Visualizzazione post con etichetta Slavi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Slavi. Mostra tutti i post

venerdì 3 gennaio 2014

"Il cavaliere senza morte" di Davide Van de Sfroos

De tera n'ho traversàda, de acqua n'ho cognussüda,
de veent n'ho inscè purtaa in di me sacöcc...
se sun sbassàa come un ramm de sàles, se sun smagiaa come un trunch de plàten
ma sun staa anca bel drizz cumè un ciprèss...
quaand che m'hann dii che'l mund girava ho cuminciaa a cürrech a'dree e adèss ho giraa püsse de luu... ma l'soo che ho mea vengiüü...

Ho pruvaàa el Martèll de Thor, i sgrafignaad de la Baba Yaga e Vainamöinen el m'ha insegnaa a cantà...
e quanti omen con scià na spada ho trasfurmàa in funtàn de saangh
e pò la Morrigan la passava a netà tütt...
quand che m'hann dii che'l muund cantava stori de Achille e de Cuchulain
me n'ho cupàa püsèe de luur... ma de canzönn n'ho mai sentüu...

E alura via anima in pèna a carcà el fuund de la damigiana
senza necorgéss che ho bevüü in del Sacro Graal...
vurèvi beev per desmentegà e ho guadagnaa l'immortalità
propi la sira che vurevi pruvà a crepà...
una Valchiria da segunda man e un
druido senza giüdizi
m'hann faa sultà deent nel teemp comè un precipizi...
e sun partii per la nuova gloria e ho vedüü merci la storia
cumè un Dio in armadüra ma a pè biütt...

Forsi per noia o per vanità, sun naa in söl fuund del laagh
per ritruvà la spada de Re Artù...
ma Excalibur serviss a un cazzo, e Viviana me l'ha dii
se a manegiàla ghè lè un rembambii...
quand che m'hann dii che 'l muund pregàva, ho pregaa püsse de lüü
e adess che ho tacaa la spada al müür... effettivamente la me paar 'na cruus...

E sun partii per la tèra santa, la lama in cieel e l'infernu in tera
perchè m'han dii che l'era santa anca la guera...
culpi de spada a furma de cruus culpi de spada a mezzalöena
che in paradis a tücc ghe spècia una pultrona...
e i m'hann dii che se'n cupavi tanti, scancelavi i mè pecàà...
che l'è diverso cupà quii giüst e quii sbagliàa...

Ma me pudévi piö murì... e quindi niente aldilà...
ho saraa i öcc e ho pruvàa a specià...
ho speciaa che la finiva e sun indurmentaa
ho verdüü i öcc e ho veüü i carri armàa...



 Alzi la mano chi ha capito qualcosa di questa canzone. Senza barare, mi raccomando! ;)
Il post di oggi sarà un po' diverso rispetto agli altri, perché stavolta voglio che sia il testo della canzone a farla da protagonista. 
 Se anche a una prima lettura non avete capito granché, non preoccupatevi. Del resto, anche per me, che sono di provenienza nordica, leggere il dialetto laghée (parlato soprattutto nella provincia di Como e Lecco) non è proprio semplice. Quel poco che conosco del dialetto delle mie zone (provincia di Varese e Milano), raramente l'ho visto messo per iscritto (mea culpa!) e fatico molto meno a capirlo quando lo sento parlare, che non quando lo leggo. Per non parlare delle piccole, grandi variazioni linguistiche che intercorrono tra i dialetti lombardi, perfino tra paesi distanti anche pochi chilometri.

 Ora basta però, non voglio tediarvi oltre. 
 "Perché questa canzone?" vi starete chiedendo. Vi ho dato un aiuto evidenziando delle parole chiave per noi, appassionati di mitologia. E molto probabilmente anche Davide Bernasconi, in arte Davide Van de Sfroos, il bravo autore della canzone, deve esserlo. Per chi non lo conoscesse, Van de Sfroos è famoso proprio perché compone canzoni in dialetto laghée e ha acquisito una buona visibilità partecipando a Sanremo 2011 con "Yanez". Poco più di un mese fa ho assistito a un suo spettacolo e anche lì ho notato delle allusioni a specifiche figure mitologiche. Ora non voglio dire che la mitologia sia parte integrante dei suoi lavori, ma a volte traspare un certo attaccamento alle leggende (soprattutto nordiche) da parte di questo cantante.

 In questa canzone Van de Sfroos fa un uso particolarissimo della mitologia. Se siete riusciti a intuire qualcosa riguardo al tema, nonostante lo scoglio linguistico, avrete intuito che si parla di un cavaliere che è condannato a girovagare per il mondo per l'eternità e a rimanere immortale dopo aver accidentalmente bevuto dal Sacro Graal. 
 Ovviamente le imprese più importanti di un cavaliere sono essenzialmente belliche. Il valore di un guerriero veniva misurato in base a quanti uomini riusciva a uccidere. Il nostro protagonista della canzone ci racconta di averne passate tante e di aver posto fine a numerose vite. Per narrare le proprie avventure cita numerosi personaggi mitologici che andrò qui a introdurre brevemente.

 Il primo nome che incontriamo è quello di Thor, la divinità che nel pantheon nordico è seconda solo a Odino, suo padre. Thor è il signore del tuono che attraversa il cielo sul suo carro trainato da due caproni. Egli sa essere cordiale, ma è un terribile flagello quando la collera si impadronisce di lui: i suoi occhi sprizzano lampi e le sue possenti grida sono più forti del mare in tempesta e degli ululati del vento. La sua arma temibile è l'inseparabile martello Mjöllnir, forgiato dai nani, abilissimi orafi, col quale difende il mondo degli uomini e degli dèi dagli attacchi dei Giganti.

Thor, dio del fulmine
 
 Subito dopo si parla della Baba Yaga, che avevo traslitterato in "Baba Jaga" nel post a lei dedicato (cfr. "Baba Jaga, la strega dell'est" in questo blog). Si tratta di un personaggio importantissimo quanto terrificante delle fiabe russe, che svolge la funzione delle nostre streghe. Baba Jaga ha infatti l'aspetto di una vecchia raggrinzita e ossuta ma dotata di un vorace appetito, tant'è che spesso tenta di mangiare i protagonisti delle fiabe dove compare. Si sposta sempre a cavallo di un mortaio (che dirige con un pestello) e il suo arrivo è annunciato dal fremito del vento e delle foglie degli alberi. Vive in una capanna dotata di due zampe di gallina, di modo che possa spostarsi agilmente da una parte all'altra della Russia. 

Baba Jaga, la strega russa

 Dopo qualche parola incontriamo Vainamöinen, protagonista del Kalevala, celebre poema che costituisce una delle fonti principali della mitologia ugro-finnica. Si tratta dell'eterno cantore, dotato di una grande saggezza e conoscitore della magia, nato da sua madre Ilmatar dopo settecento anni di gestazione. Per questo motivo,  Vainamöinen nasce già vecchio, all'epoca dell'origine del mondo. Per anni il cantore resta in balia del mare, ma alla fine riesce a raggiungere la terra ferma e a salutare il sole e la luna. È grazie a lui che Sampsa Pellervoinen semina la terra per coprirla di vegetazione e recita l'incantesimo per far spuntare l'orzo. Inoltre, Vainamöinen fa crescere una quercia talmente alta e florida da coprire interamente il cielo, che sarà abbattuta poi da un eroe con il benestare del cantore (vedi "Alle radici dell'albero cosmico - L'albero come asse del mondo nella tradizione europea" in questo blog).

Vainamöinen, l'eterno cantore

 Restando sempre nella zone nordica europea, Van de Sfroos cita la Morrigan, una delle dee della guerra della mitologia celtica irlandese. Tutte le dee della guerra rivestono in Irlanda anche un ruolo di rilievo nella sfera sessuale, che le ricollega simbolicamente anche alla sfera dell fertilità. Morrigan è amante di Daghda, divinità appartenente ai potenti Tuatha de Danann, il capo della tribù. In questo caso, l'unione della Morrigan con Daghda rappresenta l'unione della dea della fertilità con l'intera comunità. La Morrigan, come le altre divinità guerriere (Macha, Nemhain e Badbh) è anche in grado di trasformarsi e di apparire sotto  forma di animali (specialmente di corvo, che sorvola i cadaveri nelle battaglie) o di altri esseri umani.

La Morrigan, dea della guerra

 Veniamo ora a una figura che ci è molto più familiare delle altre, dato che appartiene alla nostra tradizione mitologica. Tutti infatti conosciamo Achille, l'eroe acheo più valoroso tra i partecipanti alla guerra di Troia. Figlio della nereide Teti e del mortale Peleo, Achille è per metà dio e possiede una forza straordinaria e un'invulnerabilità quasi totale. La madre Teti, infatti, lo immerse nelle acque del fiume infernale Stige perché divenisse invincibile senza bagnarne i talloni, poiché reggeva il figlio per i piedi. Achille è dunque l'eroe guerriero per eccellenza, dall'ira letale, che cerca di ottenere l'immortalità con la gloria acquisita nella guerra di Troia.

 
Duello tra Ettore e Achille


 Ciò che Achille rappresenta per la mitologia greca è rappresentato in quella irlandese da Cù Chulainn. Molte cose accomunano Achille e il più grande eroe irlandese: 
- Cù Chulainn, come Achille, è un semidio, poiché secondo varie versioni mitologiche è figlio del dio Lug e della principessa Deichtine, figlia di Conchobar, potente re dell'Ulster; 
- possiede una forza smisurata, con la quale è in grado fin da ragazzo di disfarsi senza problemi del cane da guardia di un fabbro, Culann (da cui Cù Chulainn, chiamato in origine Sétanta, prende nome); 
- l'ira lo trasforma in una feroce macchina da guerra, simile in questo caso a un vero e proprio mostro;
- Cù Chulainn è ansioso di dimostrare il proprio valore attraverso le armi, proprio come Achille.


Il giovane Sétanta con il cane Culann
 Altre figure che sicuramente abbiamo sentito nominare sono le Valchirie, celebri protagoniste della cavalcata musicata da Wagner. Queste donne leggendarie e affascinanti erano le emissarie femminili di Odino, la divinità principale del pantheon nordico. Il loro compito era quello di scegliere, sul campo di battaglia, gli eroi più valorosi che, una volta morti, avrebbero trasportato nel Valhalla, una stanza del regno di Asgardr costruita apposta per chi perdeva la vita valorosamente. Appaiono sovente come fanciulle armate di lancia ed elmo, che cavalcano a fianco di Odino su cavalli alati.

Le Valchirie, emissarie di Odino

 Infine, facciamo un tuffo nel Medioevo con le numerose citazioni del ciclo arturiano dei cavalieri di re Artù. Il leggendario sovrano è la figura chiave dei poemi del ciclo bretone, che racconta le vicissitudini guerresche e amorose di re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda. Uno degli episodi più famosi è sicuramente l'estrazione, da parte del giovanissimo Artù, della mitica spada Excalibur dalla roccia, arma dotata di prodigiosi poteri magici. L'altro oggetto citato nella canzone è il Sacro Graal, il calice che Cristo avrebbe utilizzato durante la sua Ultima Cena con i dodici apostoli  e che occupa un posto di rilievo nella Tavola Rotonda. Non a caso diverse fonti del ciclo arturiano narrano che fossero proprio dodici i cavalieri membri. Viviana, infine, è il nome spesso attribuito alla Dama del Lago, l'entità fatata che riconsegna Excalibur ad Artù dopo che la sua lama era stata spezzata. Il ciclo arturiano racconta anche che fu la fata a crescere Lancillotto e a far innamorare di sé il mago Merlino. L'astuta fata seppe sfruttare a suo vantaggio i sentimenti che il mago nutriva per lei, tanto che riuscì a carpire tutti i segreti magici di Merlino senza mai concedersi a lui.

La Tavola Rotonda di re Artù

 Tutte queste citazioni mitologiche non sono certo riportate come sfoggio di cultura. Possiamo osservare, infatti, ora che le conosciamo meglio, che quasi tutte le figure nominate hanno una stretta connessione con la guerra. E se continuiamo a leggere il testo della canzone, vediamo che dalla "guerra mitologica" si passa alle guerre "storiche" delle crociate, dove quella che era Excalibur sembra diventare a tratti una croce e a tratti una mezzaluna, i simboli dei due grandi contendenti del "sepolcro di Cristo". A questo punto il cavaliere è stufo, non vuole più combattere, ma non può nemmeno lasciarsi morire, poiché il potere dell'acqua del Santo Graal glielo impedisce.
 Allora il "cavaliere senza morte" decide di dormire. Il suo lungo sonno e la canzone finiscono al risveglio dell'eroe, che vede i carri armati.

  Le epoche passano, ma l'idea delle guerra è sempre presente nell'uomo, dai primordi fino all'attualità. Il nostro cavaliere è come una telecamera che riprende l'evoluzione dei vari conflitti bellici e ne scopre l'orrore attraverso le numerose esperienze che è condannato a vivere.
 Ecco che la mitologia guerresca diventa un'arma contro la guerra: ci sono talmente tanti guerrieri, tante figure assetate di sangue, che il cavaliere si stufa di combattere. La mitologia qui è usata non per esaltare la guerra, ma per risvegliare le coscienze, per suscitare un sentimento di rifiuto di tutte le atrocità commesse.
 Pochi giorni fa, in occasione della festività del primo giorno dell'anno, abbiamo celebrato anche più o meno (in)consapevolmente la giornata della Pace, che coincide con il 1° gennaio. Vorrei che questa canzone fosse di buon auspicio per il nuovo anno, che ci ricordi senza troppa retorica l'importanza della pace in tutte le parti del nostro pianeta.

Buon 2014!!!

P.S. E ora, visto che avete avuto la pazienza di leggere fino a qui, vi regalo la traduzione in italiano: 


Di terre ne ho attraversate, di acqua ne ho vista scorrere,
di vento ne ho così portato nelle mie tasche
mi sono abbassato come un ramo di salice, mi sono macchiato come un tronco di platano
ma sono stato anche bello dritto come un cipresso...
quando mi hanno detto che il mondo girava ho cominciato a rincorrerlo e adesso che ho girato più di lui... lo so che non ho vinto

Ho provato il Martello di Thor, i graffi della Baba Yaga, e Vainamoinen mi ha insegnato a cantare...
e quanti uomini armati di spada ho trasformato in fontane di sangue
e poi la Morrigan passava a pulire tutto...
quando mi hanno detto che il mondo cantava storie di Achille e Cuchulain
io ne ho uccisi più di loro... ma di canzoni non me ne hanno mai scritte...

E allora via anima in pena a cercare il fondo della damigiana
senza accorgersi che ho bevuto dal Sacro Graal...
volevo bere per dimenticare e ho guadagnato l'immortalità
proprio la sera in cui volevo provare a morire....
una Valchiria di seconda mano e un druido senza giudizio
mi hanno fatto saltare nel tempo come in un precipizio...
e son partito per la nuova gloria e ho visto marcire la storia
come un Dio in armatura ma a piedi nudi....

Forse per noia o per vanità, sono andato sul fondo del lago per ritrovare la spada di Re Artù...
ma Excalibur non serve a un cazzo, e Viviana me l'ha detto
se a maneggiarla c'è un rimbambito
quando mi hanno detto che il mondo pregava, ho pregato più di lui,
e adesso che ho appeso la spada al muro.... effettivamente mi sembra una croce.

E sono partito per la Terra Santa, la lama in cielo e l'inferno in terra,
perchè mi hanno detto che era Santa anche la guerra...
colpi di spada a forma di croce colpi di spada a mezzaluna
che in paradiso a tutti spetta una poltrona...
e mi hanno detto che se ne ammazzavo tanti, cencellavo tutti i miei peccati...
che è diverso uccidere quelli giusti o quelli sbagliati...

Ma io non potevo più morire.... e quindi niente aldilà...
ho chiuso gli occhi e ho provato ad aspettare
ho aspettato che finiva e mi sono addormentato
ho aperto gli occhi e passavano i carrarmati...




Fonti:
- Canzoni contro la guerra, testo e traduzione del "Cavaliere senza morte";
- GATTO CHANU, Tersilla (a cura di), Miti e leggende della creazione, Vol. I, Fabbri Editore, Milano, 2001;
- Bifröst, voce "Vainamöinen"; 
- Celticpedia, "La Morrigan"; 
- Il crepuscolo degli dèi, voci "Artù" e "Viviana".

martedì 16 aprile 2013

La rusalka - La sirena dell'Est

Nuotava russalca pel fiume azzurrino,
Da luna nel pieno schiarata;
Cercava spruzzare su fino alla luna
La schiuma d'argento dell'onda.

Sonoro torcendosi il fiume cullava
Le nubi riflesse nell'onda;
Ed ella cantava, ed il suono del canto
Giungeva alle ripide sponde.

Ed ella cantava: "Da me giù nel fondo
Ribrilla il bagliore del giorno;
Le frotte dorate dei pesci là vanno,
Là sono città di cristallo.

"E là, su guanciale di sabbie brillanti,
All'ombra dei giunchi là dorme
Guerriero già preda dell'onda gelosa,
Guerriero di terra lontana.

"Lisciare gli anelli dei ricci di seta
Amiamo nell'ombra notturna,
E in fronte e sui labbri, di mezzodì all'ora,
Baciammo il bel giovane spesso.

"Ma ai baci più ardenti, non so perché mai,
Rimane egli gelido e muto;
Dorme egli, e col capo poggiato al mio petto
Non spira, né in sogno bisbiglia!...".

Così la russalca sul fiume turchino 
Cantava in oscura mestizia;
E il fiume, sonoro scorrendo, cullava 
Le nubi riflesse nell'onda.

["La russalca", Michail Lermontov]


 Non vi ricordano nulla questi bellissimi versi?
Si parla di un fiume, di una creatura che nuota nelle acque dove dimora e che corteggia il corpo di un guerriero sul fondo del greto. 
 Non vi pare che si parli di un'ondina? (cfr. "Il canto di Lorelei" in questo blog)
Ebbene, si tratta sicuramente di una figura simile all'ondina germanica, solo che fa parte del folclore russo. I versi di Michail Lermontov, un poeta russo romantico che amo moltissimo, ci dicono che si chiama rusalka (russalca, nella grafia dell'edizione tradotta da Tommaso Landolfi). Vediamo dunque che caratteristiche assume l'ondina nella tradizione mitologica russa.

Una rusalka alle pendici di una cascata

Etimologia

 L'etimologia popolare fa derivare il termine rusalka da ruslo, parola che ri riferisce a un piccolo corso d'acqua, un ruscello.
 Questa figura è presente in tutta l'area slava, ma assume nomi e aspetti diversi a seconda della zona. In Russia, oltre a rusalki, ci si riferisce a loro come bereginy (dal termine bereg, cioè "sponda", "riva" di un fiume), mentre nella penisola balcanica diventano samovily per i Bulgari e vily per i Croati. 

Gli spiriti dell'acqua

 Le rusalki sono generalmente delle creature acquatiche, che popolano laghi e fiumi. Sono pertanto simili alle ninfe del mondo greco, ma queste creature del folclore slavo hanno in sé una componente molto più malinconica, simile a quella delle banshee irlandesi (cfr. "L'urlo della banshee" in questo blog). Infatti, se diamo credito a Zelenin, la rusalki erano le anime di donne che avevano subito una morte violenta o prematura, come nel caso delle donne suicide a causa di un amore infelice. Anche le donne rimaste incinte prima del matrimonio erano condannate a passare la loro vita dopo la morte sulla terra, nella forma di questi spiriti inquieti.
 Un'altra versione, che poco si discosta da quella appena esposta, vuole che le rusalki siano donne morte nei pressi di un fiume o di un lago, annegate e uccise dagli amanti o addirittura dalle loro madri. Queste, dopo la morte, infestano le acque presso cui sono state uccise, ma la loro natura non è necessariamente malevola. Questi spiriti possono però trovare pace se la loro morte viene vendicata. Solo allora potranno lasciare la terra e dissolversi.
 Altre tradizioni invece affermano che le rusalki sono le anime dei bambini morti prima di ricevere il battesimo, di solito nati fuori dal matrimonio o abbandonati dalle madri. Questi spiriti vagano nei boschi in cerca di qualcuno che li battezzi per trovare finalmente pace. Nonostante siano anime infantili, gli spiriti non sono affatto innocenti e non è raro che attacchino gli esseri umani.
 Infine, possono diventare rusalki anche donne ordinarie, che hanno la sfortuna di imbattersi nel corteo notturno di queste creature. Queste donne vengono catturate dalla folla delle rusalki e non possono più fare ritorno. La mattina dopo, la famiglia della donna "rapita" trovava una ghirlanda di fiori vicino casa.   

L'aspetto

 Come la loro origine, anche l'aspetto delle rusalki varia considerevolmente a seconda della tradizione culturale.
 Generalmente sono raffigurate come giovani fanciulle molto attraenti con capelli lunghi, (solitamente verdi, ma anche di altri colori) che devono sempre essere umidi. Infatti, se i capelli di una rusalka si asciugano, questa muore. Ma basta che una rusalka si pettini i capelli per far sgorgare acqua dalla chioma. Per questo motivo, una delle attività ricorrenti delle rusalki, oltre a cantare e a ballare nei boschi, è proprio quella di pettinarsi i capelli in riva al fiume.
 Questi spiriti femminili a volte sono descritti come esseri metà donne e metà pesci, altre come Amazzoni o come creature notturne dall'aspetto cupo e cadaverico. Nella regione di Saratoff, per esempio, le rusalki sono dei veri e propri demoni dalle sembianze sgradevoli, gobbi e pelosi, che afferravano i passanti con un lungo artiglio di ferro con lo scopo di porre ai malcapitati delle domande. Se questi non sapevano rispondere, venivano torturati dalle rusalki, che facevano loro il solletico fino a farli sbavare, per poi trascinarli nelle acque profonde. 
 In altre zone, come la Bielorussia o tra gli Slavi occidentali, le rusalki perdevano il carattere acquatico e rappresentavano solo degli spiriti dei campi e dei cereali. Questa accezione delle rusalki recupera la loro connessione con la fecondità sia delle donne, sia della terra e dei raccolti.

Terribili demoni o creature fatate?

 Come le ondine e le ninfe, anche le rusalki possono essere creature pericolose. Non per niente, sono famose per essere assassine di uomini. Grandi seduttrici, attirano gli uomini presso le acque che abitano con il loro canto melodioso per poi affogarli. Oppure, potevano uccidere un uomo solamente con la loro risata o costringendolo a ballare fino allo sfinimento.
 Tuttavia, alcune rusalki si innamoravano veramente di uomini mortali. Possono arrivare a lasciare la propria abitazione acquatica per seguire l'uomo che amano, a una condizione: che questi rimanga loro fedele. Se l'uomo amato tradiva una rusalka, questa tornava immediatamente da dov'era venuta, e il suo abbraccio avrebbe provocato la morte di ogni essere umano.  

 Un periodo in cui bisognava essere molto cauti nell'avvicinarsi ai corsi d'acqua era la Settimana delle rusalki, che cadeva in occasione della festività pasquale di Pacha Rosarum o Rosalia. Tale festività, in origine, faceva riferimento a una festa delle rose, come indica il termine latino, passata poi a designare la settimana di Pentecoste. In questo periodo, che si situava tra maggio e giugno, le rusalki abbandonavano le acque per sedersi sui rami dei platani, i loro alberi sacri, e per ballare. 
 A questo proposito, è interessante notare come lo studioso Max Vasmer affermi che il termine rusalka deriva proprio dai balli in cui si esibivano le giovani donne durante la settimana di Pentecoste. Questo, infatti, era un periodo di festa per tutti; tutti dovevano astenersi dal lavoro, altrimenti le rusalki avrebbero punito severamente chi avesse trasgredito questa regola, soprattutto le donne. Inoltre, era sconsigliabile nuotare nei fiumi durante la settimana delle rusalki, poiché era più facile cadere preda di questi spiriti.
 La consuetudine di festeggiare le rusalki era talmente radicata che si è mantenuta fino ai giorni nostri, soprattutto nella cultura polacca e ucraina. In queste nazioni, all'inizio della primavera, si gettano nell'acqua di laghi e fiumi delle corone di fiori, accompagnando il gesto con canti melodiosi.
 
Una rusalka raffigurata con la coda di pesce


 È interessante vedere come in più culture siano presenti creature femminili, spesso acquatiche, con una natura ambigua. Forse anche gli uomini antichi erano consapevoli del grande potere che le donne esercitavano su di loro, così desideravano mettere in guardia i più giovani sui rischi che correvano se si fossero lasciati sedurre da una bella donna.
 Per la serie, il mondo sarà anche degli uomini, ma sono le donne a controllarlo.



Fonti:
- Wikipedia (italiano), voce "Rusalki";
- Wikipedia (spagnolo), voce "Rusalka";
- Il crepuscolo degli dèi, voce "Rusalka";
- LERMONTOV, Michail, Liriche e poemi, trad. di Tommaso Landolfi, Adelphi Edizioni, Milano, 2006.

mercoledì 6 febbraio 2013

Jack Frost, il lato leggero dell'inverno

 Non so da voi, ma dalle mie parti siamo in pieno inverno. Dopo un ingannevole quanto tiepido inizio di gennaio la Lombardia è sprofondata nel gelo, come vuole questa stagione. Ma in fondo siamo abbastanza fortunati, il clima italiano è molto più mite rispetto a quello dell'Europa continentale. 
 Di solito il freddo non è molto amato, si predilige il caldo estivo. Ma personalmente devo dire di essere in controtendenza, perché sopporto più facilmente il freddo rispetto al caldo. E poi anche l'inverno ha tanto da offrire: le castagne, le feste, il fuoco del camino...perfino le giornate uggiose hanno il loro perché. La nebbia, tipica del nord Italia, avvolge tutto con il suo alone di mistero; la neve e il ghiaccio, anche se pericolosi per chi viaggia, sanno offrire degli spettacoli tutti particolari. Chi non rimane (anche solo per poco) alla finestra a guardare i fiocchi di neve che danzano prima di posarsi?
 Ecco, questo è il clima ideale per presentare un personaggio nato nell'immaginario dei Paesi nordici: Jack Frost

Jack Frost nel film "Le 5 leggende"

Origini

 Jack Frost nacque in seno alla mitologia nordica e germanica come una figura elfica con l'appellativo di Jokul Frosti. Jokul significa "ghiacciolo", mentre Frosti è il termine da cui deriva l'inglese frost, ovvero "ghiaccio", "gelo".
 Tuttavia, sappiamo ben poco di questa prima versione di Jack Frost, anche se alcune ipotesi degli studiosi sostengono che questo personaggio possa essere uno dei figli di Kari, il dio del vento del Nord venerato nell'Europa settentrionale. Le leggende vichinghe lo descrivono come colui che diffonde il gelo sotto forma di "felci", come quelle che appaiono alle finestre quando le mattine sono particolarmente rigide.

Jack Frost nel mondo anglosassone

 Questa figura, dal folclore norreno passò a quello anglosassone, ottenendo grande fortuna e fama. Nei Paesi di lingua inglese, il nome di Jack Frost altro non è oggi che la personificazione dell'inverno. È proprio lui, infatti, a creare le condizioni climatiche tipiche dell'inverno, a portare il gelo e la neve. Si tratta di una variante di Old Man Winter, il "Vecchio uomo d'inverno" o "Mastro Gelo", incaricato proprio di favorire l'arrivo della stagione fredda.
 Ma Jack Frost non si occupa solo dell'inverno. Il suo compito inizia in autunno, quando con la sua tavolozza di colori vivaci (rosso, giallo, porpora, arancione, ecc.) va a dipingere le foglie degli alberi, diventate ormai secche. Quando il freddo avanza, la vena artistica di questo spiritello si esprime nella creazione dei fiocchi di neve, di stalattiti (che appende sui tetti e sugli alberi) e di "disegni" ottenuti con il ghiaccio sulle finestre delle case.

Una versione più attempata di Jack Frost

 Una leggenda particolare del mondo anglosassone raffigura Jack Frost come uno degli aiutanti di Babbo Natale. Jack doveva far nevicare per fare in modo che Babbo Natale potesse mimetizzarsi durante la consegna dei regali.

 Da un personaggio del genere ci si aspetterebbe un carattere burbero e spigoloso. Invece, Jack Frost è allegro, amichevole e amante dell'arte. Ama stare all'aria aperta e decorare gli ambienti con la sua tavolozza (in autunno) o con le sue sculture e immagini di ghiaccio. Appare anche in primavera, mentre saltella felice creando degli specchi d'acqua sulle pozzanghere, che permettono ai passanti di scorgere il proprio riflesso nell'acqua.
 Se provocato, però, può arrabbiarsi al punto di congelare o ricoprire completamente di neve le sue vittime. Forse è per questo che nella letteratura e nei film Jack Frost compare a volte come un combina guai o anche come uno spiritello dispettoso. 
 In questo senso, il temperamento di questo personaggio ha subito molti cambiamenti, a seconda del film o del libro in cui fa la sua apparizione.

Jack Frost in Russia

 Jack Frost arrivò addirittura nel mondo slavo, riscuotendo anche un certo successo come Nonno Gelo, Дед Мороз in lingua originale. Costui, come lo spiritello dell'area anglosassone, ama lavorare con acqua e ghiaccio per farne delle sculture.

 Questo personaggio compare spesso nelle fiabe russe. Una di queste ha per protagonisti un uomo umile e buono e sua figlia, una giovane molto avvenente. Purtroppo, un giorno, la moglie dell'uomo morì, ed egli si risposò con una donna vanitosa e ambiziosa, dalla quale ebbe un'altra figlia.  
 La nuova moglie odiava a morte la figliastra per la sua bellezza e per le attenzioni che il marito le dedicava. Così, in un giorno freddo e nevoso, ordinò al marito di portare la figlia maggiore in una valle e di abbandonarla al gelo. L'uomo obbedì e con il cuore colmo di tristezza lasciò la figlia sola nella valle piena di neve. La ragazza, trovatasi in mezzo a una tormenta, cominciò a piangere, ma nel momento di maggior disperazione vide un uomo bianco, che sembrava di ghiaccio. Nonostante fosse intimorita, la fanciulla si mostrò gentile ed educata con l'estraneo. Questi si presentò come Nonno Gelo e ricambiò la cordialità della faciulla offrendole gioielli preziosi e vesti pregiate. Dopodiché riportò la ragazza sulla strada di casa.
 Ci volle un po' prima che il padre, la matrigna e la sorellastra riconoscessero la ragazza, tutta perfettamente agghindata e riccamente vestita. La matrigna moriva d'invidia nel vedere i doni che Nonno Gelo aveva fatto alla figlia maggiore. Così decise di far condurre anche l'altra figlia nella valle dove era avvenuto il miracoloso incontro. La scena si ripetè, anche stavolta Nonno Gelo apparve nella tormenta. Ma la figlia più piccola, anziché essere gentile con lui, si rivelò maleducata e sfrontata. Nonno Gelo si infuriò al punto che decise di congelare la ragazza.
 Quando il padre andò a recuperare la figlia, come gli era stato ordinato dalla perfida moglie, la trovò completamente assiderata e priva di vita. La madre pianse a lungo sul corpo della figlia, fino a che morì di crepacuore.
 Così, il padre buono e la figlia umile ricomposero la famiglia di un tempo, e vissero sereni per il resto della loro vita.



 Chi avrebbe mai detto che l'inverno potesse essere così divertente?

Mi piace molto l'idea di questo personaggio estroso, che anche se impersona il gelo è in realtà cordiale e amichevole (a meno che qualcuno non gli dia fastidio, ovviamente). Tutte le cose hanno un lato positivo, in fondo. Magari questa positività non è immediatamente visibile, specialmente sotto uno strato di ghiaccio, ma c'è, e prima o poi viene a galla. 
 Come viene a galla Jack Frost nel film d'animazione Le 5 leggende. Jack chiede spesso il motivo della propria esistenza alla luna. Solo alla fine scoprirà che se è venuto al mondo, è per una causa veramente importante.
 Tutto nel creato ha significato e importanza, anche ciò che sembra brutto e negativo all'apparenza. Perché se qualcosa esiste in natura, ha per forza qualcosa di speciale e di positivo. Anche l'inverno.

Jack Frost e la luna, nel film "Le 5 leggende"


Fonti:
- Wikipedia, voca "Jack Frost (folclore)";
- Il giglio di cristallo, "Jack Frost";
- Helium, HARRY, Tim, "The origins of Jack Frost".

mercoledì 14 novembre 2012

Alle radici dell'albero cosmico - L'albero come asse del mondo nella tradizione europea

  Uno degli elementi più presenti nei miti e nel folklore delle popolazioni antiche è l’albero. Questo elemento naturale assume una grande varietà di funzioni, ma una più di tutte le altre rende evidente l’importanza che l’albero ha sempre rivestito nell’antichità: quella di centro e asse dell’universo.

 Di per sé, l’albero non è propriamente un motivo cosmologico, perché è innanzi tutto un elemento naturale che, per le sue caratteristiche, ha assunto una funzione simbolica. L’albero, in quanto tale, si rigenera sempre con il passare delle stagioni: perde le foglie, secca, sembra morire, ma poi ogni volta rinasce e recupera il suo splendore. Per queste sue caratteristiche, esso diventa non solo un elemento sacro, ma addirittura un microcosmo, perché nel suo processo di evoluzione rappresenta e ripete la creazione dell’universo. Inoltre, proprio per la sua estensione sia verso il basso sia verso l’alto, questo elemento ha finito inevitabilmente per assumere una valenza cosmologica, andando a costituire il perno dell’universo che attraversa cielo, terra e oltretomba e che funge da collegamento tra le zone cosmiche.
 Per questo, sono molte le popolazioni che nella propria cosmologia concepiscono l’esistenza di un albero sacro come asse del mondo. Tra queste, le popolazioni antiche europee testimoniano, nella religione e nella mitologia, una presenza massiccia di questo motivo. 

La Bibbia
 Un primo esempio lampante ci viene dalla Bibbia, dove si parla dell’albero della conoscenza del bene e del male posto al centro dell’Eden. È importante sottolineare che l’albero, in questo caso e negli altri che verranno esposti, si fa portatore anche della simbologia del centro, il luogo sacro per eccellenza, poiché è l’inizio e la fine di tutte le cose e sede dell’ordine cosmico. È proprio il centro il luogo di intersezione delle tre sfere cosmiche (cielo, terra e oltretomba), dove è possibile passare da una regione all’altra dell’universo. Per questo, solo pochi eletti riescono ad accedere a questo punto particolare, e non senza aver superato molte prove e difficoltà. Uno di questi ostacoli può essere rappresentato proprio dal custode dell’albero, che nella Genesi è il serpente tentatore di Adamo ed Eva. L’albero della conoscenza giocherà un ruolo centrale anche nelle vicende che riguardano la morte del Cristo: esiste infatti una leggenda cristiana che vuole che il legno della croce di Gesù coincida con quello dell’albero edenico. E, guarda caso, questa stessa leggenda fa corrispondere il punto della crocifissione del Cristo con il centro del mondo, dov’era stato creato e sepolto Adamo. Dunque la croce di Cristo, instaurando una continuità con l’albero edenico, si configura per i cristiani come sostegno dell’universo e incorpora così il motivo dell’albero come asse del mondo che collega il cielo, la terra e l’aldilà.

Adamo ed Eva colgono il frutto proibito dell'albero


La tradizione celtica
 Sempre rimanendo in ambito europeo, ci sono molti altri esempi di culture che, pur non essendo cristiane, presentano il concetto di albero cosmico nel proprio folklore. Nell’area celtica troviamo due specie arboree che assumono questo ruolo: la quercia e il frassino. In Gallia, la quercia è considerata la regina della foresta, perfetta, forte dei suoi imponenti rami e salda nelle sue ancor più grandi radici, per questo simboleggia la salda protezione e la forza primordiale, nonché l’abilità di sopravvivere. Tali attributi associati alla quercia non derivano però dalle sue caratteristiche naturali, ma da Giove, divinità a cui quest’albero è strettamente legato. La quercia, infatti, si presta bene a rappresentare la maestosità e la forza del dio romano supremo, il cui culto era diffuso anche tra i Celti gallici. Anche il frassino, chiamato Necht, rappresenta il motivo dell’albero cosmico, poiché possiede radici che penetrano molto in profondità nel terreno e rami spessi e forti. Per questa sua immagine di molteplicità e robustezza, nella mitologia celtica e norvegese il frassino è ritenuto lo specchio del mondo e dell’universo, poiché in quanto asse del mondo la sua estensione abbraccia gli inferi, la terra e il cielo. Esso è dunque un microcosmo, poiché riproduce in scala ridotta la struttura di tutto l’universo.

Yggdrasill, l'albero cosmico dei Germani
 Parlando del frassino, non si può non menzionare Yggdrasill, l’albero cosmico che sostiene tutti e nove i mondi dell’universo germanico che veicola una complessa simbologia. Yggdrasill ha tre radici, ma sulla loro collocazione vi sono tradizioni discordanti. Secondo il poema Grímnismál, contenuto nell’Edda poetica, la prima radice finisce nel regno di Hel, l’oltretomba, la seconda a Jötunheimr, dove dimorano i giganti della brina, e la terza a Midgardr, il mondo degli umani. Il Gylfaginning dell’Edda in prosa, invece, afferma che la prima radice va a Niflheimr, la regione infera dove si trova la sorgente Hvergelmir, la seconda a Jötunheimr (come dice anche il Grímnismál) e la terza ad Asgardr, presso la dimora celeste degli dèi Asi. In ogni caso, le tre radici non indicano tre zone terrestri, ma tre differenti modi di essere che si esplicano nei regni cosmici degli inferi, della terra e del cielo. Un’altra particolarità di Yggdrasill è la presenza minacciosa di un’abbondante fauna: lo scoiattolo Ratatoskr sale e scende lungo il tronco, sui rami sta appollaiata un’aquila che con il suo battito d’ali origina i venti, cinque cervi e una capra brucano le sue chiome e otto rettili, simili a draghi, rodono le sue radici. Tra questi, gli animali più rilevanti sembrano l’aquila e il più terribile dei rettili, Nidhöggr, che si scambiano vicendevolmente degli insulti attraverso lo scoiattolo Ratatoskr, che funge da messaggero. È proprio questo roditore il mezzo attraverso cui si sviluppa il conflitto tra cielo e terra, simboleggiato dagli screzi tra l’aquila e il rettile. Tutti questi animali mostrano la fragilità di quest’albero, che non è immune alla progressiva erosione della fauna e soprattutto del tempo. Quando Yggdrasill verrà abbattuto, il mondo attuale avrà fine, tutto ciò che esiste verrà distrutto per stabilire un nuovo equilibrio e un nuovo universo.

Yggdrasill, il perno dell'universo nordico


Il folklore slavo
 Se tra i Germani e i Celti è il frassino l’albero più importante, tra le popolazioni slave sono il larice e la betulla a fungere da assi del mondo. Queste due specie arboree riprendono il motivo di matrice uralo-altaica dell’albero cosmico che, crescendo al centro dell’universo, congiunge i tre livelli del mondo con le sue radici che scendono nelle viscere della terra e i suoi rami che toccano le nuvole. L'immagine appartiene a una comune concezione sciamanica presente dalle zone orientali d’Europa fino alla Siberia. L'albero cosmico è non solo l'asse che unisce cielo, terra e inferi, ma anche il tramite attraverso il quale lo sciamano è in grado di uscire dal nostro mondo per salire o scendere attraverso i molteplici livelli dell'essere. Per le popolazioni siberiane, il larice è l’albero cosmico lungo il quale scendono il sole e la luna sotto forma di uccelli d’oro e d’argento. Tale ruolo, però, come si è detto prima, può essere rivestito anche dalla betulla, che viene incisa con sette, nove o dodici tacche che rappresentano i livelli celesti. Questa può essere anche connessa talvolta al sole e alla luna; in questo caso assume la duplice funzione di padre e madre, maschile e femminile e anche quella di strumento della discesa dell’influsso celeste. 

La quercia del Kalevala
 La fonte della concezione slava dell’albero cosmico molto probabilmente deriva dalle popolazioni ugro-finniche, che in passato si sono insediate nella Scandinavia e in Russia. Nella mitologia di queste popolazioni, però, l’albero cosmico non è né un larice né una betulla, ma una quercia, che compare nel Kalevala, un poema epico finlandese composto da Elias Lönnrot a metà del XIX secolo. Nel secondo runo, in particolare, si parla di una quercia gigante che si estende in tutto il mondo, fino a coprire la luce del sole. Proprio per questo motivo, il saggio Väinämöinen ordina a un piccolo omino di rame venuto dal mare di abbattere la quercia, affinché il sole possa ancora scaldare la terra. L’abbattimento della quercia simboleggia la rottura dell'asse terrestre, la quale va probabilmente collegata con il fenomeno della precessione degli equinozi, quando il mondo passa da un’era alla successiva e un nuovo signore del tempo dovrà cedere il posto al vecchio.

Väinämöinen semina la terra per farne uscire i germogli, tra cui la quercia


 Com’è possibile notare, in Europa l’albero cosmico è un motivo che ricorre in culture anche molto diverse tra loro. Del resto, la relazione di questo elemento naturale con il trascendente non poteva essere trascurata; l’albero rappresenta la fertilità, l’abbondanza e il ciclo della natura che si rinnova miracolosamente ogni anno. Ecco perché una semplice pianta riesce a contenere l’infinità dell’universo.



Fonti:

- BROSSE, Jacques, Storie e leggende degli alberi, Edizioni Studio Tesi, Pordenone, 1989;
- CHEVALIER, Jean, GHEERBRANT, Alain, Dizionario dei simboli: miti, sogni, costumi, gesti, forme, figure, colori, numeri, Rizzoli, Milano, 1986;
- ELIADE, Mircea, Immagini e simboli: saggi sul simbolismo magico-religioso, Jaca Book, Milano, 1981;
-  ELIADE, Mircea, Trattato di storia delle religioni, Bollati Boringhieri, Torino, 2008;
-  GREEN, Miranda Jane, Dizionario di mitologia celtica, Bompiani, Milano, 2003;
-  GUÉNON, René, Simboli della scienza sacra, Adelphi, Milano, 1990;
-  LECOUTEUX, Claude, Dizionario di mitologia germanica, Argo, Lecce, 2007;
- WARNER, Elizabeth, Dèi, eroi e mostri della mitologia russa, Mondadori, Milano, 1985;

- Celticpedia, “Il bosco sacro celtico”;
- Bifrost, La quercia gigante”;

sabato 15 settembre 2012

Preistoria dei vampiri europei

 Oggi più che mai si sente parlare di vampiri. Tutta "colpa" di Stephenie Meyer che, con la sua fortunata saga di Twilight ha riportato in auge queste creature macabre, misteriose e affascinanti. 
 Non voglio qui parlare del successo dei vampiri degli ultimi anni, e nemmeno del primo vero e proprio vampiro letterario, identificato con il celeberrimo Dracula nato dalla mente irlandese di Bram Stoker. Ciò che mi propongo in questo articolo è ripercorrere le origini di queste creature, i cui precursori esistevano già nel mondo antico. Esseri vampirici in realtà sono presenti nelle culture di tutto il mondo, ma sarebbe un compito troppo gravoso tentare di condensarle tutte in un'unico articolo. Per questo, mi soffermerò soprattutto sull'area europea, in attesa di approfondire il discorso anche per altri continenti.   

 Generalmente, l'elaborazione del concetto di "vampiro" può essersi formata solo in seguito all'adozione, da parte delle popolazioni primitive, del culto dei morti. Il trapasso era accompagnato da riti precisi e solenni, proprio perché si credeva che la morte fosse un passaggio dal mondo dei vivi all'al di là. Ma perché ciò avvenisse, il defunto doveva essere preparato a dovere, in modo che il passaggio all'altro mondo avvenisse senza intoppi e il morto non potesse più tornare tra i vivi.  
 Inoltre, la morte era vista dalle popolazioni antiche con soggezione e paura, poiché spesso non si capiva quali cause la provocassero, specie nel caso di morti improvvise o premature. Per questo, i morti venivano tenuti il più lontano possibile. E' questa la ragione per cui i defunti venivano seppelliti fuori dai villaggi; la condizione ideale si verificava quando tra il cimitero e il villaggio vi era una barriera fisica (come un fiume o un ruscello) che, insieme a riti apotropaici, era in grado di ostacolare e impedire il ritorno del defunto dall'al di là.  
 Questa era una paura molto forte per gli antichi, poiché il morto, una volta tornato, non sarebbe stato per nulla ben disposto verso i vivi, che avevano fatto di tutto per isolarlo. Se ciò accadeva, era un'idea comune che il morto avrebbe cercato il fluido che più rappresenta la vita: il sangue.
 Esattamente da questa caratteristica nascono le creature vampiriche, che nonostante i diversi tratti locali, sono accomunate dalla predilezione per la notte e dal fatto di cibarsi del sangue delle loro vittime. Tuttavia, le prime civiltà non le identificarono immediatamente coi vampiri (termine che nell'antichità non esisteva), ma con demoni o divinità che si cibavano di sangue. 
 I primi a tramandare racconti su queste creature furono i Persiani, che diffusero la mitologia riguardante Lilitu (che in ebraico diverrà Lilith), un demone notturno che beveva il sangue dei bambini insieme alla figlia Lilu (cfr. articolo "Lilith" di questo blog). 
 Restando in ambito europeo, invece, esseri vampirici si trovano sia nel mondo greco, che nel mondo romano. Nell'Odissea si fa riferimento a Tiresia, lo spirito di un veggente ematofago che Ulisse incontra nella sua discesa nell'oltretomba. 
 Senza scomodare i poemi omerici, sempre nella mitologia e nella cultura greca troviamo delle divinità e delle creature vampiriche. Prima fra tutte si può considerare Ecate, l'equivalente greca di Lilith. Si tratta di una divinità infera associata alla luna, che nell'epoca tarda assume dei connotati spaventosi: Ecate veniva rappresentata o con l'immagine di tre donne unite per il dorso, che formavano una sorta di triangolo, o di una donna con tre teste di animale (una di cane rabbioso, una di vacca e una di leone). La dea era inoltre la custode dei segreti della magia e dell'esoterismo e per questo fu associata all'operato di streghe e maghi, che la invocavano come loro protettrice.
 Ancor più strettamente connesse al fenomeno del vampirismo erano le ancelle di Ecate, le Empuse. Letteralmente il termine significa "coloro che si introducono a forza" e definisce delle creature aventi testa e torace umano, ma con capelli a forma di serpente e natiche d'asino (simbolo di lussuria). Altre versioni affermano invece che esse avessero una gamba di bronzo e una d'asino. Le serve di Ecate comparivano all'improvviso, a volte su di una carrozza trainata da cani latranti e avevano l'abilità di trasformarsi in vacche, cagne o avvenenti fanciulle. In quest'ultima forma, seducevano i passanti, costringendoli a estenuanti amplessi durante i quali succhiavano l'energia vitale dei loro amanti. Filostrato aggiunge una visione un po' diversa dell'Empusa, che la avvicina ulteriormente alle creature vampiriche: per l'autore della Vita di Apollonio di Tiana, l'Empusa è una donna defunta che torna dall'oltretomba per godere dell'amore che le fu negato in vita da una morte prematura.   

Le Empuse

 Un'altra figura vampirica era Lamia, la figlia del re della Libia Belo, che fu amata da Zeus e vittima della conseguete vendetta di Era. La moglie di Zeus uccise tutti i figli di Lamia (tranne Scilla, l'unica che scampò all'ira della dea) e privò la fanciulla del sonno. Il padre degli dèi però accorse in aiuto di Lamia permettendole di togliersi gli occhi e depositarli in un vaso per riposare. Dopo la perdita dei figli, Lamia si nascose in una caverna, dove si trasformò in un mostro orribile che rapiva i bambini per poi divorarli, allo scopo di compensare la perdita dei suoi. In seguito, si unì alle Empuse, con le quali aveva in comune la facoltà di trasformazione in animale o in bellissima fanciulla e di sedurre gli uomini, ai quali poi succhiava il sangue dopo sfiancanti rapporti sessuali. E' bene sottolineare che spesso si parla di Lamie, al plurale, perché questo personaggio mitologico poteva dividersi in più figure. Una variante di questa creatura era costituita dalla "Lamia del mare" che, come le sirene, attirava gli uomini presso le proprie acque e li uccideva se rifiutavano di unirsi in matrimonio con lei (cfr. articolo "Il canto di Lorelei" in questo blog). Ella sopravvisse anche nel mondo romano, in cui mantenne la propria aura negativa e fu spesso associata alle streghe, anche in epoca medievale e rinascimentale.

Lamia con un bambino

 Da ultimo, per il mondo romano citiamo le Strigi, in grado di trasformarsi in uccelli minacciosi che la notte emettevano urla agghiaccianti e che succhiavano il sangue dei bambini, come narra Ovidio nei Fasti:

Vi sono ingordi uccelli, non quelli che rubavano il cibo
dalla bocca di Fineo, ma da essi deriva la loro razza:
grossa testa, occhi sbarrati, rostri adatti alla rapina,
penne grigiastre, unghie munite d’uncino;
volano di notte e cercano infanti che non hanno accanto la nutrice,
li rapiscono dalle loro culle e ne straziano i corpi;
si dice che coi rostri strappino le viscere dei lattanti,
e bevano il loro sangue sino a riempirsi il gozzo.
Hanno il nome di Strigi: origine di questo appellativo
È il fatto che di notte sogliono stridere orrendamente.
Sia che nascano dunque uccelli, sia che lo diventino per incantesimo,
e null’altro che siano vecchie tramutate in volatili da una nenia della Marsica,
vennero al letto di Proca: Proca nato da cinque giorni,
sarebbe stato una tenera preda per questi uccelli;
con avide lingue succhiano il petto dell’infante,
ma il povero bambino vagisce e chiede aiuto.


 La loro leggenda sopravvisse nel Medioevo, periodo in cui le Strigi assunsero le caratteristiche delle streghe (con le quali hanno in comune la radice del nome).

 Ma i miti riguardanti veri e propri vampiri sorsero nel Medioevo, principalmente nell'Europa orientale, dove le credenze su queste creature e i rituali di protezione avevano attecchito in maniera più profonda rispetto ad altre regioni. Ciò è dimostrato anche dall'etimologia della parola "vampiro": nonostante restino soltanto ipotesi non avvalorate, il termine deriverebbe dal serbo вампир (vampir), che poi avrebbe originato il tedesco Vampir, il francese vampyre, l'inglese vampire e l'italiano vampiro. Inoltre, è da notare che molte lingue slave presentano forme simili al serbo; troviamo il bulgaro вампир (vampir), il croato upir/upirina, il ceco e slovacco upír, il polacco wąpierz, l'ucraino упир (upyr), il russo e bielorusso упырь (upyr') e lo slavo orientale antico упирь (upir').
 Quindi, anche la pista etimologica confermerebbe che il vampiro per eccellenza sia stato concepito nell'area slava. In questo contesto, l'origine del vampiro risale alle concezioni dello spiritualismo slavo, in cui i demoni e gli spiriti avevano una funzione importantissima. Alcuni di questi spiriti erano benevoli, mentre altri avevano un'indole distruttiva e malvagia. A prescindere dalla natura dello spirito, si credeva che esso derivasse dagli antenati o da altri esseri umani deceduti. Questo perché, nel paganesimo slavo, vi era una distinzione netta tra corpo e anima; mentre il corpo era soggetto alla mortalità, l'anima era immortale e, prima di trovare pace nell'al di là, avrebbe dovuto vagare per quarant'anni dopo la morte del corpo. Come i demoni e gli spiriti, anche le anime avevano il potere di interagire con gli uomini durante le loro peregrinazioni sulla terra. I demoni malvagi e le anime empie erano molto temuti dagli slavi, poiché i primi potevano affogare umani, distruggere il raccolto e succhiare il sangue dal bestiame o dalle persone, mentre le seconde spesso nutrivano sentimenti di vendetta. Il concetto di vampiro deriva precisamente da tutte queste credenze. Per i popoli slavi si trattava, infatti, di uno spirito impuro che entrava in possesso di un corpo in decomposizione, dando origine a una creatura non morta, gelosa nei confronti dei vivi, che portava a termine la propria vendetta succhiando il sangue umano per sopravvivere.

 La persistenza del mito dei vampiri nella storia dell'uomo non è altro che una manifestazione della paura della morte e dei morti, che si tentava di esorcizzare attraverso rituali apotropaici e di purificazione. Il fatto poi che molti di questi esseri siano riconducibili al genere femminile mostra anche l'ambiguità dell'atteggiamento degli uomini verso le donne, che per alcune loro caratteristiche naturali, come le mestruazioni, erano associate ai cicli misteriosi della luna e della vegetazione.
 Dove c'è un mistero, o qualcosa che la mente umana non può comprendere, ecco che sorgono creature mostruose e spiriti maligni. E' per questo che ancora oggi, nel 2012, si crede agli oroscopi, ai maghi e ai tarocchi. Del resto, come ci ricorda l'acquaforte del pittore Francisco Goya, "il sonno della ragione genera mostri".

"Il sonno della ragione genera mostri", Francisco Goya


Fonti:
- Wikipedia, voce "vampiro";
- Sito internet Catafalco, articolo "La non-nascita del vampiro";
- Sito internet Catafalco, articolo "Le vampire dell'antichità classica, prima parte: le Empuse";
Sito internet Catafalco, articolo "Le vampire dell'antichità classica, seconda parte: le Lamie";
- Sito internet Catafalco, articolo "Lussuriose divinità ematofaghe".