodigioso, dai cui rami gocciolava latte per alimentare i piccoli. I defunti giunti in questo posto in tenera età sarebbero rimasti fino alla distruzione degli abitanti che risiedevano sulla terra. Una volta eliminata la generazione precedente di terrestri, i bambini sarebbero tornati sul pianeta per ripopolarlo.







 Tra i Maya, invece, era diffusa la credenza nel regno dell'inframondo di Xibalbá. Come per gli Aztechi, anche per i Maya il defunto doveva superare un fiume con l'aiuto di uno xoloitzcuintle per arrivare a destinazione. Anche in questo caso, dunque, il defunto era sepolto con un cane senza pelo.  

 Oltre ai cani, però, le popolazioni amerindie avevano l'abitudine di seppellire con il defunto oggetti vari, che erano stati utilizzati dal morto nel corso della propria vita e che gli sarebbero stati necessari anche nella nuova: strumenti musicali di terracotta, sculture delle divinità dell'oltretomba, incenso, teschi di giada e altri materiali, ecc. All'idea di morte, quindi, era strettamente associata quella di vita, in un dualismo che reggeva l'equilibrio del cosmo amerindio.  
 
 Le radici precolombiane

 La celebrazione di una festività in commemorazione dei defunti era presente nell'area mesoamericana già prima dell'arrivo dei coloni spagnoli. Culti in onore della morte erano presenti presso varie civiltà amerindie, come Maya, Aztechi, Purepecha e Totonaca.
 La festività che in seguito sarebbe stata incorporata alla pratica cristiana dell'Ognissanti si celebrava durante il nono mese del calendario azteco che corrispondeva grosso modo al mese di agosto. Per circa trenta giorni la dea Mictecacihuatl, la "Signora della Morte", presiedeva ai rituali in onore dei bambini e dei parenti passati a miglior vita. Con l'avvento dei coloni europei la data di questa festa venne fatta coincidere con il giorno dell'Ognissanti per facilitare la conversione dei nativi al cattolicesimo.

 Ma oltre a questa vi erano altre ricorrenze volte a commemorare i defunti. Una di queste per esempio era Miccailhuitontli, che iniziava il 16 luglio (nel mese azteco di Tlaxochimaco) e che era dedicata ai defunti in tenera età. Il taglio dell'albero di xócotl dava inizio ai festeggiamenti: si toglieva la corteccia e tutti provvedevano a decorare l'albero con fiori. Inoltre, per 20 giorni si presentavano offerte sacrificali all'albero.

 Nel decimo mese del calendario azteco, nel giorno corrispondente circa al 5 di agosto,  si celebrava la festa dei defunti adulti, chiamata Ueymicailhuitl. In occasione di questa festività si svolgevano delle processioni che avevano come meta l'albero di xócotl e la gente girava intorno alla pianta. I rituali erano accompagnati da sacrifici umani, banchetti e danze. Il momento culminante della festa era quando dei giovani dovevano arrampicarsi in cima all'albero per togliere un'immagine realizzata con la pianta di amaranto che era stata posta in precedenza sulla sommità dello xócotl. Una volta tolta l'immagine, la festa era finita e l'albero veniva abbattuto. Durante i giorni di Ueymicailhuitl la popolazione era solita erigere dei piccoli altari in onore dei propri defunti, che costituiscono gli antenati degli attuali altari.

 Il culto attuale

 Con l'arrivo degli spagnoli nel territorio messicano, la religione cattolica dei conquistatori e le usanze preesistenti delle popolazioni locali si mescolarono e diedero vita a uno degli esempi più interessanti di sincretismo religioso: il Día de Muertos.
 I festeggiamenti si celebrano il 1° e il 2 novembre, coincidenti rispettivamente con le festività cattoliche di Ognissanti e del giorno dedicato ai defunti. Durante questi giorni i messicani aspettano che le anime dei loro cari passati a miglior vita ritornino sulla terra per celebrare con loro la ricorrenza. Quindi, a differenza di Halloween, in questo caso le anime dei defunti non sono percepite come una minaccia e il loro ritorno momentaneo sulla terra rappresenta un'occasione da festeggiare. Il primo giorno di novembre è dedicato alle anime dei bambini, mentre durante il secondo sono le anime degli adulti che fanno visita ai vivi.
 I segni per celebrare questo evento sono diversi. Innanzi tutto, un elemento imprescindibile è rappresentato dalle offerte di cibi che il defunto prediligeva in vita, accompagnati dalle calaveritas, dei dolci di zucchero dalla forma di teschio. Le famiglie portano le loro offerte alle tombe dei loro cari e le decorano con ghirlande di fiori oppure, se il luogo della sepoltura è difficile da raggiungere preparano veri e propri altarini con la foto del defunto, allestiti sempre con dolci, frutta, le calaveritas e fiori variopinti. Nelle decorazioni non possono mancare candele, ceri e incenso, che hanno lo scopo di aiutare l'anima del defunto a trovare la via del ritorno. Per quanto riguarda i fiori, se in Italia sono i crisantemi a farla da padrone, in Messico spopolano i cempasúchil, conosciuti da noi con il nome di tageti. Questo perché presso le antiche civiltà mesoamericane il giallo era il colore della morte e le tonalità vivaci dei tageti evocano il simbolismo amerindio. Un altro dolce tipico di questa ricorrenza è il cosiddetto pan de muerto, che di solito ha una forma rotonda, è coperto di zucchero e ha delle decorazioni che somigliano a ossa. Infine, bisogna ricordare che le calaveritas, oltre a essere dolci di zucchero, sono anche dei brevi componimenti in rima di tono umoristico che hanno come tema principale la morte, probabilmente con l'intento di esorcizzarla. Anche La Catrina, uno scheletro vestito con abiti degni di una signora dell'alta società, testimonia la volontà di sdrammatizzare tutto ciò che è legato alla morte.    



 Tutti gli uomini temono la morte, ma ogni cultura la celebra in un modo diverso. Forse questa può essere l'occasione per smettere di vedere questo avvenimento solo come qualcosa di terribile e spaventoso. Oggi i messicani ci insegnano che alla tristezza di una perdita segue sempre la gioia del ritrovo e del ricongiungimento, anche se momentaneo. Perché la morte non è solo fine, è anche un nuovo inizio.      



Fonti:

sabato 29 agosto 2015

Le signore del destino: Moire, Parche e Norne

 Destino. 
Basta una parola per evocare l'epicità della vita umana. Chiudiamo gli occhi e lasciamoci inebriare dal suono di questo termine mentre lo pronunciamo lentamente, sottovoce: D-E-S-T-I-N-O. Tutte le nostre aspirazioni, le nostre speranze, il senso di tutta la nostra vita è racchiuso qui. E siamo consapevoli che si tratta di qualcosa che non ci appartiene totalmente, su cui non abbiamo potere; spesso infatti le cose non vanno come ci aspetteremmo o come le avevamo programmate.
 È vero, viviamo in una società moderna ed evoluta, all'insegna del progresso che ci offrono la scienza e l'uso della ragione...eppure qualcosa ci sfugge sempre. Quante volte ci ritroviamo a pensare "che coincidenza!"? Ebbene, se ci pensiamo queste "coincidenze" nella nostra esistenza sono davvero tante e ognuna di esse avrebbe potuto cambiare il corso dei fatti. Credo che se da una parte possiamo influenzare il corso degli eventi con la nostra condotta, dall'altra dobbiamo fare i conti con un elemento che non possiamo imbrigliare.
 Gli antichi, al contrario di noi uomini moderni, credevano profondamente nell'esistenza del fato, al quale nessuno poteva opporsi, nemmeno gli dèi. Nella tradizione classica e norrena erano tre donne che governavano la vita degli esseri umani, sia nel bene, che nel male. Vediamo ora come. 

Le Moire greche

 In origine, nell'antica Grecia, le Moire erano la personificazione del destino di ogni uomo; ognuno aveva la sua moîra, ovvero la propria "parte" di vita, felicità, sfortuna, ecc. Esisteva anche una Moira universale, che incarnava il fato, contro il quale nemmeno gli dèi dell'Olimpo avevano potere; per esempio, nessuna divinità poteva accorrere in soccorso di un eroe sul campo di battaglia, se la sua ora era giunta. Questo perche nessuno deve né può sovvertire l'ordine del mondo.
 Tuttavia, le Moire che siamo abituati a considerare sono solo tre: Cloto, Lachesi e Atropo. La loro origine non è certa, poiché esistono due versioni a riguardo, entrambe presenti nella Teogonia di Esiodo. Secondo la prima, le Moire sarebbero figlie della Notte:
 
Notte poi partorì l'odioso Moros e Ker nera
e Thanatos, generò il Sonno, generò la stirpe dei Sogni;
non giacendo con alcuno li generò la dea Notte oscura;
e le Esperidi che, al di là dell'inclito Oceano, dei pomi
aurei e belli hanno cura e degli alberi che il frutto ne portano;
e le Moire e le Kere generò spietate nel dar le pene:
Cloto e Lachesi e Atropo, che ai mortali
quando son nati danno da avere il bene e il male,
che di uomini e dei i delitti perseguono;
né mai le dee cessano dalla terribile ira
prima d'aver inflitto terribile pena, a chiunque abbia peccato.
 


[Teogonia di Esiodo, vv. 211-222]

La seconda, invece, le vuole figlie di Zeus e Temi, dea della giustizia, e quindi sorelle delle Ore:

Per seconda sposò la splendida Thémis, che generò le Ore (Eunomie, Dike ed Eirene fiorente) che vegliano sulle opere dei mortali; e le Moire, cui grande onore diede Zeús prudente: Cloto, Lachesi e Atropo, che concedono agli uomini il bene e il male. 
[Teogonia di Esiodo, vv. 900-906]

 Queste tre donne dimoravano nell'Ade, il regno dei morti della tradizione greca, e avevano l'aspetto di anziane. Il loro compito era quello di tessere i fili della vita di ogni essere umano sulla terra: più era lungo il filo, più l'uomo o la donna al quale corrispondeva sarebbe vissuto a lungo. In tale mansione ognuna delle tre donne aveva il proprio compito: Cloto, il cui nome significa in greco "io filo", filava lo stame della vita; Lachesi, la cui traduzione è "destino", avvolgeva il filo su un fuso e ne stabiliva la lunghezza; infine Atropo, l'"inflessibile" nonché la più anziana delle tre, recideva il filo di lino nel momento in cui sopraggiungeva la morte del malcapitato. A volte erano associate con Ilizia, divinità della nascita.
 Altre tradizioni affermano che le Moire fossero giovani fanciulle dall'aspetto severo, vestite con pepli decorati con stelle e che abitassero sull'Olimpo, in un palazzo di bronzo sulle cui pareti incidevano i destini ineluttabili degli uomini.
  Queste tre figure hanno fatto la loro comparsa anche nel film d'animazione Hercules, dove predicono il futuro al malvagio Ade attraverso un occhio che si scambiano vicendevolmente. In realtà, quest'ultima caratteristica è da attribuire alle Graie, le sorelle delle Gorgoni che Perseo incontra sul proprio cammino.  




 Le Parche romane

 Come tutte le divinità romane, anche le Parche traggono i propri attributi dalle Moire greche. In origine sembra che esistesse una sola Parca, che rappresentava il nome tutelare della nascita. Ben presto, però, le furono affiancate Nona e Decima, che presiedevano agli ultimi mesi della gravidanza.
 In seguito, assunsero progressivamente tutte le caratteristiche delle Moire. Come nel caso delle antenate greche, ognuna delle tre Parche controllava una fase della vita degli uomini: la prima filava, la seconda assegnava il destino della vita di ciascuno e l'ultima tagliava il filo.  Nel Foro romano vi era una statua che le rappresentava chiamata Tria Fata, "i tre destini"; infatti, proprio per la loro connessione con le sorti del mondo e dell'umanità, le Parche erano conosciute nel mondo romano anche con il nome latino di Fatae, coloro che presiedono al Fato. Al loro operato Dante dedica questi tre versi della Divina Commedia:

Ma perché lei che dì e notte fila,
non gli avea tratta ancora la conocchia,
che Cloto impone a ciascuno e compila…


[Divina Commedia, Purgatorio, Canto XXI, 25-27]  

 Nonostante tali divinità siano quasi totalmente assimilabili alle Moire, in realtà si possono notare delle sfumature leggermente diverse. Benché analogamente alle divinità greche fossero tre sorelle filatrici dal carattere scorbutico e dall'aspetto alternativamente giovane o anziano, esse non si limitavano a impersonificare solo il destino dell'uomo, ma anche le sue età della vita: nascita, matrimonio e morte. Quindi le Parche erano custodi anche delle fasi di evoluzione di ogni individuo e accompagnavano i fanciulli nel passaggio dall'infanzia all'età adulta e nella scoperta della sfera sessuale.





Le Norne norrene

 La concezione di un destino inevitabile, al di sopra degli dèi era comune anche in area germanica. Il fato è l'unico elemento eterno nell'austera mentalità norrena, secondo la quale ogni cosa, anche il mondo degli dèi, avrà una fine nel giorno del Ragnarök. Le divinità che incarnavano il fato ineluttabile erano chiamate Norne, dall'antico norreno norn, "[colei che] bisbiglia [un segreto]".
 Le origini di queste dee erano diverse: alcune appartenevano alla stirpe degli dèi Asi, altre dei Vani (cfr. "Asi e Vani" in questo blog), altre ancora facevano parte della razza degli elfi, mentre ulteriori fonti fanno risalire le Norne alla stirpe dei giganti del ghiaccio provenienti da Jötunheimr. In questo gruppo indistinto di divinità femminili, si potevano riconoscere Norne benevole, che accorrevano alla culla di un eroe per predisporgli un avvenire felice, ma molto più spesso la poesia eddica e scaldica fa riferimento a Norne ostili, latrici di una sorte sventurata o di morte. Sulle unghie di ognuna di queste erano incise le rune magiche, testimonianza del loro potere sul destino del mondo.
 Tuttavia, come nel caso delle Moire e delle Parche, anche da questa folta schiera di dee ne emergono tre, come ci ricorda L'Edda poetica in questi versi:

Da quel luogo vengono fanciulle
di molta saggezza,
tre, da quelle acque
che sotto l'albero si stendono.
Ha nome Urðr la prima,
Verðandi l'altra
(sopra una tavola incidono rune),
Skuld quella ch'è terza.
Queste decidono la legge,
queste scelgono la vita
per i viventi nati,
le sorti degli uomini. 


[Edda poetica - Völuspá - Profezia della Veggente XX]

 Le tre Norne principali, Urðr, Verðandi e Skuld, dimoravano presso una delle radici di Yggdrasill, l'albero cosmico che funge da asse del mondo nella tradizione germanica (cfr. "Alle radici dell'albero cosmico" in questo blog). Esse vivevano accanto a Urðarbrunnr, la "fonte del destino", e avevano il compito di irrorare l'albero con acqua e argilla affinché non marcisse né seccasse. Non mancano però altre fonti che affermano che la sede delle tre Norne si trovasse sotto l'arco formato da Bifröst, il ponte arcobaleno, dove queste intessevano l'arazzo del destino di ogni uomo; proprio come nella mitologia classica, a ogni filo della tela corrispondeva una vita umana la cui durata era proporzionale alla lunghezza del filo.
  Anche per quanto riguarda le funzioni delle tre Norne troviamo forti similitudini con le figure delle Moire e delle Parche, nonostante qualche aspetto inedito: Urðr, "destino", era la più anziana e sbrogliava la matassa dei fili della vita; Verðandi (dal verbo verða, "divenire"), probabilmente una figura più tarda, aveva le sembianze di una donna ed era responsabile della lunghezza del filo e del destino a esso sotteso (il filo poteva scorrere liscio tra le sue mani, oppure essere soggetto a nodi e ingarbugliamenti, che simboleggiavano le difficoltà dell'esistenza); infine Skuld ("debito", "colpa"), la più giovane, dall'aspetto di fanciulla, rappresentava il compito assegnato a ciascun essere umano durante la propria vita ed era inoltre colei che dava la morte recidendo il filo. 
 Possiamo notare che se le funzioni delle Norne sono identiche a quelle delle Moire e delle Parche, vi sono elementi peculiari apportati dalla tradizione norrena: l'aspetto delle tre divinità, che simboleggiano tre fasi diverse nella vita della donna, i loro nomi e le loro azioni le legano alle tre dimensioni temporali del passato (Urðr), del presente (Verðandi) e del futuro (Skuld). Per questo la leggenda vuole che alla nascita di ogni nuovo bambino le Norne si recassero presso la sua culla per stabilirne la sorte.
 Infine, ricordiamo che le Norne hanno forti legami con altre divinità minori della mitologia norrena, come le Valchirie (tra le quali si annovera una dea di nome Skuld, che probabilmente corrisponde alla terza Norna) e le Dísir, divinità legate alla fecondità, che non approfondiamo in questa sede.




 In quanto detto si può notare una spiccata componente fatalista da parte di tutte e tre le tradizioni culturali prese in esame. Un tempo l'uomo si sentiva più in balia di forze soprannaturali ignote e misteriose, che con il loro potere potevano decidere le sorti di ognuno.
 Oggi non è più così, ci sentiamo molto più sicuri dei nostri mezzi e tante volte ci sentiamo padroni dell'universo...finché non succede qualcosa che ci ricorda che non è così. Esiste sempre qualcosa che non possiamo controllare, che va al di là delle nostre possibilità e dell'umana comprensione, che si chiami Dio, Fato, Caso o quello che più ci aggrada. 
 Personalmente ho una concezione positiva del destino, non lo vedo come una gabbia o un finale tragico inevitabile come i nostri predecessori. Come mi ripeteva spesso la mia professoressa di filosofia sono convinta che questo destino sia una missione, un compito, un qualcosa di grande che ognuno di noi è chiamato a realizzare nella propria esistenza. Tutte le coincidenze ci portano da qualche parte e con le nostre capacità possiamo davvero arrivare in alto. Ora non ci resta che...vivere.





Fonti:
- CHIESA ISNARDI, Gianna, I miti nordici, Longanesi, Milano, IX edizione luglio 2014, pp. 303-306;
- Mitologia greca, "Le Mòire"; 
- Miti e...dintorni, voce "Moire";
- Sacerdotesse di Avalon, "Norne, Parche, Moire";
- "Moire" in Enciclopedia dell'antichità classica, Garzanti, Edizione Mondolibri, Milano, 2000, pp. 915-916;
- "Parche" in Enciclopedia dell'antichità classica, Garzanti, Edizione Mondolibri, Milano, 2000, p. 1047;
- Wikipedia, voce "Moire (mitologia)"; 
- Wikipedia, voce "Parche"; 
- Wikipedia, voce "Norne";
- Il Crepuscolo degli Dei, voce "Moire"; 
- Il Crepuscolo degli Dei, voce "Parche"; 
- Il Crepuscolo degli Dei, voce "Norne".



venerdì 24 luglio 2015

Una risata vi seppellirà - Il briccone divino, ovvero il trickster

 Dopo otto lunghissimi mesi di sudore tra TFA e scuola posso finalmente permettermi di tornare. Nonostante il tempo libero in questo periodo sia stato pressoché un'utopia, non sono stata a digiuno da letture interessanti. È incredibile come le diverse popolazioni riescano a trovare una lettura originale della realtà, andando oltre quello che appare e che possiamo percepire attraverso i sensi.
 Ultimamente mi sto avvicinando alle culture di diverse popolazioni native dell'America settentrionale, che mi stanno insegnando davvero molto. Voglio condividere delle notizie e delle riflessioni su una figura curiosa, tipica del folklore pellerossa, ma che è rintracciabile anche nella cultura europea: il briccone divino.


Il trickster, o briccone divino

 In mitologia, il briccone divino è spesso noto come trickster. Il termine inglese significa letteralmente "ingannatore" e non è difficile capire il motivo di tale appellativo. Le figure folkloristiche appartenenti a questa categoria si caratterizzano per la loro condotta licenziosa e affabulatrice, che le porta a ordire inganni e furti a spese altrui. Che siano di natura divina, umana, animale o mista, tutti i trickster presentano un comportamento amorale. Il tipico trickster è un ladro o un folle, che scardina le regole dell'esistenza quotidiana e sovverte l'ordine cosmico per crearne uno differente. 
 Il suo vivere sempre al di là di ogni tipo di confine fa sì che sia spesso una divinità guardiana di recinti e di porte, custode dei focolari domestici e guardiano di strade e sentieri. È infatti facilissimo incontrare un briccone divino in prossimità di incroci e di crocicchi, proprio perché la sua è la condizione di chi opera ai margini del mondo degli uomini e degli dèi; essendo estraneo alle norme che regolano entrambi i mondi, il trickster non appartiene alla specie umana, né partecipa completamente alla realtà divina, ma allo stesso tempo permette il collegamento tra dimensioni diverse (il cielo e la terra, il mondo dei morti e quello dei vivi, ecc.).
 Nonostante sia una fonte assicurata di disordine e di trasgressione (e talvolta anche di blasfemia), il briccone divino non è una figura totalmente negativa. Infrangendo le regole spesso e volentieri, egli ci mostra il limite di ogni ordine costituito e, indirettamente,  aiuta a distinguere tra bene e male. Inoltre, la distruzione dell'equilibrio preesistente provocata dal trickster non è mai fine a se stessa, ma è il preludio alla costruzione di un mondo alternativo: attraverso il disordine, egli ci segnala tutte le potenzialità del reale e le alternative al mondo esistente. 
 Infine, dobbiamo sottolineare che il briccone divino assume spesso i tratti dell'eroe civilizzatore, che inventa arti e mestieri e dona agli uomini strumenti ed elementi culturali che permettono l'insediamento dell'umanità sulla terra. Si tratta dunque di una figura mitologica ambigua, che porta scompiglio e distruzione da una parte, ma anche civiltà dall'altra.



Coyote e Corvo

 Il trickster o briccone divino ha trovato terreno fertile in nordamerica, specialmente sotto le spoglie di Coyote. Nessuno come lui è esperto nell'arte del raggiro e della frode ed è insofferente verso qualsiasi tipo di norma. Egli è dominato dagli istinti, quali la fame e il desiderio sessuale ed è il burlone per eccellenza, sempre occupato a ingannare gli altri animali e a ordire trappole in cui a volte rimane invischiato anche lui stesso.
 Eppure, sovente viene identificato come creatore del mondo o come suo aiutante, quando non si contrappone all'Essere Supremo. Tra i Crow e altre tribù delle pianure è Coyote che dal fango genera gli uomini e anche tra i Chelan egli possiede una dignità pari al Creatore.
 Coyote è spesso identificato anche come un eroe culturale in molte tradizioni mitologiche nordamericane. Non solo dona agli uomini il fuoco, istituisce leggi, rituali e professioni, ma possiede anche i poteri soprannaturali legati alla trasformazione e alla rigenerazione: cambia i corsi dei fiumi, modifica paesaggi e combatte contro dei mostri. Per esempio, presso i Wasco, Coyote uccide l'Uccello del Tuono, responsabile della morte di molte persone.
 Questo animale dalle caratteristiche ambigue e ambivalenti interpreta la parte del clown, che si mette in situazioni ingarbugliate per poi uscirne senza riportare danni attraverso il potere liberatorio della risata. L'ironia e la capacità di ridere di se stessi è la lezione che impartisce Coyote che, attraverso le proprie pazzie, ci ricorda che anche noi ne possiamo commettere e che, in quelle situazioni, possiamo uscire vincitori solo se non ci prenderemo troppo sul serio.



 In altre tradizioni mitologiche, il ruolo di briccone divino è invece affidato a Corvo, che si fa portatore della stessa ambiguità di Coyote.
 Gli Eschimesi e i popoli del nord-ovest riprendono il Corvo dei Čukči, una popolazione paleoasiatica residente in Kamčatka,  e ne fanno il Creatore o il suo aiutante. Corvo, per queste popolazioni, può rivestire anche i panni dell'eroe civilizzatore, nonché di progenitore.
 Come tutti i volatili, Corvo è considerato un intermediario tra terra e cielo; le ali gli permettono di viaggiare oltre il mondo conosciuto attribuendogli di fatto le qualità di  mediatore e  messaggero del grande mistero, oltre che di depositario delle arti magiche. Non vi è infatti rituale sciamanico al quale non assista anche Corvo, insignito del compito di incanalare l'energia magica e di indirizzarla verso il luogo giusto.
 Ovviamente, come Coyote, anche Corvo spesso assume i tratti tipici dell'imbroglione che escogita truffe e inganni generalmente con l'obiettivo di procurarsi del cibo.




I "giullari sacri"

 Parlando di Coyote, abbiamo visto quanto importante possa essere il potere della risata e di un personaggio in grado di rovesciare le logiche quotidiane. Questi tratti, tipici del briccone divino, sono presenti anche in diverse figure rituali dell'America settentrionale. Si tratta di una sorta di "giullari sacri", assimilabili a veri e propri sacerdoti, che però si comportano in modo non convenzionale. 
 Tracce di tali usanze si trovano anche nell'antica Grecia, dove in ambito religioso si contrapponevano lo spirito apollineo e quello dionisiaco: se il primo era caratterizzato dalla sobrietà e dalla repressione degli istinti, il secondo era legato ad aspetti sessuali e scatologici.
 I bricconi sacri americani si ricollegano esattamente all'idea classica di spirito dionisiaco. In diverse società native americane sono presenti degli uomini medicina che si comportano in modo opposto rispetto agli altri: d'inverno vagano nudi lamentandosi per il caldo, mentre d'estate si coprono con pelli di bisonte, camminano all'indietro, parlano di abbondanza di cibo durante le carestie, ecc. 

 Tali figure assumono diversi nomi presso le varie popolazioni nordamericane (Koshemshi, Newekwe, Koshari, ecc.), ma oggi ci soffermeremo in particolare su Heyokah, il clown provocatorio delle tribù delle pianure, in particolare dei Lakota
 Bisogna precisare che non tutti possono diventare Heyokah, ma solo chi riceve delle visioni dagli spiriti del tuono. Come tutti i bricconi sacri, anche lo Heyokah rappresenta l'aspetto satirico e burlesco del sacro. Egli costituisce un maestro che agisce come uno specchio, assumento comportamenti estremi affinché gli altri possano vedere riflessi nella sua condotta i propri timori, dubbi e debolezze. Inoltre, attraverso le sue azioni strampalate aiuta a cogliere aspetti inediti della realtà circostante.
 Come Coyote, l'alleato di medicina dello Heyokah, questo saggio infrange ogni tipo di tabù e di norma sociale. Ma, paradossalmente, la violazione delle regole serve per far capire ai membri della tribù l'importanza della morale e il motivo della sua esistenza. Le lezioni dello Heyokah, dunque, si apprendono attraverso le dinamiche degli opposti. Infatti, come afferma Jamie Sams, la risposta che un individuo riceve da uno Heyokah spesso è l'opposto di quella che cerca. Ciò crea una situazione umoristica che serve da lezione per la comunità intera.   
 È proprio la risata il più potente strumento dello Heyokah; che sia per scacciare la paura, per sconfiggere la tristezza e il pessimismo, per smorzare l'eccessiva serietà o sicurezza di sé, lo Heyokah sfrutta i poteri di Coyote e la sua indole irriverente e scherzosa per trasmettere la propria saggezza. Attraverso burle di cui lui stesso a volte è protagonista, lo Heyokah porta i propri adepti a uno stadio maggiore di consapevolezza. 
 Precisiamo che essere vittima degli scherzi di uno Heyokah non è un disonore, anzi, è un modo per apprendere una lezione spirituale significativa. Inoltre, lo Heyokah si premura di non organizzare mai scherzi che possano ledere la sensibilità del proprio discepolo, quindi non userà trucchi che possano farlo soffrire. 
 Nel contesto delle popolazioni native nordamericane, dunque, la capacità dell'autoderisione è tenuta in grande considerazione, dato che permette di adottare altre prospettive che non si erano considerate.



I bricconi europei e biblici

 Come abbiamo anticipato, la filosofia del trickster si è fatta strada anche presso molte tradizioni mitologiche europee. Siccome abbiamo voluto approfondire le caratteristiche dei bricconi divini nordamericani, ci limiteremo qui a citare qualcuna delle figure che corrispondono a tale profilo, senza però presentarle nei particolari.
 Oltre a Dioniso, già citato in precedenza, nella cultura classica troviamo Hermes il quale, oltre a essere il messaggero degli dèi dell'Olimpo, è anche il protettore dei ladri e dei truffatori. Non dimentichiamo che questa dispettosa divinità, in tenera età, si è resa protagonista per il furto del bestiame ai danni di Apollo.
 Se ci spostiamo un po' più a nord, invece, non possiamo non pensare a Loki, la divinità più ambigua di Asgard che è in grado di assumere molteplici forme (in forma femminile egli dà alla luce Sleipnir, nientemeno che il destriero di Odino). Da perfetto trickster, pur appartenendo alla stirpe divina degli Asi (cfr. post "Asi e Vani" in questo blog) non è raro che ordisca trappole e inganni ai danni degli dèi nordici. Inoltre, durante il Ragnarök (l'Apocalisse nordica) sarà proprio Loki il timoniere che condurrà i giganti che porranno fine al mondo degli dèi.
 Infine, citiamo un esempio curioso di briccone divino che proviene da una delle fonti più impensabili: la Bibbia. Secondo lo studioso britannico Evan Brown, infatti, il personaggio di Giacobbe si avvicinerebbe molto alle caratteristiche del trickster. In effetti, se pensiamo all'episodio in cui strappa al fratello Esaù la cessione del diritto di progenitura per un piatto di lenticchie o come inganna il padre Isacco, quasi cieco per la vecchiaia, allo scopo di riceverne la benedizione al posto del fratello maggiore, possiamo dire che Giacobbe possiede la scaltrezza tipica del briccone divino.
 La lista dei bricconi divini potrebbe continuare ancora per molto, ma ci bastava in questo caso spendere qualche parola per le figure più importanti, tutte accomunate da una buona dose di ambiguità.

Il dio Hermes, Mercurio per i Romani

Loki


 




















Giacobbe si finge Esaù per ricevere la benedizione di Isacco

 Ho sempre avuto una certa simpatia per i personaggi sopra le righe e anche stavolta non posso fare a meno di esprimere la mia ammirazione per Coyote, Corvo e gli altri bricconi divini.
 Avvicinarmi a queste figure mi ha aiutato molto, credo che davvero il loro spirito possa operare dei cambiamenti in noi, con la nostra collaborazione. Per una persona che prende tutto molto seriamente come la sottoscritta, certe volte serve uscire dalle situazioni che si fanno troppo pesanti per guardarle dall'esterno, attraverso gli occhiali dell'ironia. A questo proposito, anche se non si riallaccia direttamente con il discorso del trickster, mi torna in mente il meraviglioso film La vita è bella, dove il bravo Roberto Benigni riesce a far accettare la dura vita dei lager nazisti al figlioletto descrivendogliela come un gioco.
 Perciò, quando sentiamo che tutto intorno a noi diventa insostenibile, lasciamoci rapire da Coyote e facciamoci con lui una grassa risata!

 


Fonti:
- Wikipedia (inglese), voce "Heyoka";
- Wikipedia (inglese), voce "Ritual clown"; 
- Wikipedia (inglese), voce "Trickster";
- Scienza e Psicoanalisi, articolo "Il Trickster" di Manuela Tartari;
- Il crepuscolo degli dèi, voce "Heyoka";
- SAMS, Jamie, Le carte del sentiero sacro - La scoperta di sé attraverso la saggezza degli Indiani d'America, Edizioni Il Punto d'Incontro, Vicenza, 2010 (ristampa), pp. 180-185;
- OWUSU, Heike, I simboli degli Indiani d'America - L'essenza della tradizione pellerossa, Edizioni Il Punto d'Incontro, Vicenza, 2007 (ristampa), pp. 267, 273;
- GATTO CHANU, Tersilla, Miti e leggende della creazione, vol. II, Fabbri Editori, Milano, 2001, pp. 491-493. 

sabato 15 novembre 2014

C'era una volta l'America - Cosmologia maya

  Non ho mai fatto mistero di avere un debole per le civiltà mesoamericane. Anche per me l'incontro con l'America ha rappresentato la scoperta di un Nuovo Mondo, ma non nel senso attuale del termine. Non mi affascina il sogno americano, bensì ciò che esisteva prima che Cristoforo Colombo sbarcasse a San Salvador.
 Purtroppo conosciamo le conseguenze terribili del confronto tra Europa e America dopo il 1492. Ciò che invece non conosciamo è la ricchezza culturale delle popolazioni che prima di Colombo regnavano sul continente americano. Nei libri scolastici di storia Maya, Aztechi e Incas sono liquidati in pochi paragrafi e sono citati solo in quanto popolazioni sottomesse dai conquistadores spagnoli. Eppure dietro a questi nomi c'è un mondo che per noi europei rimane tuttora sconosciuto. 
 Non si tratta di un mondo rose e fiori, né di un mondo di santi innocenti. Ma è un'altra visione della natura e dell'universo che ci circonda che merita di essere conosciuta senza pregiudizi. Ecco perché oggi parlerò di come gli antichi Maya concepivano l'universo.

 Il mondo maya

 Le popolazioni mesoamericane possiedono un sostrato religioso molto simile. Perciò, il modello dell'universo concepito dai Maya era condiviso anche da altri popoli che vivevano in luoghi limitrofi.

 Una delle più importanti fonti maya che ci ha permesso di ricostruire la struttura del cosmo è il Chilam Balam di Chumayel, il quale ci informa che il mondo era diviso in tre grandi compartimenti: cielo, terra e inframondo, corrispondente agli inferi di varie tradizioni mitologiche europee. La terra costituiva una base quadrangolare su cui si sviluppavano due piramidi a gradoni, con vertici opposti: il cielo contava tredici scalini, sei ascendenti a est e sei discendenti a ovest, con il settimo alla sommità della piramide, in modo che il primo e il tredicesimo gradino, il secondo e il dodicesimo, ecc. si trovavano sullo stesso livello; l’inframondo, invece, si costruiva su nove gradini, quattro discendenti e quattro ascendenti disposti in modo speculare rispetto alla piramide celeste. Ogni gradino era governato da una divinità celeste o sotterranea, secondo il livello in cui si trovava il gradino; alla sommità della piramide celeste risiedeva il Canhel[1], ovvero il principio vitale del cosmo, che coincideva con il dio creatore[2], mentre il nono livello dell’inframondo era governato dalle divinità della morte.       

 Per quanto riguarda la faccia della terra, sia Maya, sia altre popolazioni messicane credevano che essa fosse posta sul dorso di un caimano o di un coccodrillo, che galleggiava a sua volta in un immenso bacino acquatico. 



 Le quattro direzioni 
 Un’altra caratteristica peculiare della terra maya è che, oltre a costituire la base quadrata su cui si sviluppavano la piramide celeste e dell’inframondo, era divisa in quattro settori. Le linee di divisione indicavano la traiettoria che compiva il disco solare nel corso dell’anno, che secondo i Maya era circolare. I punti più importanti della rotta del sole erano i solstizi e gli equinozi, che determinavano sia la partizione della terra nei quattro settori, sia la misurazione del tempo, concepito in maniera ciclica proprio perché rispecchiava la forma dell’orbita percorsa dal sole. La stretta connessione tra spazio e tempo tipica della cultura maya è dimostrata proprio dalla concezione quadrangolare e quadripartita della terra: i vertici di questo quadrato corrispondono alle direzioni di nordest, nordovest, sudest e sudovest, che non corrispondono solo a punti dello spazio, ma anche alle coordinate temporali dei solstizi e degli equinozi. 


 Ogni settore era poi contraddistinto da un colore simbolico. LEst era associato al rosso. Questa era la direzione principale per i Maya, perché era il punto in cui sorgeva il sole, fenomeno che simboleggiava la forza vitale. Era il punto con cui si identificava il dio sole e il pianeta Venere, nella veste della Stella del mattino. Il colore rosso esaltava queste caratteristiche, poiché richiamava il sole, il fuoco, il mais arrostito, la linfa dell’albero sacro, chiamato ceiba, e il sangue, che insieme agli altri elementi era simbolo di forza vitale. Quest’ultimo, in particolare, rivestiva un ruolo centrale nei sacrifici e negli autosacrifici, in cui veniva versato molto sangue per nutrire la terra e le divinità.

 L’Ovest si identificava con il nero. Se l’Est rappresentava la vita e il sole nascente, l’Ovest simboleggiava al contrario la morte, la guerra e il mondo dell’oltretomba. Questa è la direzione in cui il sole tramonta e si accinge a percorrere il suo cammino lungo le viscere della terra, sotto forma di astro notturno, simboleggiato dal giaguaro. Il nero era il colore che meglio  rappresentava le idee di morte, di notte e di oscurità, che però non necessariamente erano viste come aspetti negativi dell’esistenza. Il buio della notte e soprattutto dei pozzi profondi di acqua torbida dove venivano perpetrati i sacrifici umani, detti cenotes, erano dei mezzi per avvicinarsi agli dèi. Molti sacrifici erano infatti celebrati di notte e si riteneva che chi riusciva a sopravvivere dopo essere stato gettato in un cenote fosse in grado di pronunciare vaticini. Gli Aztechi, diversamente dai Maya, associavano all’Ovest il colore bianco e una delle divinità più importanti: Quetzalcoatl.

  Il Sud era indicato con il giallo. Vale la pena evidenziare che, a differenza della cartografia attuale, il punto cardinale che si trovava più in alto nel mondo maya era l’Est, alla cui destra era di conseguenza collocato il Sud. Come l’Est, anche il Sud veicolava una simbologia legata alla forza e alla vita, enfatizzata dal colore corrispondente. Il giallo è infatti il colore del sole, del fondo del manto del giaguaro e soprattutto del mais maturo. Questo cereale era la principale fonte di sostentamento per i popoli mesoamericani, che gli attribuivano degli aspetti divini. Nella religione maya il mais era protetto da un nume tutelare e venivano svolti diversi rituali e sacrifici per propiziarsi la fertilità del terreno. Nella simbologia del Sud e del giallo si ritrova anche il giaguaro, simbolo del sole nel suo cammino notturno. Gli Aztechi, invece, riservavano al Sud il colore azzurro e il patrocinio di Huitzilopochtli, dio del sole, della guerra e di Tenochtitlán.

  Il Nord, infine, si accompagnava al bianco. Era il punto cardinale più lontano, la dimora della Stella Polare, intorno a cui ruotava l’intera sfera celeste. Da qui arrivavano le preziose piogge che fecondavano il terreno e rendevano possibile la crescita dei raccolti. Il bianco era un colore che, sia presso i Maya, sia presso gli Aztechi, era segno di regalità, purezza e spiritualità. Il bianco appariva anche come aggettivo in corrispondenza di alcuni luoghi, come “casa bianca”, “montagna bianca”, aventi una precisa funzione cultuale e una connotazione positiva, in contrasto con altri luoghi “neri”; le “acque bianche”, chiare, erano utilizzate per le abluzioni purificatrici, mentre quelle torbide dei cenotes, come abbiamo visto, conducevano alla morte. Un luogo molto particolare identificato con questo colore era la “Strada bianca”, il nome con cui i Maya chiamavano la Via Lattea e che trasmisero anche agli Aztechi. Questi associarono la Via Lattea al dio Mixcoatl, il “Serpente di nuvole”. Secondo un’ipotesi non condivisa dagli studiosi, i Maya credevano che la Via Lattea fosse la strada per Xibalbá, l’inframondo.

 A ciascuno di questi quattro settori corrispondeva una ceiba (l’albero del cotone selvatico), sulla quale era appollaiato un volatile, un tipo preciso di mais, di fagiolo e di altra flora e fauna, tutti dello stesso colore della direzione che indicavano. Sempre nei quattro punti cardinali, erano ubicati i quattro Bacab, delle divinità antropomorfe che erano incaricate di sostenere il mondo sulle proprie spalle. Questa quadruplicità non si limitava solo al livello terrestre, ma si estendeva sia alla piramide celeste, sia alla piramide sotterranea, di modo che ogni livello delle piramidi sia di quattro colori diversi. Anche le divinità governatrici dei vari livelli delle piramidi a gradoni, quindi, sono nello stesso tempo uno e quattro; per esempio Chac, dio della pioggia, è presente nelle varianti dei quattro colori: rosso, bianco, nero e giallo.


 Il centro del mondo

  Oltre a queste quattro direzioni, ve ne era un’altra fondamentale: il Centro del mondo, che costituiva la quinta direzione. Il Centro del mondo collegava tutte e tre le zone cosmiche (cielo, terra e inframondo) grazie a una grande ceiba, che affondava le radici nell’inframondo e protendeva i rami fino al cielo. Come nella mitologia germanica, dunque, anche nella tradizione maya ritroviamo il motivo dell’albero come asse del mondo, che permette la comunicazione e il passaggio attraverso le zone cosmiche: le anime dei defunti, per raggiungere Xibalbá, l’oltretomba maya, scivolavano lungo la linfa rossa della ceiba e le divinità, per scendere sulla terra o salire al cielo, si arrampicavano sui suoi lunghi rami. Ai due estremi di questa ceiba erano collocati il dio supremo del cielo, il Canhel, e il dio della morte dell’ultimo livello dell’inframondo, i due principi opposti che garantiscono l’equilibrio e l’armonia universale.
 Anche il Centro possedeva il proprio colore caratteristico: si trattava del blu e del verde, probabilmente un’unione tra i due, dato che i Maya avevano un’unica parola per definire questi due colori (Yax, in yucateco). Questa mescolanza tra blu e verde era una tonalità molto particolare, che si poteva ottenere solo mescolando l’argilla e il muschio presenti nel territorio maya. Per questo, ancora oggi il nome di questa gradazione è “blu maya”. Questo era il colore che più di tutti veniva utilizzato nei sacrifici: prima di perpetrare i sacrifici umani, i sacerdoti e le vittime si cospargevano di un unguento azzurro; nei mesi dedicati al dio della pioggia Chac, chiamati Yax e Mol, si dipingevano uomini e oggetti con questa tinta, che probabilmente possedeva un carattere purificatore. Il blu maya rimandava inoltre all’elemento acquatico, emblema della forza vitale e anche della purificazione. L’importanza di questo colore era testimoniata anche dalla presenza massiccia di oggetti di giada, pietra dura che presso i Maya era più preziosa dell’oro proprio in virtù del rimando spirituale all’acqua e al suo valore purificatore.



 I Maya oggi

 Questa struttura del cosmo è stata tramandata dalle popolazioni di stirpe maya fino al giorno d’oggi. È il caso dei Maya tzotzil, abitanti degli altopiani del Chiapas, in Messico, che hanno conservato una visione dell’universo molto simile a quella dei Maya classici, che comprende le due piramidi, la base terrestre quadrangolare e la grande ceiba centrale, sulla quale si arrampicavano i personaggi e i curatori più importanti per ascendere al cielo come divinità. Il sole, il Santo Padre, era posto al tredicesimo livello della piramide celeste e la sua apparizione a est era preceduta da Mukta Ch’on, un serpente che impersonifica Venere. Anche il tragitto del sole degli tzotzil ha forma circolare: l’astro sale un gradino della piramide celeste ogni ora a bordo del suo carro, lungo una strada di fiori, e di notte scompare nel mare per illuminare il mondo sotterraneo, chiamato Olontik. Infine, come presso i Maya classici, anche per gli tzotzil il mondo è il risultato della perenne lotta tra le divinità celesti, benefiche forze positive, e quelle sotterranee, forze distruttive e negative. In entrambi i casi, bene e male sono due tasselli imprescindibili per l’equilibrio cosmico.


 Questa era l'America prima di Colombo e prima dei massacri da parte dei conquistadores. Nemmeno allora era immune da stermini e da atroci sacrifici umani, perché gli uomini sanno compiere atrocità a prescindere dall'etnia di appartenenza.
 Ma per me rimane l'America più autentica, quella che oggi molte volte è dimenticata e sepolta da un'Europa che, a distanza di 522 anni, ancora non ha imparato a conoscere e ad accettare il "diverso".
  





Fonti:

-          DE LA GARZA, Mercedes, “Origen, estructura y temporalidad del cosmos” in AA.VV., Religión maya, Editorial Trotta, Madrid, 2002, pp. 54, 68-72;

-          LONGHENA, Maria, Scrittura maya – Ritratto di una civiltà attraverso i suoi segni, Mondadori, Milano, 2011, pp. 68-73;

-          THOMPSON, John Eric Sydney, La civiltà maya, Einaudi, Torino, 1994, pp. 276-279.





[1] Mercedes De La Garza ipotizza che questo appellativo possa derivare da “Arcangelo” o “Angelo”, esseri che anche nell’immaginario cattolico possiedono ali piumate.


[2] La divinità creatrice era rappresentata da un serpente piumato. In area maya, il dio che svolge la funzione di creatore è chiamato Itzamná.