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martedì 30 agosto 2016

Brahma, Vishnu e Shiva - La Trimurti indù

 Siamo ormai giunti al cuore dell'estate. Te ne accorgi quando trovi meno traffico, quando riesci tutto d'un tratto a trovare miracolosamente un parcheggio in orari impensabili. Il momento più bello è proprio ora, da agosto inoltrato fino a fine mese, quando davvero le strade sono deserte e nei piccoli paesini come il mio, normalmente gremiti di gente, non trovi anima viva. E a quel punto riesci a sentire qualcosa che dalle mie parti sembra dimenticato: il silenzio.  
 Per me l'estate è anche il momento in cui ti fermi, in cui puoi ascoltare il silenzio, senza limitarti a sentirlo. E quando si ascolta il silenzio si riesce a capire molto di noi stessi e di ciò che ci circonda attraverso la meditazione.
 Quale cultura, meglio di quella indù, può accompagnare questi giorni? Perciò ho deciso di dedicare questo post alle tre maggiori divinità indù che compongono la Trimurti: Brahma, Vishnu e Shiva.

Brahma, Vishnu e Shiva

 Il concetto di "Trimurti"

 Innanzi tutto, occorre spiegare cosa si intende per Trimurti. Letteralmente la parola significa "dotato di tre aspetti" e si riferisce appunto ai tre aspetti diversi di un'unica divinità (chiamata deva nell'induismo). Nella religione induista il termine si riferisce dunque ai tre aspetti dell'Essere Supremo, che si manifesta in tre grandi divinità: Brahma, Vishnu e Shiva. Ognuna di loro incarna uno dei tre aspetti divini: Brahma è considerato il creatore, Vishnu il conservatore e Shiva il distruttore dell'intero universo. 
 Nonostante rappresentino concetti molto distanti tra loro, queste divinità costituiscono tre facce dello stesso e unico Dio Supremo, chiamato Ishvara o Saguna Brahman. Si tratta, dunque, di una sorta di trinità cristiana, con la differenza che nell'induismo la trimurti è allo stesso tempo trascendente il creato e immanente, poiché può prendere dimora dentro gli uomini. Un'altra grande differenza tra la trimurti indù e la trinità cristiana è che nell'induismo compare anche una trimurti femminile, composta dalle tre mogli di Brahma, Vishnu e Shiva: Sarasvati, Lakshmi e Parvati, che a loro volta si identificano con una sola divinità. Al contrario, nel cristianesimo l'aspetto femminile è interamente inglobato dalla figura di Dio, che sia Padre che Madre.

Lakshmi, Parvati e Sarasvati

 Brahma, il creatore

 Il nome di questa divinità deriva dal principio neutro universale brahman, che nei testi delle Upanishad designa l'anima universale, appunto di genere neutro, a cui fanno capo tutte le creature del cosmo, compreso Brahma.   

 Come già anticipato, Brahma è la divinità predisposta alla creazione dell'universo materiale e per questo è contraddistinto dall'epiteto Prajapati, ovvero "signore della procreazione". Nella cultura indù non si ha una sola creazione, perché l'universo attraversa ciclicamente una fase di latenza, di non manifestazione, dalla quale risorgerà in seguito con un'altra emanazione. Alla nascita del nuovo universo è sempre presente un Bhagavat, una divinità suprema e non generata, che pone nelle acque primordiali il suo sperma, per fecondarle. Dalle acque sorge quindi un uovo d'oro con all'interno il Bhagavat, che prende la forma del dio Brahma. Questi esce dal suo involucro aureo dopo cento anni, creando la volta celeste con la parte superiore dell'uovo e la terra con lo spazio inferiore. In seguito Brahma crea i deva (le divinità), gli astri, i pianeti, la terra, i monti, i mari e i fiumi e anche concetti astratti, come l'Ascesi, la Parola, il Desiderio, ecc.

 Tradizionalmente Brahma viene rappresentato come una divinità con cinque teste, delle quali una è tagliata da Shiva, oppure è raffigurato nel momento della nasciata da un fiore di loto che spunta dall'ombelico di Vishnu. La sua sposa è Sarasvati, dea dell'eloquenza, della sapienza e delle arti, che con le mogli di Vishnu e Shiva costituisce una delle personificazioni della Grande Dea.

 Attualmente Brahma non è oggetto di un culto indipendente, né possiede santuari a lui dedicati, poiché viene visto come la personificazione del concetto di creazione. Il culto induista vede come protagoniste le altre due divinità della trimurti, Vishnu e Shiva. 

Brahma

  Vishnu, il conservatore 

  Nella cultura induista Vishnu rappresenta lo stereotipo del deus otiosus, una divinità dormiente e passiva, distesa sull'oceano caotico e avente come giaciglio il serpente Sesha dalle mille teste. Egli si risveglia solo per salvare il mondo nel caso di una minaccia o per emettere dal suo ombelico il fiore di loto dal quale nascerà Brahma, che creerà un nuovo universo. 

 Dato il carattere passivo di questa divinità, gli induisti hanno provveduto a trovare delle figure alle quali è delegato il potere di Vishnu. Un primo esempio di delega sono i vyuha ("spiegamenti parziali"), una serie di tre personaggi che riproducono la triade cosmica di creatore, conservatore e distruttore all'interno del solo culto di Vishnu. Il secondo esempio di delega, più conosciuto rispetto al primo, è l'ideazione degli avatara di Vishnu. Il termine avatara significa letteralmente "discesa" e designa tutte le incarnazioni del dio, che scende così sulla terra sotto varie forme per combattere demoni o salvare il pianeta da minacce incombenti. Per ogni era del mondo si individuano una decina di avatara di Vishnu, ma altri testi sacri ne individuano molti di più. 

 Il concetto di avatara in seguito si è diffuso anche per altre divinità, come per esempio Shiva. In questo modo si è potuto deificare grandi personalità del passato, reali o leggendarie. Le prime incarnazioni di Vishnu sono sotto forma di animale (un pesce, una tartaruga, un cinghiale, un uomo-leone) mentre le altre corrispondono a eroi mitici (tra cui spiccano Rama, Krishna e Kalkin) e una addirittura corrisponde a Buddha. Probabilmente tale avatara è nato per favorire la sincretizzazione tra induismo e buddhismo. 

 Sicuramente nella cultura indù l'incarnazione di Vishnu che più ha avuto successo è quella di Krishna Egli fu storicamente un principe dei Yadawa che dopo la morte divenne oggetto di venerazione per la sua gente, che lo credeva un'incarnazione di Vasudeva, una divinità in seguito identificata con Vishnu. Ma la fama di Krishna è dovuta soprattutto all'ampia mitologia che lo circonda. Egli era una divinità delle origini che svolgeva la mansione di mandriano, il cui culto ben presto si estese ben oltre alle tribù di pastori suoi devoti. Alcune storie lo descrivono come un pastore adolescente abile seduttore di diverse pastorelle, mentre i racconti sulla sua età adulta lo ritraggono come un grande e valoroso guerriero. Anche la sua morte è oggetto di una leggenda, seppur meno gloriosa: in tarda età, Krishna venne colpito per sbaglio da una freccia di un cacciatore che lo aveva scambiato per una gazzella. Sfortunatamente l'arma si conficcò nel tallone, unico punto debole di Krishna. Egli morì, ma riprese le sue sembianze una volta salito in cielo.  

 Oltre ai suoi famosi avatara, Vishnu era noto sin dalle origini della religione induista, chiamata allora brahmanesimo. Uno dei testi più antichi di questa religione, il Rig-Veda, già cita Vishnu, sebbene come divinità minore aiutante del dio Indra in occasione di una guerra contro dei demoni capeggiati dal gigante Bali. È proprio con lui che Vishnu, sotto le sembianze di un nano, stringe un patto: lo spazio che copriranno tre dei suoi passi sarebbe stato riservato agli dèi, mentre il resto del mondo sarebbe stato sotto il dominio del gigante. Bali accetta l'offerta astuta di Vishnu che, con i suoi tre passi, riesce a varcare il cielo, la terra e gli inferi. Per questo, un attributo del dio è Trivikrama, "dai tre passi" e anche per questo motivo gli viene attribuita un'indole pervasiva nei confronti dello spazio cosmico e del mondo. 

 Nell'iconografia induista Vishnu viene rappresentato come un giovane dalla pelle bluastra con quattro braccia, che reggono ciascuna uno dei suoi quattro attributi fondamentali: il disco o ruota, la mazza, la conchiglia e il loto. Il primo attributo ha la duplice accezione di ruota solare, appartenente al carro celeste del sole e del disco, l'arma da lancio che veicola il significato di potere e protezione. La mazza richiama l'oggetto con cui Vishnu uccise il demone Gada e simboleggia il potere distruttore del tempo. Anche la conchiglia rappresenta un'arma, poiché il suono del soffio che passa al suo interno spaventa e costringe i demoni alla fuga. Infine, il fiore di loto è legato alla divinità solare, oltre all'atto della già citata creazione del mondo.  

 Come Brahma, anche Vishnu ha una sposa, che è la dea della bellezza e dell'abbondanza Lakshmi. In realtà Vishnu possiede più di una moglie a seconda delle versioni, anche se meno note rispetto a Lakshmi. La sua cavalcatura è l'aquila Garuda.  

Vishnu a cavallo del serpente Sesha

 Shiva, il distruttore 

 Inquadrare in maniera esaustiva una divinità come Shiva non è semplice, probabilmente perché questa figura ha progressivamente accorpato tratti di divinità diverse. Shiva ha difatti ereditato nel tempo caratteristiche proprie di dèi come il collerico Rudra, il dio del fuoco Agni e il grande Indra che erano divinità di primaria importanza all'epoca del brahmanesimo, ma anche di divinità secondarie. Questa unione di attributi tanto diversi ha generato lo Shiva induista, che si venera oggi, il quale è una delle divinità più ambivalenti in assoluto.

 In quanto membro della Trimurti, a lui è affidato il ruolo di distruttore, colui che periodicamente riassorbe il mondo, annulla la separazione tra il sé individuale e universale per permettere a Brahma di creare un nuovo universo. La distruzione impersonata da Shiva non è da intendere in senso negativo, come saremmo tentati di fare nella mentalità occidentale, ma come una naturale conclusione di un ciclo di vita-morte che, con la dissoluzione dell'ordine esistente, permette di ricrearne uno nuovo.

 Sempre in questo senso la scuola filosofica indù del Samkhya, che attribuisce alla materia tre tipi di manifestazione, detti guna (sattva, ovvero aggregante, rajas, equilibratrice e tamas, disgregante) associa a Shiva il controllo della tamas, la manifestazione disintegrante che include qualità come passività, inerzia, e ignoranza. Per questo Shiva può assumere due atteggiamenti contrapposti che corrispondono alle tendenze appena descritte: in quanto distruttore, nella sua forma attiva impersonifica il Tempo e la Morte, è il guerriero che lotta contro i demoni ma anche il dio vendicativo e violento; nella sua forma passiva invece appare come un essere immobile e addormentato,un nano bianco che, come Vishnu, delega il suo potere ad altre forze, dette shakti (letteralmente "energie") che agiscono sotto forma di donne.

 All'aspetto distruttore di Shiva fa da contraltare la sua indole benevola verso i suoi adepti. Il suo nome, che significa letteralmente "favorevole", insieme ad altri epiteti con cui è conosciuto il dio come Shankara ("dispensatore di felicità") e Shambu ("luogo di felicità") sono indice della natura benefica di questo deva. Shiva è una delle divinità più generose e altruiste del pantheon induista, è un amico sempre pronto a intervenire per aiutare i suoi fedeli e per soccorrere l'intera umanità. Anche se in Occidente questa faccia di Shiva è meno conosciuta, non è da considerare meno importante rispetto alle sue vesti di distruttore. Probabilmente questa è la ragione dell'enorme diffusione del culto di Shiva, che supporta i suoi devoti sia dal punto di vista fisico sia dal punto di vista spirituale.

 È da ricollegare all'indole benefica di Shiva anche il suo controllo della sfera sessuale e procreatrice. Nei santuari shivaiti sovente svetta il linga, un oggetto di forma fallica che ricorda la protezione del dio in ambito sessuale. Va detto che in origine il culto del linga era indipendente dalla figura di Shiva, solo in seguito è stata stabilita un'associazione tra i due. Per esempio, sono numerose le leggende che, ponendo Shiva in primo piano rispetto a Brahma e Vishnu, vogliono che sia proprio Shiva a creare le acque primordiali per poi fecondarle con il "Germe d'oro" (detto Hiranyagarbha) in cui viene racchiuso Brahma. 


 In contrasto con il patrocinio sulla sfera materiale e fisica della sessualità bisogna evidenziare anche il dominio di Shiva in campo spirituale.  Egli è infatti anche il perfetto asceta, signore di tutti coloro che praticano lo yoga (gli yogin), in grado di immergersi totalmente in se stesso e di adottare una concentrazione tale di restare seduto in una posizione yoga per lunghissimo tempo su una cima dell'Himalaya con il capo cosparso di cenere.  In questa veste Shiva si converte nel protettore della meditazione, dell'ascesi mistica e di quanti le praticano, cercando di avvicinarsi al Trascendente per liberarsi dalla schiavitù dei piaceri del mondo e dalla sua materialità.

 Come Brahma e Vishnu, anche Shiva è protagonista di una precisa iconografia. Oltre a essere adorato sotto forma del linga, come già accennato, il dio viene rappresentato in modi diversi, accomunati però dalla presenza di elementi precisi: la sua cavalcatura, rappresentata dal toro bianco Nandi; la carnagione color biancastro (tipica delle ceneri) con la gola blu, o alternativamente la pelle interamente di colore blu, come Krishna; i capelli raccolti sulla sommità del capo adornati con la luna crescente e il fiume Gange (in memoria di quando il deva attenuò la caduta del fiume sulla terra); i tre occhi, dove il terzo sulla fronte rappresenta sia la conoscenza interiore sia la capacità di Shiva di incenerire con il suo fuoco qualsiasi cosa qualora se ne presenti occasione; la fronte solcata da tre linee orizzontali; una collana di teschi umani e una a forma di serpente che adornano il suo collo, insieme ad altri serpenti che talvolta fungono da bracciali; le famose quattro braccia con le mani che impugnano un tridente, un piccolo tamburo, una pelle di daino, un mazza con un cranio all'estremità, un'ascia o un fulmine

 Il colorito bluastro della gola di Shiva ha origine da un mito in cui i deva, sconfitti dai demoni asura (nome generico con cui vengono identificati i demoni) dovevano recuperare l'immortalità conferita dalla bevanda amrita. La coppa contenente la bevanda prodigiosa si trovava però in fondo a un mare di latte e gli dèi decisero di zangolarlo. Vishnu, sotto forma di tartaruga, portò il monte Mandara, che doveva servire da bastone della zangola, sul fondo del mare e gli altri deva avvolsero il serpente Vasuki attorno alla montagna, come una corda. Gli dèi iniziarono così a tirare le due estremità del serpente per zangolare il mare di latte ma, a un certo punto, il serpente Vasuki rigettò un abbondante fiotto di veleno, talmente potente che poteva distruggere tutti i deva. Fu Shiva a evitare la morte dei suoi compagni, raccogliendo il veleno in una mano e ingoiandolo. Come segno del gesto, la gola gli rimase blu.

Shiva in una versione che lo ritrae con due braccia

 Infine, un'immagine molto nota dell'iconografia di Shiva è quella del dio danzante, noto con il nome di Nataraja. Anche questa immagine si può ricondurre a un mito, secondo il quale una volta a Chidambaram (o Tillai) alcuni rsi (nome con cui si indicano eremiti, saggi o cantori) di una foresta himalayana volevano uccidere Shiva per mezzo di canti magici. Il dio si difese inziando a ballare e trasformò quelli che volevano essere canti di morte in energia creativa. I saggi, vedendo che il loro piano era fallito, generarono con delle pratiche magiche il nano Apasmara, personificazione dell'ignoranza e dell'oblio, scagliandolo contro il deva. Ma Shiva non si lasciò sorprendere e schiacciò il nano con il suo piede destro, spezzandogli la colonna vertebrale. La vittoria di Shiva significava da un lato la liberazione dell'umanità intera dal flagello dell'ignoranza e dalla perdita della memoria simboleggiate da Apasmara e dall'altro il distacco dalla vita terrena, rappresentato dalla gamba sinistra del dio, sollevata in aria. In questa raffigurazione Shiva è circondato da un arco di fuoco e possiede quattro braccia che svolgono gesti diversi: una delle mani destre è sollevata in segno di protezione e invita il fedele a non aver timore; l'altra destra regge il tamburo primordiale a forma di clessidra, con spiccati significati cosmici (dove i due triangoli formanti la clessidra si uniscono inizia la creazione, mentre nelle estremità vi è la distruzione della vita); la mano sinistra che sconfina nel lato destro del corpo richiama una proboscide di elefante, simbolo di forza; l'altra mono sinistra invece regge il fuoco, elemento distruttore per eccellenza che porta però anche a un'evoluzione, a un rinnovamento. Il tutto è sorretto da un fiore di loto, fonte da cui scaturisce l'arco di fuoco che raffigura la sacra sillaba Om

 Ecco dunque che l'immagine di Shiva danzante si carica di forti valenze cosmiche, evidenti già dal luogo in cui egli compie la danza, Chidambaram, considerato il centro dell'universo. Trasferendo il centro dell'intero universo al microcosmo, vediamo che Shiva danza nel centro del cuore di ogni uomo, liberandolo dall'illusione e dall'ignoranza. Inoltre, le attitudini descritte riassumono tutte e cinque le attività cosmiche del dio: creazione (rappresentata dal tamburo e dal sacro Om), conservazione (la mano che offre speranza), distruzione (il fuoco), illusione (il piede sul suolo) e liberazione (il piede sollevato). Queste dunque sono tutte le fasi della vita dell'universo indù, che si manifesta, si preserva e alla fine viene riassorbito. La danza di Shiva, quindi, nel macrocosmo, simboleggia l'eterno mutamento a cui è sottoposta la natura e scandisce i ritmi dei cambiamenti, determinando la nascita, il moto e la morte di tutte le cose.  

 
Shiva danzante


 Eccoci dunque alle porte di settembre, che ci annuncia la fine del silenzio e la ripresa di ogni attività. Presto saremo di nuovo immersi nel frastuono quotidiano e i rumori assorderanno di nuovo le nostre vite. Ma non dimentichiamoci che le nostre vite sono molto di più, che non possiamo ridurle solo alla nostra attività lavorativa o alle diversioni mondane. Come ci insegna la cultura indù, ogni uomo è un universo e partecipa alla vita del cosmo. Il mio augurio e proposito dunque è quello di non smettere mai di guardare in due direzioni: verso il cielo e dentro di noi. Solo così potremo rendere giustizia a noi stessi e solo così anche il mondo potrà trarne beneficio.





Fonti:
- RENOU, Louis, L'induismo, Xenia Edizioni, Milano, 1994, pp. 34-40;
- Wikipedia (italiano), voce "Brahma";
- Wikipedia (italiano), voce "Vishnu";
- Wikipedia (italiano), voce "Shiva";
- Wikipedia (italiano), voce "Trimurti";
- Liceo Berchet, ricerca sull'India, pagina "Sacra trimurti".

venerdì 21 settembre 2012

La Fenice, simbolo d'immortalità

 Ci sono idee che sono nate nella mente dell'uomo fin dai primi tempi e che non sono più scomparse. Sembrano quasi dei chiodi fissi, che si sono inculcati in tutte le culture e mitologie del mondo e che sopravvivono tutt'ora, anche se in altre forme.
 Un concetto che ritorna insistentemente in tutte le popolazioni antiche è quello di rigenerazione. Questa idea si è concretizzata in diversi modi: attraverso i riti propiziatori che favorivano la ciclicità dei fenomeni naturali, o rituali di passaggio che purificassero il defunto perché potesse rinascere nell'al di là, o ancora concezioni cicliche del tempo, che era destinato inesorabilmente a ripercorrere i propri passi.

 Per rappresentare il concetto di rigenerazione, però, i popoli antichi ricorrevano anche a delle creature immaginarie, che si configuravano come veri e propri simboli del pensiero degli uomini. Una di queste è la Fenice, l'uccello mitologico che dopo la morte rinasce dalle proprie ceneri.  

 I primi a parlare di questo favoloso pennuto furono gli Egizi, che nel loro pantheon annoveravano il Benu o Bennu (letteralmente "brillare", "Splendere" o "librarsi in volo"), che dapprima aveva le sembianze di un passeraceo e poi divenne un trampoliere dal becco lungo e sottile, con due piume dietro il capo. Tale uccello venne associato al sole e alla divinità solare Ra, quindi rappresentava il cammino dell'astro nel cielo, che sorgeva e tramontava. Il Bennu era identificato inoltre con il pianeta Venere, chiamato la Stella del Mattino, come dimostra questa invocazione:

«Io sono il Bennu, l'anima di Ra, la guida degli Dèi nel Duat. Che mi sia concesso entrare come un falco, ch'io possa procedere come il Bennu, la Stella del Mattino.»

Bennu, la "Fenice" egiziana
 A causa del suo aspetto simile a un airone, il Bennu era una figura che annunciava il ritorno di un periodo fertile e prospero. L'airone, infatti, era solito comparire sulla sommità delle rocce del fiume Nilo dopo la periodica inondazione che fecondava la terra con il limo. La connessione con la fertilità e con le forze vitali è dimostrata anche dal fatto che il Bennu divenne una rappresentazione di Osiride, il dio che muore e risorge.
 Un mito egizio della creazione narra, addirittura, che il Bennu fosse il primo essere animato a sorgere sulla collina emersa dal caos delle acque primordiali. Secondo la leggenda, il Bennu sarebbe nato dal fuoco che ardeva sul sacro salice di Eliopoli.
 Di Bennu ne poteva esistere solo uno alla volta, proprio come il sole. Era sempre di sesso maschile e viveva in prossimità di una sorgente d'acqua fresca, in un'oasi dell'Arabia (da qui l'epiteto "araba fenice") che era pressoché introvabile. Lì, ogni mattina faceva il bagno nell'acqua della fonte e intonava una melodia talmente soave che il sole fermava il suo corso per ascoltarla. Talvolta lo si poteva veder volare a Eliopoli per depositarsi sul salice sacro o sull'obelisco all'interno della città.

 Dall'Egitto, la leggenda si diffuse in Grecia grazie a Esiodo ma soprattutto a Erodoto, il primo che descrisse in modo preciso l'aspetto della Fenice e le sue caratteristiche. Secondo lo storico greco l'uccello era più o meno della grandezza di un'aquila e il suo piumaggio era in parte oro brillante e in parte rosso cremisi. Nonostante l'aspetto dell'animale sia profondamente cambiato rispetto alla tradizione precedente, Erodoto si riallaccia comunque al culto egiziano, affermando che la Fenice giungeva dall'Arabia a Eliopoli ogni cinquecento anni, in occasione della morte del genitore, le cui salme erano state imbalsamate in un uovo di mirra. La nuova Fenice portava con sé l'uovo per depositarlo e bruciarlo sull'altare del dio del sole.  
 Sempre Erodoto ci svela che, prima di morire, la Fenice si ritirava in un luogo appartato e costruiva un nido di incenso e cannella sopra una quercia o una palma, accatastando le piante aromatiche in modo da formare un uovo. Dopodiché, adagiatasi nel giaciglio, lasciava che i raggi del sole incendiassero il nido e si lasciava consumare dalle fiamme. Incendiandosi, le piante aromatiche diffondevano un dolce profumo, che accompagnava sempre la morte della Fenice. Dalle ceneri, poi, spuntava una larva o un uovo, che i raggi del sole contribuivano a trasformare in una Fenice adulta in tre giorni attraverso il loro calore. In seguito, come già accennato, la nuova creatura si dirigeva verso Eliopoli e si posava sull'albero sacro.


La Fenice greco-romana

  
 Ovviamente questa figura non poteva non essere citata anche da scrittori romani, che dibatterono molto su alcune caratteristiche della Fenice (il cibo di cui si nutrisse, sulla modalità della sua morte), ma mantenendo in generale inalterati i tratti fondamentali fissati da Erodoto. Per esempio Ovidio, nelle sue Metamorfosi, scrive:


si ciba non di frutta o di fiori, ma di incenso e resine odorose. Dopo aver vissuto cinquecento anni, con le fronde di una quercia si costruisce un nido sulla sommità di una palma, ci ammonticchia cannella, spigonardo e mirra, e ci s'abbandona sopra, morendo, esalando il suo ultimo respiro fra gli aromi. Dal corpo del genitore esce una giovane Fenice, destinata a vivere tanto a lungo quanto il suo predecessore. Una volta cresciuta e divenuta abbastanza forte, solleva dall'albero il nido (la sua propria culla, ed il sepolcro del genitore), e lo porta alla città di Eliopoli in Egitto, dove lo deposita nel tempio del Sole.

 Ovidio, quindi, rimane fedele alla storia tramandata da Erodoto, aggiungendo però alcuni particolari: il nutrimento della Fenice e il fatto di trasportare a Eliopoli non solo le salme del genitore, ma anche il proprio nido. Sempre per quanto riguarda la morte del genitore, anche Tacito riprese le informazioni di partenza, dicendo che la nuova Fenice portasse l'intero corpo del genitore morto a Eliopoli per bruciarlo all'altare del sole.
 E' bene evidenziare che il continuo riferimento a Eliopoli non era casuale. Lì, i sacerdoti di Ra erano soliti conservare i testi dei tempi passati in archivi. Se si tiene presente questo dato importante, la Fenice diveniva così il nuovo profeta, il nuovo messia che distruggeva gli antichi testi sacri per far rinascere una nuova religione dalle ceneri di quella precedente.
 Durante l'impero romano, la Fenice smise i panni del sole che tramontava e risorgeva ogni giorno e assurse a simbolo dello stesso impero che, pur alterandosi, si rinnovava sempre ed era immortale.

 Ma l'idea di rinnovamento e rigenerazione legata alla Fenice non poteva restare confinata solo al mondo classico. Infatti, il favoloso uccello era presente già nella tradizione ebraica, dove assunse il nome di Milcham. Una leggenda narra che Eva, divenuta mortale dopo aver mangiato il frutto proibito, costrinse anche tutti gli altri animali dell'Eden a fare altrettato, poiché era invidiosa della loro purezza e immortalità. L'unico animale che si rifiutò di mangiare il frutto proibito fu proprio la Fenice. Per questo, Dio volle ricompensarla dandole come dimora una fortificazione nel paradiso terrestre, dove l'uccello leggendario avrebbe potuto vivere in pace per mille anni. Proprio con una frequenza di mille anni, la Fenice bruciava e si rigenerava da un uovo, che veniva ritrovato tra le ceneri dell'animale defunto.

 La religione cristiana riprenderà in seguito la simbologia di questo animale, che ben si addiceva alla figura di Gesù Cristo che, proprio come la Fenice, muore per poi risorgere. In questo contesto la Fenice non è solamente simbolo di Cristo vittorioso sulla morte, ma più in generale anche della rinascita spirituale dell'anima, che è immortale.
 Ben presto, quindi, la Fenice divenne parte dei bestiari dell'epoca medievale. Uno di questi, chiamato Fisiologo, riportava le caratteristiche dell'animale, che erano state in parte modificate. Secondo il bestiario, la Fenice era originaria dell'India  e ogni cinquecento anni si dirigeva verso il Libano, dove si profumava le ali con piante aromatiche e si annunciava al sacerdote di Eliopoli. Costui, ricevuto il segnale, preparava sull'altare una pira di sarmenti di legno dove l'uccello si sarebbe posato e avrebbe preso fuoco. Dopo la morte sul rogo, il sacerdote trovava un piccolo vermicello, che in tre giorni si sarebbe trasformato nella nuova Fenice. Il Fisiologo stesso spiega la simbologia di questo essere prodigioso:

l'uccello prende l'aspetto del nostro Salvatore, che scendendo dal cielo, riempì le sue ali dei dolcissimi odori del Nuovo e dell'Antico Testamento, come egli stesso disse: «Non sono venuto ad eliminare la legge, ma ad adempierla». 

La Fenice in un mosaico cristiano


 Creature molto simili alla Fenice europea ed egiziana si possono trovare anche negli altri continenti. Nella mitologia cinese, l'uccello leggendario compare tra le quattro creature sacre che presiedono al destino della Cina, le quali impersonano le forze primordiali di tutti i tipi di animali (piumati, corazzati, pelosi e dotati di squame). I quattro animali magici sono Bai Hu (la tigre bianca) o Ki-Lin (l'unicorno) per l'Ovest, Gui Xian (la tartaruga o il serpente) per il Nord, Long (il drago) per l'Est e, per il Sud, Feng (la Fenice). Quest'ultimo rappresentava le forze primordiali dei cieli, il potere e la prosperità, perciò l'imperatore e l'imperatrice erano gli unici a poter portare il simbolo del Feng. I Cinesi ritenevano che il Feng possedesse i più begli attributi di tutti gli animali e lo rappresentavano con due pergamene nel becco o una scatola che conteneva i testi sacri.
 Feng era l'imperatore di tutti gli uccelli, poiché il suo corpo era l'insieme dei sei corpi celesti: la testa simboleggiava il cielo, gli occhi il Sole, le ali il vento, gli artigli la terra, il dorso la luna e le piume i corpi astrali; inoltre, la coda di Feng conteneva i cinque colori primari. Egli era nato dal fuoco sulla Collina del Falò del Sole e viveva con la sua compagna (o con il suo compagno, visto che il Feng può essere sia maschio che femmina) nel Regno dei Saggi, cibandosi di bambù e bevendo acqua purissima. Feng aveva una voce melodiosa e tutti i galli lo accompagnavano nell'intonazione della sua canzone, che conteneva le cinque note della scala musicale cinese. Egli appariva solamente in periodi di pace e prosperità e durante il concepimento di un bambino, per consegnare l'anima del nascituro al grembo della madre.

Fenghuang


 In Giappone, la Fenice ricompare con il nome di Ho-ho e assume le sembianze di un'aquila enorme coperta di gemme che sputa fuoco. Ho-ho si annovera tra i kami, gli spiriti della natura, e annuncia l'arrivo di una nuova era. Un altro nome di Ho-ho è Karura, che altro non è che la storpiatura del nome sanscrito Garuda, con cui la Fenice è nota in India.

 Nella cultura induista e buddista, Garuda è uno dei supremi veggenti. Ha un corpo umano dorato, ali scarlatte, becco d'aquila e faccia bianca. Sua madre venne imprigionata da Kadru, la madre di tutti i serpenti e Garuda, per liberarla, assunse il Soma, l'elisir che rende immortali. Il dio Viṣṇu, fu molto colpito da ciò e scelse Garuda come avatar (l'incarnazione terrestre) o come suo destriero. Fatto sta che dal rapimento della propria madre, Garuda mantenne un feroce odio nei confronti dei Naga, la famiglia dei serpenti e dei draghi.

 Tracce della Fenice, infine sono presenti anche in America. Quetzalcoatl, il serpente piumato del Messico, aveva la facoltà di risorgere dopo la propria morte e i Maya lo ritenevano un grande sovrano e portatore di civiltà. I Toltechi identificano con questo nome un vero e proprio sovrano, che era anche sacerdote di Tollan, il quale morì arso sul rogo nello Yucatan, proprio come la Fenice.
 Nell'America settentrionale, invece, troviamo Wakonda, che per i Dakota era l'uccello del tuono, mentre per i Sioux era il "grande potere superiore", una divinità generosa che donava potere e saggezza.  

 Alla ricerca della Fenice abbiamo percorso in lungo e in largo il mondo. Si può vedere bene, dunque, quanto stia a cuore all'uomo l'idea della rinascita. E non potrebbe essere altrimenti, perché anche nella vita quotidiana abbiamo bisogno di pensare che, nonostante le sconfitte e le disgrazie, si può sempre ricominciare.
 Per questo dedico questo articolo a una mia carissima amica, che ora si trova con un pugno di cenere in mano. Le auguro con tutto il cuore di essere come l'araba Fenice, più forte della morte (in questo caso in senso figurato) e in grado di diventare ancora più splendida.
 Se l'uomo è riuscito a concepire una figura tanto bella, significa che anche noi abbiamo nella nostra natura il gene della Fenice che non muore mai e che non si arrende. 



Fonti:
- MENEGATTI, Alessandra, "La fenice, animale mitologico";
- Wikipedia, voce "Fenice";
- Wikipedia, voce "Benu";
- Sito internet Astrocultura UAI, articolo "Un mito, una costellazione, un teatro - La Fenice: l'eterno ritorno";
- VAGHI, Fabio, "Il canto della fenice".