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sabato 29 agosto 2015

Le signore del destino: Moire, Parche e Norne

 Destino. 
Basta una parola per evocare l'epicità della vita umana. Chiudiamo gli occhi e lasciamoci inebriare dal suono di questo termine mentre lo pronunciamo lentamente, sottovoce: D-E-S-T-I-N-O. Tutte le nostre aspirazioni, le nostre speranze, il senso di tutta la nostra vita è racchiuso qui. E siamo consapevoli che si tratta di qualcosa che non ci appartiene totalmente, su cui non abbiamo potere; spesso infatti le cose non vanno come ci aspetteremmo o come le avevamo programmate.
 È vero, viviamo in una società moderna ed evoluta, all'insegna del progresso che ci offrono la scienza e l'uso della ragione...eppure qualcosa ci sfugge sempre. Quante volte ci ritroviamo a pensare "che coincidenza!"? Ebbene, se ci pensiamo queste "coincidenze" nella nostra esistenza sono davvero tante e ognuna di esse avrebbe potuto cambiare il corso dei fatti. Credo che se da una parte possiamo influenzare il corso degli eventi con la nostra condotta, dall'altra dobbiamo fare i conti con un elemento che non possiamo imbrigliare.
 Gli antichi, al contrario di noi uomini moderni, credevano profondamente nell'esistenza del fato, al quale nessuno poteva opporsi, nemmeno gli dèi. Nella tradizione classica e norrena erano tre donne che governavano la vita degli esseri umani, sia nel bene, che nel male. Vediamo ora come. 

Le Moire greche

 In origine, nell'antica Grecia, le Moire erano la personificazione del destino di ogni uomo; ognuno aveva la sua moîra, ovvero la propria "parte" di vita, felicità, sfortuna, ecc. Esisteva anche una Moira universale, che incarnava il fato, contro il quale nemmeno gli dèi dell'Olimpo avevano potere; per esempio, nessuna divinità poteva accorrere in soccorso di un eroe sul campo di battaglia, se la sua ora era giunta. Questo perche nessuno deve né può sovvertire l'ordine del mondo.
 Tuttavia, le Moire che siamo abituati a considerare sono solo tre: Cloto, Lachesi e Atropo. La loro origine non è certa, poiché esistono due versioni a riguardo, entrambe presenti nella Teogonia di Esiodo. Secondo la prima, le Moire sarebbero figlie della Notte:
 
Notte poi partorì l'odioso Moros e Ker nera
e Thanatos, generò il Sonno, generò la stirpe dei Sogni;
non giacendo con alcuno li generò la dea Notte oscura;
e le Esperidi che, al di là dell'inclito Oceano, dei pomi
aurei e belli hanno cura e degli alberi che il frutto ne portano;
e le Moire e le Kere generò spietate nel dar le pene:
Cloto e Lachesi e Atropo, che ai mortali
quando son nati danno da avere il bene e il male,
che di uomini e dei i delitti perseguono;
né mai le dee cessano dalla terribile ira
prima d'aver inflitto terribile pena, a chiunque abbia peccato.
 


[Teogonia di Esiodo, vv. 211-222]

La seconda, invece, le vuole figlie di Zeus e Temi, dea della giustizia, e quindi sorelle delle Ore:

Per seconda sposò la splendida Thémis, che generò le Ore (Eunomie, Dike ed Eirene fiorente) che vegliano sulle opere dei mortali; e le Moire, cui grande onore diede Zeús prudente: Cloto, Lachesi e Atropo, che concedono agli uomini il bene e il male. 
[Teogonia di Esiodo, vv. 900-906]

 Queste tre donne dimoravano nell'Ade, il regno dei morti della tradizione greca, e avevano l'aspetto di anziane. Il loro compito era quello di tessere i fili della vita di ogni essere umano sulla terra: più era lungo il filo, più l'uomo o la donna al quale corrispondeva sarebbe vissuto a lungo. In tale mansione ognuna delle tre donne aveva il proprio compito: Cloto, il cui nome significa in greco "io filo", filava lo stame della vita; Lachesi, la cui traduzione è "destino", avvolgeva il filo su un fuso e ne stabiliva la lunghezza; infine Atropo, l'"inflessibile" nonché la più anziana delle tre, recideva il filo di lino nel momento in cui sopraggiungeva la morte del malcapitato. A volte erano associate con Ilizia, divinità della nascita.
 Altre tradizioni affermano che le Moire fossero giovani fanciulle dall'aspetto severo, vestite con pepli decorati con stelle e che abitassero sull'Olimpo, in un palazzo di bronzo sulle cui pareti incidevano i destini ineluttabili degli uomini.
  Queste tre figure hanno fatto la loro comparsa anche nel film d'animazione Hercules, dove predicono il futuro al malvagio Ade attraverso un occhio che si scambiano vicendevolmente. In realtà, quest'ultima caratteristica è da attribuire alle Graie, le sorelle delle Gorgoni che Perseo incontra sul proprio cammino.  




 Le Parche romane

 Come tutte le divinità romane, anche le Parche traggono i propri attributi dalle Moire greche. In origine sembra che esistesse una sola Parca, che rappresentava il nome tutelare della nascita. Ben presto, però, le furono affiancate Nona e Decima, che presiedevano agli ultimi mesi della gravidanza.
 In seguito, assunsero progressivamente tutte le caratteristiche delle Moire. Come nel caso delle antenate greche, ognuna delle tre Parche controllava una fase della vita degli uomini: la prima filava, la seconda assegnava il destino della vita di ciascuno e l'ultima tagliava il filo.  Nel Foro romano vi era una statua che le rappresentava chiamata Tria Fata, "i tre destini"; infatti, proprio per la loro connessione con le sorti del mondo e dell'umanità, le Parche erano conosciute nel mondo romano anche con il nome latino di Fatae, coloro che presiedono al Fato. Al loro operato Dante dedica questi tre versi della Divina Commedia:

Ma perché lei che dì e notte fila,
non gli avea tratta ancora la conocchia,
che Cloto impone a ciascuno e compila…


[Divina Commedia, Purgatorio, Canto XXI, 25-27]  

 Nonostante tali divinità siano quasi totalmente assimilabili alle Moire, in realtà si possono notare delle sfumature leggermente diverse. Benché analogamente alle divinità greche fossero tre sorelle filatrici dal carattere scorbutico e dall'aspetto alternativamente giovane o anziano, esse non si limitavano a impersonificare solo il destino dell'uomo, ma anche le sue età della vita: nascita, matrimonio e morte. Quindi le Parche erano custodi anche delle fasi di evoluzione di ogni individuo e accompagnavano i fanciulli nel passaggio dall'infanzia all'età adulta e nella scoperta della sfera sessuale.





Le Norne norrene

 La concezione di un destino inevitabile, al di sopra degli dèi era comune anche in area germanica. Il fato è l'unico elemento eterno nell'austera mentalità norrena, secondo la quale ogni cosa, anche il mondo degli dèi, avrà una fine nel giorno del Ragnarök. Le divinità che incarnavano il fato ineluttabile erano chiamate Norne, dall'antico norreno norn, "[colei che] bisbiglia [un segreto]".
 Le origini di queste dee erano diverse: alcune appartenevano alla stirpe degli dèi Asi, altre dei Vani (cfr. "Asi e Vani" in questo blog), altre ancora facevano parte della razza degli elfi, mentre ulteriori fonti fanno risalire le Norne alla stirpe dei giganti del ghiaccio provenienti da Jötunheimr. In questo gruppo indistinto di divinità femminili, si potevano riconoscere Norne benevole, che accorrevano alla culla di un eroe per predisporgli un avvenire felice, ma molto più spesso la poesia eddica e scaldica fa riferimento a Norne ostili, latrici di una sorte sventurata o di morte. Sulle unghie di ognuna di queste erano incise le rune magiche, testimonianza del loro potere sul destino del mondo.
 Tuttavia, come nel caso delle Moire e delle Parche, anche da questa folta schiera di dee ne emergono tre, come ci ricorda L'Edda poetica in questi versi:

Da quel luogo vengono fanciulle
di molta saggezza,
tre, da quelle acque
che sotto l'albero si stendono.
Ha nome Urðr la prima,
Verðandi l'altra
(sopra una tavola incidono rune),
Skuld quella ch'è terza.
Queste decidono la legge,
queste scelgono la vita
per i viventi nati,
le sorti degli uomini. 


[Edda poetica - Völuspá - Profezia della Veggente XX]

 Le tre Norne principali, Urðr, Verðandi e Skuld, dimoravano presso una delle radici di Yggdrasill, l'albero cosmico che funge da asse del mondo nella tradizione germanica (cfr. "Alle radici dell'albero cosmico" in questo blog). Esse vivevano accanto a Urðarbrunnr, la "fonte del destino", e avevano il compito di irrorare l'albero con acqua e argilla affinché non marcisse né seccasse. Non mancano però altre fonti che affermano che la sede delle tre Norne si trovasse sotto l'arco formato da Bifröst, il ponte arcobaleno, dove queste intessevano l'arazzo del destino di ogni uomo; proprio come nella mitologia classica, a ogni filo della tela corrispondeva una vita umana la cui durata era proporzionale alla lunghezza del filo.
  Anche per quanto riguarda le funzioni delle tre Norne troviamo forti similitudini con le figure delle Moire e delle Parche, nonostante qualche aspetto inedito: Urðr, "destino", era la più anziana e sbrogliava la matassa dei fili della vita; Verðandi (dal verbo verða, "divenire"), probabilmente una figura più tarda, aveva le sembianze di una donna ed era responsabile della lunghezza del filo e del destino a esso sotteso (il filo poteva scorrere liscio tra le sue mani, oppure essere soggetto a nodi e ingarbugliamenti, che simboleggiavano le difficoltà dell'esistenza); infine Skuld ("debito", "colpa"), la più giovane, dall'aspetto di fanciulla, rappresentava il compito assegnato a ciascun essere umano durante la propria vita ed era inoltre colei che dava la morte recidendo il filo. 
 Possiamo notare che se le funzioni delle Norne sono identiche a quelle delle Moire e delle Parche, vi sono elementi peculiari apportati dalla tradizione norrena: l'aspetto delle tre divinità, che simboleggiano tre fasi diverse nella vita della donna, i loro nomi e le loro azioni le legano alle tre dimensioni temporali del passato (Urðr), del presente (Verðandi) e del futuro (Skuld). Per questo la leggenda vuole che alla nascita di ogni nuovo bambino le Norne si recassero presso la sua culla per stabilirne la sorte.
 Infine, ricordiamo che le Norne hanno forti legami con altre divinità minori della mitologia norrena, come le Valchirie (tra le quali si annovera una dea di nome Skuld, che probabilmente corrisponde alla terza Norna) e le Dísir, divinità legate alla fecondità, che non approfondiamo in questa sede.




 In quanto detto si può notare una spiccata componente fatalista da parte di tutte e tre le tradizioni culturali prese in esame. Un tempo l'uomo si sentiva più in balia di forze soprannaturali ignote e misteriose, che con il loro potere potevano decidere le sorti di ognuno.
 Oggi non è più così, ci sentiamo molto più sicuri dei nostri mezzi e tante volte ci sentiamo padroni dell'universo...finché non succede qualcosa che ci ricorda che non è così. Esiste sempre qualcosa che non possiamo controllare, che va al di là delle nostre possibilità e dell'umana comprensione, che si chiami Dio, Fato, Caso o quello che più ci aggrada. 
 Personalmente ho una concezione positiva del destino, non lo vedo come una gabbia o un finale tragico inevitabile come i nostri predecessori. Come mi ripeteva spesso la mia professoressa di filosofia sono convinta che questo destino sia una missione, un compito, un qualcosa di grande che ognuno di noi è chiamato a realizzare nella propria esistenza. Tutte le coincidenze ci portano da qualche parte e con le nostre capacità possiamo davvero arrivare in alto. Ora non ci resta che...vivere.





Fonti:
- CHIESA ISNARDI, Gianna, I miti nordici, Longanesi, Milano, IX edizione luglio 2014, pp. 303-306;
- Mitologia greca, "Le Mòire"; 
- Miti e...dintorni, voce "Moire";
- Sacerdotesse di Avalon, "Norne, Parche, Moire";
- "Moire" in Enciclopedia dell'antichità classica, Garzanti, Edizione Mondolibri, Milano, 2000, pp. 915-916;
- "Parche" in Enciclopedia dell'antichità classica, Garzanti, Edizione Mondolibri, Milano, 2000, p. 1047;
- Wikipedia, voce "Moire (mitologia)"; 
- Wikipedia, voce "Parche"; 
- Wikipedia, voce "Norne";
- Il Crepuscolo degli Dei, voce "Moire"; 
- Il Crepuscolo degli Dei, voce "Parche"; 
- Il Crepuscolo degli Dei, voce "Norne".



martedì 29 gennaio 2013

La Sibilla, profetessa di sventure

 Nam Sibyllam quidem Cumis ego ipse oculis meis vidi in ampulla pendere, et cum illi pueri dicerent: Σίβυλλα τί θέλεις; respondebat illa: ἀποθανεῖν θέλω.

 Del resto la Sibilla, a Cuma, l'ho vista anch'io, con questi miei occhi, dondolarsi rinchiusa, dentro un'ampolla, e quando i fanciulli le chiedevano: "Sibilla, che vuoi?", quella rispondeva: "Voglio morire". 


 Lascio che sia questa epigrafe tratta dal Satirycon di Petronio a introdurre l'argomento di oggi. Questa frase è stata ripresa anche da Thomas Stearns Eliot, che l'ha posta proprio all'inizio del suo celebre poema intitolato La terra desolata (The Waste Land, in lingua originale). 
 Ad ogni modo, anche non conoscendo queste due opere, molto probabilmente tanti avranno sentito parlare della famosa Sibilla, l'oracolo che nella mitologia greca e romana emetteva oscuri vaticini. Oggi mi propongo di fare chiarezza su questa misteriosa figura, da sempre simbolo di ambiguità.

La Sibilla dipinta da Michelangelo

Etimologia

 Nella Grecia antica si parlava di Σίβυλλα, che fu tradotto in latino come Sibylla. L'etimologia di questa parola, però, rimane ignota.
 Sappiamo comunque che si tratta del nome di una persona realmente esistita, probabilmente di una delle sibille più antiche, la Sibilla Libica. Pausania ci parla infatti del prologo di una tragedia di Euripide, intitolata Lamia, dove ci sarebbe un gioco di parole tra Sibylla e Libyssa, dove Sibyl non è altro che la lettura da destra a sinistra di Libys.
 Il latino Varrone, d'altra parte, riporta una derivazione popolare del termine tipica del dialetto eolico che, anziché la locuzione tradizionale theoù-boulèn, utilizzava sioùs-boùllan per designare la volontà, la deliberazione di un dio. L'origine dell'espressione eolica è da ricercare nei luoghi di culto pre-ellenici dell'albero sacro.
 Altri storici, infine, ritengono che la parola abbia un'origine latina, derivante proprio da Sibilus. Questo termine contiene la radice Sib/Sif, la quale rimanda onomatopeicamente al soffio, al suono misterioso che proviene da una cavità, oppure al sibilo del serpente (non a caso una delle Sibille, come vedremo più avanti, era detta Pizia o Pitonessa).
 Nonostante il numero elevato di ipotesi sull'etimologia del nome, il vero significato di questa parola rimane avvolto dall'oscurità, come la figura a cui rimanda.

Chi erano le Sibille

 Perfino sull'origine del culto della Sibilla vi sono ipotesi contrastanti. Una di queste ritiene che la Sibilla nacque nell'antro di Delfi tra la fine del IX secolo e la metà del VII in occasione dell'incontro tra Dioniso e Apollo. Il primo contribuì apportando la frenesia e l'estasi passionale della baccante, mentre il secondo offriva il controllo razionale dell'isteria.
 Altri, invece, fanno discendere il culto della Sibilla da due figure importantissime della mitologia greca: Cassandra, sfortunata profetessa figlia del re di Troia Priamo, e Manto, figlia del più celebre indovino Tiresia, da cui aveva ereditato le capacità divinatorie.
 Un'altra possibilità è che la Sibilla sia nata da antichi riti orientali, che col tempo si diffusero rapidamente nel Mediterraneo.

Cassandra, la profetessa troiana

 Sebbene le origini di questa figura non siano chiare, possiamo però dire con certezza che la Sibilla nel mondo classico era una vergine, talvolta raffigurata in giovane età, altre come una vecchia decrepita, che in seguito all'ispirazione e alla possessione di una divinità era in grado di rivelare il futuro. 
 Ma perché questi poteri straordinari erano attribuiti a una figura femminile? 
Il motivo è che già nell'antichità si riconosceva alla donna una maggiore capacità ricettiva, che le consentiva di entrare in contatto più facilmente con una divinità. La sensibilità tipica delle donne, dunque, faceva in modo che esse potessero essere possedute da un nume, che esprimeva la propria volontà attraverso queste figure femminili.

 Verginità e longevità erano altri due tratti distintivi della Sibilla. Il concetto della verginità della Sibilla si trova ripetutamente negli autori classici (Aristotele, Virgilio, Ovidio, Marziale) e anche in alcuni autori cristiani (San Gerolamo). Questo perché una divinità non poteva far altro che scegliersi una sposa vergine. Questa unione divina non intaccava in alcun modo la verginità della fanciulla e nemmeno le precludeva la gravidanza. Infatti, quando la Sibilla si univa al dio riceveva il pneuma, un afflato amoroso che la rendeva appunto "gravida" dell'oracolo del quale si liberava di volta in volta. Di solito il dio che si univa alla Sibilla era Apollo, famoso per le sue facoltà di preveggenza, ma spesso si parla anche di Dioniso, dio dell'ebbrezza, il cui culto era caratterizzato dalla possessione demonica, la stessa che probabilmente diede origine alla Pizia di Delfi. Tuttavia, col tempo la facoltà divinatoria della Sibilla non venne più collegata all'unione matrimoniale con la divinità, ma venne attribuita direttamente alla sacerdotessa, che era in grado di profetizzare anche senza l'intervento del dio.

 Un altro punto che trova concordi molti autori, è la longevità della Sibilla. Ovidio, nelle Metamorfosi, la raffigura molto vecchia, ma afferma che deve vivere ancora trecento anni e, anche quando sarà morta, la sua voce sopravvivrà. L'eterno vaticinare della voce della Sibilla è confermato anche da Servio e da Plutarco. Flegetonte di Tralle afferma che la Sibilla sarebbe vissuta "poco meno di mille anni", mentre Varrone, nel De re rustica, arriva addirittura a considerarla immortale.
 Una vita così lunga, però, non necessariamente è una cosa positiva. L'epigrafe del Satirycon di Petronio citata all'inizio di questo articolo, infatti, mostra la sofferenza della Sibilla che, stanca della propria longevità, desiderava la morte. Il corpo della Sibilla non rimaneva immune al tempo che passava, ed era divenuto talmente fragile per la vecchiaia, che la povera sventurata avrebbe preferito la morte. 

 Bisogna sottolineare che i vaticini della Sibilla erano quasi sempre nefasti. Questo perché la maggiore preoccupazione del popolo era che il futuro riservasse delle sciagure, quindi era sempre pronto ad ascoltare chi poteva prevederle e indicare il modo per evitarle. La Cassandra di Eschilo rappresenta molto bene la tipologia di questo oracolo, anche se, al contrario di altre profetesse, non veniva mai ascoltata dal popolo. Anche Eraclito sottolinea il motivo della Sibilla come profetessa di sciagure:

La Sibilla con bocca invasata pronunzia cose tristi, senza ornamento né profumi e attraversa con la sua voce migliaia d'anni per opera del nume.

 Dobbiamo precisare, inoltre, che nel mondo antico non esisteva una sola Sibilla, ma molte, divise a seconda dell'area geografica di provenienza. Varrone fissa il loro numero a dieci e le classifica nel modo seguente: 
- Persica; 
- Libica; 
- Delfica;
- Cimmeria;
- Eritrea;
- Samia;
- Cumana;
- Ellespontica;
- Frigia;
- Tiburtina. 

 Una classificazione dei tempi moderni operata da Bouché-Leclerq, invece, si basa sui luoghi dove si è manifestato il culto della Sibilla. Avremo quindi un gruppo greco-ionico, uno greco-italico e uno orientale. In tutte queste specificazioni locali, comunque, le manifestazioni della Sibilla sono associate a un antro o a una fonte sacra. 
 Tra queste, le più famose sono sicuramente la Sibilla Cumana e la Sibilla di Delfi, detta Pizia, delle quali ora mi accingo a parlare.

La Sibilla Cumana

 Questa è la Sibilla a cui fa riferimento l'epigrafe di Petronio riportata anche all'inizio della Waste Land di Eliot. Si tratta senza dubbio di una delle Sibille più famose e importanti della mitologia e della letteratura. La Sibilla Cumana era la somma sacerdotessa dell'oracolo di Apollo e di Ecate, una dea lunare pre-ellenica, che esercitava la facoltà divinatoria a Cuma, una città della Magna Grecia, nel pressi del lago d'Averno. Lì si trovava una caverna, chiamata "antro della Sibilla", dove la profetessa trascriveva le predizioni in esametri, su foglie di palma, sotto ispirazione divina. Le foglie, una volta finito il vaticinio, venivano scompigliate dalle correnti che soffiavano dalle numerose aperture dell'antro, che rendevano così i responsi meno comprensibili, "sibillini", appunto. 

L'antro della Sibilla Cumana

 La leggenda racconta che Apollo fosse innamorato di questa donna e che le avesse offerto qualsiasi cosa lei volesse pur di averla come sua sacerdotessa. La donna chiese in dono l'immortalità, ma scordò di chiedere anche la giovinezza eterna, condannando così il proprio corpo a una progressiva e lenta consumazione. Quando assunse le dimensioni di una cicala, la Sibilla venne posta in una gabbietta nel tempio di Apollo, finché il corpo non scomparve. La sua voce, però, rimase e continuò a vaticinare. Si dice anche che Apollo le avesse dato la possibilità di acquisire l'eterna giovinezza, a patto che diventasse completamente sua. Ma la Sibilla rifiutò, poiché ritenne più importante preservare la propria castità.

 L'Eneide di Virgilio è l'opera che, più di tutte, ha contribuito a rendere celebre la Sibilla Cumana. Nel libro VI, Virgilio la chiama "Deifobe di Glauco" e "Amphrysia", dal nome del fiume della Tessaglia Amfriso, presso il quale Apollo custodì il gregge di Admeto. Nell'Eneide, la Sibilla Cumana non è solo una veggente, ma è anche la guida di Enea nell'oltretomba. L'aria sinistra e cupa che Virgilio crea al momento di descrivere l'antro della sacerdotessa esprime bene l'atmosfera di mistero e di timore che suscitava la Sibilla.

 Successivamente questa figura venne ripresa anche da Ovidio, che nelle sue Metamorfosi racconta come la Sibilla Cumana avesse chiesto ad Apollo di vivere tanti anni quanti erano i granelli di sabbia che era possibile stringere nella propria mano. E' la stessa sacerdotessa a narrare la propria storia a Enea, non mancando di sottolineare che aveva dimenticato di chiedere anche l'eterna giovinezza. Così, la profetessa era destinata a un invecchiamento lunghissimo nel tempo, non privo delle sofferenze dovute all'età.

La Pizia 

 La Pizia o Pitonessa era l'oracolo più conosciuto dell'antichità, che dava i responsi sul futuro da parte di Apollo. Tale divinità, secondo la mitologia greca, ricoprì un ruolo importantissimo nella nascita di questo centro di culto.

 Prima di ospitare l'oracolo, infatti, Delfi ospitava Pitone, un serpente tanto enorme quanto mostruoso, che viveva in una grotta sul monte Parnaso. Costui fu mandato da Era per insidiare Leto al momento del parto, poiché la donna era la prova vivente del tradimento di Zeus. Nonostante le difficoltà, Leto partorì due gemelli divini, Artemide e Apollo. Quando quest'ultimo crebbe e venne a sapere che il nemico di sua madre abitava sulle pendici del Parnaso, vi si precipitò immediatamente. Apollo gettò all'interno della grotta una torcia accesa per far uscire il serpente e, quando Pitone fu alla sua portata, il dio lo trafisse con le sue frecce. Da allora, Apollo fece della grotta dove viveva Pitone il proprio oracolo, che prese il nome proprio da un appellativo del dio: Pizio. Inoltre, si dice che Apollo fondò i giochi pitici proprio per commemorare quella vittoria contro il mostro, nemico di sua madre.

 Da quel momento in poi, l'antro alle pendici del Parnaso venne occupato da una sacerdotessa che prediceva il futuro grazie alla fuoriuscita di vapori estatici, provenienti esattamente dalla voragine naturale in cui elle risiedeva. La Pizia, prima di profetizzare, si sedeva su un tripode, emblema di Apollo, respirava i vapori, raggiungendo così l'estasi, e comunicava il responso a un sacerdote assistente, detto Profeta. Questi era incaricato di interpretare e trasmettere il vaticinio al postulante.

La Pizia, sacerdotessa di Delfi

 Il ruolo della Pizia poteva essere ricoperto solo da giovani vergini appartenenti alla nobiltà, le quali dovevano mantenere la propria castità per tutta la vita. Ma chi riusciva a rivestire una tale posizione, godeva di un prestigio e di una condizione sociale inusualmente elevati per una donna, all'epoca. Ciò era dovuto non solo alla grande fama dell'oracolo di Delfi, situato in un punto che era considerato l'omphalos, l'ombelico del mondo antico, ma anche al fatto che per consultare la Pizia era richiesta un'onerosa offerta in denaro, oltre a un sacrificio preparatorio, che aveva luogo prima dell'incontro con la veggente.



 In un mondo maschilista, la Sibilla era una delle poche figure femminili che godeva di enormi privilegi e che era degna di rispetto. Non un uomo, ma una donna era la più grande mediatrice tra gli dèi e la gente comune. Poco importava che dalla sua bocca uscissero perlopiù sventure e presagi infausti. Anzi, a eccezione di Cassandra, queste profetesse venivano ascoltate con attenzione proprio perché potevano mettere in guardia le persone dai pericoli.

 Questa usanza oggi forse si è un po' persa. Si crede agli inutili allarmismi, ai guaritori, ai maghi, ai furfanti peggiori, ma non a chi, per il nostro bene, ci rivela una verità scomoda. Cassandra, che costituiva un'eccezione per la sua epoca, è una moda nella nostra. Ormai farsi portatori di verità scomode e non essere creduti non è più una maledizione di Apollo, ma una triste realtà.



Fonti:
- Wikipedia, voce "Sibilla";
- Wikipedia, voce "Sibilla Cumana";
- Wikipedia, voce "Pizia";
- Mitologia greca...e dintorni, voce "Pitia";
 - Mitologia greca...e dintorni, voce "Pitone";
- Enciclopedia italiana (1936) Treccani, voce "Sibilla";
- MARRONE, Paolo, "Il mito della Sibilla"; 
- Sibylla.it, "Origine del nome";
- Mitologia Greca, "Apollo, il serpente Pitone e l'oracolo di Delfi".



venerdì 5 ottobre 2012

La birra, un liquido divino

 Questo articolo capita in maniera assolutamente fortuita. Di solito per scrivere i miei post inizio da un'idea riguardo a un personaggio fantastico o a creature mitologiche che mi incuriosiscono e che voglio conoscere meglio. 
 Stavolta invece l'input è arrivato in una birreria a partire dalla lista dei panini che offriva la cucina. Siccome erano nomi stranissimi e alcuni li avevo riconosciuti come nomi di divinità del mondo antico, mi sono appuntata tutti gli altri che non conoscevo (che non erano pochi!). Così oggi mi sono messa a fare ricerche su internet e ho scoperto che tutti quei nomi erano connessi con tipi antichi di birra, elaborati da varie popolazioni. Nella mia ricerca, poi, sono venuta a conoscenza di miti e rituali sacri connessi con la birra, che era ritenuta una bevanda importante già dai popoli antichi.
 Naturalmente ho trovato anche notizie sulle varietà di birra prodotte nei secoli, ma qui preferisco parlare del suo aspetto mitologico e sacrale, in primo luogo perché credo sia più affine allo spirito di questo blog, in secondo luogo perché data la mia ignoranza e mancanza di predisposizione per la comprensione di determinati processi farei bene a non parlare di argomenti che non mi competono.

 La storia della birra si perde nell'alba dei tempi, tanto che non si ha la certezza assoluta su quale popolo debba ritenersi l'inventore della bevanda. Ne parlano iscrizioni sumere, papiri egizi e addirittura si ricordano tradizioni azteche e cinesi di produzione della birra a partire rispettivamente da mais e riso. 
 Per quanto riguarda l'area mesopotamica, una stele sumera di circa 6000 anni fa documenta l'esistenza della birra. Tra i Sumeri, infatti, esistevano già diverse varietà di birra (chiare, scure, rosse, leggere, forti, ecc.), che era stata inventata, secondo la mitologia, dalla dea Ninkasi. Proprio l'inno a questa divinità costituisce una delle più antiche ricette della birra:

Ninkasi, tu sei colei che cuoce il bappir [pane d'orzo cotto due volte] nel grande forno,

Che mette in ordine le pile di cereali sbucciati,Tu sei colei che bagna il malto posto sul terreno...
Tu sei colei che tiene con le due mani il grande dolce mosto di malto...
Ninkasi, tu sei colei che versa la birra filtrata del tino di raccolta,

È [come] l'avanzata impetuosa del Tigri e dell'Eufrate
 Ninkasi, la dea sumera della birra
  
 Sempre in Mesopotamia, troviamo tracce della birra anche nel codice del re babilonese Hammurabi che, tra le altre cose, regolamentava il comportamento delle ostesse (la birra era infatti venduta solo da donne) nel commercio della birra. Questa bevanda, presso i Babilonesi, aveva un'importanza fondamentale nei riti funebri, durante i quali veniva consumata in onore del defunto in qualità di rito propiziatorio. Inoltre la stessa Ishtar, la dea madre del pantheon babilonese, traeva forza proprio dalla birra.  
 Anche nell'antico Egitto questa bevanda era ricollegata a delle divinità. E non erano divinità qualunque, visto che si trattava di Iside e Osiride, ritenuti gli inventori della birra. Oltre a usare tale bevanda nelle cerimonie funebri, gli Egizi la impiegavano anche a scopo medicinale e nell'alimentazione quotidiana; infatti, perfino i bambini venivano abituati a bere birra, poiché rappresentava sia un nutrimento sia una medicina. Il liquido veniva offerto in particolar modo alle gestanti, per favorire l'allattamento.

 Si può così notare come nel mondo antico questo liquido venisse associato alle divinità femminili della terra e dei cereali. Oltre alla dea babilonese Ishtar, la birra nel mondo romano venne chiamata cerevisia in onore di Cerere, la dea delle messi. Come succedeva spesso nella cultura romana, si trattava della ripresa di una tradizione greca, che prevedeva il consumo della bevanda durante le feste in onore di Demetra, l'equivalente greca della Cerere romana sopra citata. Nonostante nel mondo classico il vino la facesse da padrone, dunque, anche la birra si ritagliò un ruolo importante, soprattutto durante le Olimpiadi, dove agli atleti era proibito bere vino.
 Altre leggende provenienti da vari paesi dimostrano l'esistenza dell'associazione birra-donna in quanto simbolo di fertilità. Una di queste vuole che fosse stata proprio una donna a produrre per prima la birra. Questa si era dimenticata fuori dalla propria abitazione un contenitore con dei cereali durante la pioggia. I cereali macerarono nell'acqua e fermentarono naturalmente grazia al successivo calore solare.
 Una saga nordica narra di un re vichingo che, dovendo scegliere una moglie tra due donne, volle sposare quella che avrebbe prodotto la birra migliore. La futura prescelta invocò Odino, il quale usò la propria saliva come lievito fermentante nella preparazione della bevanda. Da quel momento in poi, la birra fu investita del potere di trasmettere la conoscenza esoterica e la donna doveva vegliare durante il momento della fermentazione.
 Anche in Scandinavia e nelle repubbliche baltiche la donna aveva un rapporto particolare con la birra. Il Kalevala, il più grande poema epico finlandese, nel ventesimo runo parla di Osmotar, la ragazza che scoprì il segreto del processo di fermentazione attraverso l'uso di ingredienti e riti she simboleggiano un'unione mistica sessuale. In Lituania, invece, un rito della fertilità praticato fino al XVI secolo prevedeva che la ragazza più alta del villaggio, in equilibrio su un solo piede sopra una panca, bevesse e offrisse birra al dio Waizganthos, che presiedeva alla crescita delle messi di lino.
 Ovviamente, se le donne potevano propiziare la produzione della birra, potevano anche porre degli ostacoli alla fermentazione, come nel caso delle streghe. In alcuni casi, si pensava che durante particolari giorni del ciclo, le donne esercitassero un'influenza negativa sul lievito, minacciando la buona riuscita della fermentazione.

 La birra però non è associata solo alle figure femminili. Se ci spostiamo verso il nord Europa, infatti, essa si insinua nei rituali e nei miti che non sono necessariamente connessi con la fertilità o con le donne.
 Vi sono diverse leggende che individuano vari personaggi come inventori della birra, quali il mitico re Gambrinus delle Fiandre, Radigost, il dio slavo dell'ospitalità o un certo Charlie Mopps, protagonista di una canzone diffusa nei pub inglesi:

Molto tempo fa, indietro nella storia
quando tutto quello che c'era da bere erano solo tazze di the, 
arrivò un uomo chiamato Charlie Mopps 
ed egli inventò la meravigliosa bevanda, e la fece con il luppolo.


Radigost, il dio dell'ospitalità


  
 Tacito racconta che tra i Germani c'era l'usanza di bere birra a volontà nelle assemblee prima di deliberare, poiché in questo modo credevano che si favorisse il contatto con gli dèi e i defunti. 
 Inoltre, nella tradizione vichinga la birra è concepita come una bevanda sacra adatta ai guerrieri, poiché poteva conferire loro la forza della terra. Odino stesso raccomandava ai guerrieri di consumarla per favorire le proprie prestazioni durante la battaglia, a patto che poi l'uomo riacquistasse il senno. I guerrieri bevevano la birra in corni con incise rune sacre, di modo che se un nemico vi avesse aggiunto del veleno, il corno si sarebbe spezzato. 
 Sempre nei paesi nordici, vi sono leggende che si intrecciano con gli spiriti maligni. Questi si annidavano nei locali dove si preparava la birra a andavano esorcizzati con spruzzi di mosto e della bevanda stessa. Nel caso questo non bastasse, la notte, nella stanza dove si produceva la birra, veniva lasciato di guardia il gatto di casa, che aveva il compito di scacciare il più malvagio degli spiritelli, Okorei. Costui, infatti, protetto dalle tenebre notturne, rubava la birra e faceva inacidire quella che non riusciva a portare via con sé.  
 In generale, poi, vi era la credenza secondo la quale non si dovevano sbattere le porte o far vibrare i pavimenti di legno della stanza dove si preparava la birra per non "spaventare" il lievito. Ciò era dettato dal fatto che, per far avvenire regolarmente la fermentazione, bisognava evitare ogni corrente d'aria e ogni minimo scuotimento del mosto.   

 Infine, non si può non menzionare la cultura celtica, dove la birra compare praticamente ovunque. Queste popolazioni stimavano molto le proprietà della birra e dei grandi e preziosi calderoni come quello di Gunderstrup, risalente al II secolo a. C., venivano riempiti fino all'orlo della bevanda in occasione di vari rituali.
 Ovviamente, una bevanda così importante a livello religioso, non può essere assente nelle narrazioni e nella mitologia delle popolazioni celtiche. In primo luogo ricordiamo due "signori della birra": Cernunno, il dio degli animali e il fabbro Goibniu, che in Irlanda serviva la birra ai potenti Tuatha Dé Danann, degli esseri divini in possesso di facoltà straordinarie.
 Sempre in Irlanda si narra la leggenda di Mag Meld, un eroe che carpì il segreto della fabbricazione della birra ai terribili Fomori, i dominatori dell'isola prima dell'arrivo degli uomini. Mag Meld svelò il segreto agli antenati degli Irlandesi, che poterono godere delle virtù della mistica bevanda, la quale conferiva ai Fomori forza straordinaria e immortalità. Grazie all'opera di Mag Meld, assimilabile in qualche modo al classico Prometeo, i mostruosi Fomori perdettero il loro potere e vennero in seguito scacciati dall'isola. Proprio da questo eroe prese nome la mitica terra dell'Oltremondo del folklore irlandese, chiamata anche Avalon, Tir Na Nog o Anwynn. Si trattava di una terra sotterranea, dove non esistono né morte né malattie e dove l'esistenza è sempre piacevole e dolce, comparabile a un'eterna primavera. 
  
Goibniu, il fabbro dei Tuatha Dé Danann

 Dopo aver scoperto così tante leggende e credenze sulla birra, non si può evitare di vedere questa bevanda con occhi diversi. Dedico questo articolo a tutti gli appassionati di birra, tra cui il mio moroso, a cui auguro di cuore di riuscire un giorno ad aprire una birreria. Quando c'è la passione per qualcosa di quotidiano, come in questo caso la birra, si va oltre i confini reali dell'oggetto, lo si investe di caratteristiche che vanno al di là delle sue reali virtù. Ma è proprio questa la magia necessaria al giorno d'oggi, per contrastare il grigiore dei nostri tempi. E allora, come dice il Kalevala,


Cara birra, amata bevanda, non lasciarti bere invano! 
Induci gli uomini al canto, fa che dispieghino le loro voci d'oro!



Fonti:
- Sito internet AssoBirra, articolo " La storia e i miti della birra";
- Wikipedia, voce "storia della birra";
- PELOSINI, Giovanni, "Miti e simboli della birra".

venerdì 21 settembre 2012

La Fenice, simbolo d'immortalità

 Ci sono idee che sono nate nella mente dell'uomo fin dai primi tempi e che non sono più scomparse. Sembrano quasi dei chiodi fissi, che si sono inculcati in tutte le culture e mitologie del mondo e che sopravvivono tutt'ora, anche se in altre forme.
 Un concetto che ritorna insistentemente in tutte le popolazioni antiche è quello di rigenerazione. Questa idea si è concretizzata in diversi modi: attraverso i riti propiziatori che favorivano la ciclicità dei fenomeni naturali, o rituali di passaggio che purificassero il defunto perché potesse rinascere nell'al di là, o ancora concezioni cicliche del tempo, che era destinato inesorabilmente a ripercorrere i propri passi.

 Per rappresentare il concetto di rigenerazione, però, i popoli antichi ricorrevano anche a delle creature immaginarie, che si configuravano come veri e propri simboli del pensiero degli uomini. Una di queste è la Fenice, l'uccello mitologico che dopo la morte rinasce dalle proprie ceneri.  

 I primi a parlare di questo favoloso pennuto furono gli Egizi, che nel loro pantheon annoveravano il Benu o Bennu (letteralmente "brillare", "Splendere" o "librarsi in volo"), che dapprima aveva le sembianze di un passeraceo e poi divenne un trampoliere dal becco lungo e sottile, con due piume dietro il capo. Tale uccello venne associato al sole e alla divinità solare Ra, quindi rappresentava il cammino dell'astro nel cielo, che sorgeva e tramontava. Il Bennu era identificato inoltre con il pianeta Venere, chiamato la Stella del Mattino, come dimostra questa invocazione:

«Io sono il Bennu, l'anima di Ra, la guida degli Dèi nel Duat. Che mi sia concesso entrare come un falco, ch'io possa procedere come il Bennu, la Stella del Mattino.»

Bennu, la "Fenice" egiziana
 A causa del suo aspetto simile a un airone, il Bennu era una figura che annunciava il ritorno di un periodo fertile e prospero. L'airone, infatti, era solito comparire sulla sommità delle rocce del fiume Nilo dopo la periodica inondazione che fecondava la terra con il limo. La connessione con la fertilità e con le forze vitali è dimostrata anche dal fatto che il Bennu divenne una rappresentazione di Osiride, il dio che muore e risorge.
 Un mito egizio della creazione narra, addirittura, che il Bennu fosse il primo essere animato a sorgere sulla collina emersa dal caos delle acque primordiali. Secondo la leggenda, il Bennu sarebbe nato dal fuoco che ardeva sul sacro salice di Eliopoli.
 Di Bennu ne poteva esistere solo uno alla volta, proprio come il sole. Era sempre di sesso maschile e viveva in prossimità di una sorgente d'acqua fresca, in un'oasi dell'Arabia (da qui l'epiteto "araba fenice") che era pressoché introvabile. Lì, ogni mattina faceva il bagno nell'acqua della fonte e intonava una melodia talmente soave che il sole fermava il suo corso per ascoltarla. Talvolta lo si poteva veder volare a Eliopoli per depositarsi sul salice sacro o sull'obelisco all'interno della città.

 Dall'Egitto, la leggenda si diffuse in Grecia grazie a Esiodo ma soprattutto a Erodoto, il primo che descrisse in modo preciso l'aspetto della Fenice e le sue caratteristiche. Secondo lo storico greco l'uccello era più o meno della grandezza di un'aquila e il suo piumaggio era in parte oro brillante e in parte rosso cremisi. Nonostante l'aspetto dell'animale sia profondamente cambiato rispetto alla tradizione precedente, Erodoto si riallaccia comunque al culto egiziano, affermando che la Fenice giungeva dall'Arabia a Eliopoli ogni cinquecento anni, in occasione della morte del genitore, le cui salme erano state imbalsamate in un uovo di mirra. La nuova Fenice portava con sé l'uovo per depositarlo e bruciarlo sull'altare del dio del sole.  
 Sempre Erodoto ci svela che, prima di morire, la Fenice si ritirava in un luogo appartato e costruiva un nido di incenso e cannella sopra una quercia o una palma, accatastando le piante aromatiche in modo da formare un uovo. Dopodiché, adagiatasi nel giaciglio, lasciava che i raggi del sole incendiassero il nido e si lasciava consumare dalle fiamme. Incendiandosi, le piante aromatiche diffondevano un dolce profumo, che accompagnava sempre la morte della Fenice. Dalle ceneri, poi, spuntava una larva o un uovo, che i raggi del sole contribuivano a trasformare in una Fenice adulta in tre giorni attraverso il loro calore. In seguito, come già accennato, la nuova creatura si dirigeva verso Eliopoli e si posava sull'albero sacro.


La Fenice greco-romana

  
 Ovviamente questa figura non poteva non essere citata anche da scrittori romani, che dibatterono molto su alcune caratteristiche della Fenice (il cibo di cui si nutrisse, sulla modalità della sua morte), ma mantenendo in generale inalterati i tratti fondamentali fissati da Erodoto. Per esempio Ovidio, nelle sue Metamorfosi, scrive:


si ciba non di frutta o di fiori, ma di incenso e resine odorose. Dopo aver vissuto cinquecento anni, con le fronde di una quercia si costruisce un nido sulla sommità di una palma, ci ammonticchia cannella, spigonardo e mirra, e ci s'abbandona sopra, morendo, esalando il suo ultimo respiro fra gli aromi. Dal corpo del genitore esce una giovane Fenice, destinata a vivere tanto a lungo quanto il suo predecessore. Una volta cresciuta e divenuta abbastanza forte, solleva dall'albero il nido (la sua propria culla, ed il sepolcro del genitore), e lo porta alla città di Eliopoli in Egitto, dove lo deposita nel tempio del Sole.

 Ovidio, quindi, rimane fedele alla storia tramandata da Erodoto, aggiungendo però alcuni particolari: il nutrimento della Fenice e il fatto di trasportare a Eliopoli non solo le salme del genitore, ma anche il proprio nido. Sempre per quanto riguarda la morte del genitore, anche Tacito riprese le informazioni di partenza, dicendo che la nuova Fenice portasse l'intero corpo del genitore morto a Eliopoli per bruciarlo all'altare del sole.
 E' bene evidenziare che il continuo riferimento a Eliopoli non era casuale. Lì, i sacerdoti di Ra erano soliti conservare i testi dei tempi passati in archivi. Se si tiene presente questo dato importante, la Fenice diveniva così il nuovo profeta, il nuovo messia che distruggeva gli antichi testi sacri per far rinascere una nuova religione dalle ceneri di quella precedente.
 Durante l'impero romano, la Fenice smise i panni del sole che tramontava e risorgeva ogni giorno e assurse a simbolo dello stesso impero che, pur alterandosi, si rinnovava sempre ed era immortale.

 Ma l'idea di rinnovamento e rigenerazione legata alla Fenice non poteva restare confinata solo al mondo classico. Infatti, il favoloso uccello era presente già nella tradizione ebraica, dove assunse il nome di Milcham. Una leggenda narra che Eva, divenuta mortale dopo aver mangiato il frutto proibito, costrinse anche tutti gli altri animali dell'Eden a fare altrettato, poiché era invidiosa della loro purezza e immortalità. L'unico animale che si rifiutò di mangiare il frutto proibito fu proprio la Fenice. Per questo, Dio volle ricompensarla dandole come dimora una fortificazione nel paradiso terrestre, dove l'uccello leggendario avrebbe potuto vivere in pace per mille anni. Proprio con una frequenza di mille anni, la Fenice bruciava e si rigenerava da un uovo, che veniva ritrovato tra le ceneri dell'animale defunto.

 La religione cristiana riprenderà in seguito la simbologia di questo animale, che ben si addiceva alla figura di Gesù Cristo che, proprio come la Fenice, muore per poi risorgere. In questo contesto la Fenice non è solamente simbolo di Cristo vittorioso sulla morte, ma più in generale anche della rinascita spirituale dell'anima, che è immortale.
 Ben presto, quindi, la Fenice divenne parte dei bestiari dell'epoca medievale. Uno di questi, chiamato Fisiologo, riportava le caratteristiche dell'animale, che erano state in parte modificate. Secondo il bestiario, la Fenice era originaria dell'India  e ogni cinquecento anni si dirigeva verso il Libano, dove si profumava le ali con piante aromatiche e si annunciava al sacerdote di Eliopoli. Costui, ricevuto il segnale, preparava sull'altare una pira di sarmenti di legno dove l'uccello si sarebbe posato e avrebbe preso fuoco. Dopo la morte sul rogo, il sacerdote trovava un piccolo vermicello, che in tre giorni si sarebbe trasformato nella nuova Fenice. Il Fisiologo stesso spiega la simbologia di questo essere prodigioso:

l'uccello prende l'aspetto del nostro Salvatore, che scendendo dal cielo, riempì le sue ali dei dolcissimi odori del Nuovo e dell'Antico Testamento, come egli stesso disse: «Non sono venuto ad eliminare la legge, ma ad adempierla». 

La Fenice in un mosaico cristiano


 Creature molto simili alla Fenice europea ed egiziana si possono trovare anche negli altri continenti. Nella mitologia cinese, l'uccello leggendario compare tra le quattro creature sacre che presiedono al destino della Cina, le quali impersonano le forze primordiali di tutti i tipi di animali (piumati, corazzati, pelosi e dotati di squame). I quattro animali magici sono Bai Hu (la tigre bianca) o Ki-Lin (l'unicorno) per l'Ovest, Gui Xian (la tartaruga o il serpente) per il Nord, Long (il drago) per l'Est e, per il Sud, Feng (la Fenice). Quest'ultimo rappresentava le forze primordiali dei cieli, il potere e la prosperità, perciò l'imperatore e l'imperatrice erano gli unici a poter portare il simbolo del Feng. I Cinesi ritenevano che il Feng possedesse i più begli attributi di tutti gli animali e lo rappresentavano con due pergamene nel becco o una scatola che conteneva i testi sacri.
 Feng era l'imperatore di tutti gli uccelli, poiché il suo corpo era l'insieme dei sei corpi celesti: la testa simboleggiava il cielo, gli occhi il Sole, le ali il vento, gli artigli la terra, il dorso la luna e le piume i corpi astrali; inoltre, la coda di Feng conteneva i cinque colori primari. Egli era nato dal fuoco sulla Collina del Falò del Sole e viveva con la sua compagna (o con il suo compagno, visto che il Feng può essere sia maschio che femmina) nel Regno dei Saggi, cibandosi di bambù e bevendo acqua purissima. Feng aveva una voce melodiosa e tutti i galli lo accompagnavano nell'intonazione della sua canzone, che conteneva le cinque note della scala musicale cinese. Egli appariva solamente in periodi di pace e prosperità e durante il concepimento di un bambino, per consegnare l'anima del nascituro al grembo della madre.

Fenghuang


 In Giappone, la Fenice ricompare con il nome di Ho-ho e assume le sembianze di un'aquila enorme coperta di gemme che sputa fuoco. Ho-ho si annovera tra i kami, gli spiriti della natura, e annuncia l'arrivo di una nuova era. Un altro nome di Ho-ho è Karura, che altro non è che la storpiatura del nome sanscrito Garuda, con cui la Fenice è nota in India.

 Nella cultura induista e buddista, Garuda è uno dei supremi veggenti. Ha un corpo umano dorato, ali scarlatte, becco d'aquila e faccia bianca. Sua madre venne imprigionata da Kadru, la madre di tutti i serpenti e Garuda, per liberarla, assunse il Soma, l'elisir che rende immortali. Il dio Viṣṇu, fu molto colpito da ciò e scelse Garuda come avatar (l'incarnazione terrestre) o come suo destriero. Fatto sta che dal rapimento della propria madre, Garuda mantenne un feroce odio nei confronti dei Naga, la famiglia dei serpenti e dei draghi.

 Tracce della Fenice, infine sono presenti anche in America. Quetzalcoatl, il serpente piumato del Messico, aveva la facoltà di risorgere dopo la propria morte e i Maya lo ritenevano un grande sovrano e portatore di civiltà. I Toltechi identificano con questo nome un vero e proprio sovrano, che era anche sacerdote di Tollan, il quale morì arso sul rogo nello Yucatan, proprio come la Fenice.
 Nell'America settentrionale, invece, troviamo Wakonda, che per i Dakota era l'uccello del tuono, mentre per i Sioux era il "grande potere superiore", una divinità generosa che donava potere e saggezza.  

 Alla ricerca della Fenice abbiamo percorso in lungo e in largo il mondo. Si può vedere bene, dunque, quanto stia a cuore all'uomo l'idea della rinascita. E non potrebbe essere altrimenti, perché anche nella vita quotidiana abbiamo bisogno di pensare che, nonostante le sconfitte e le disgrazie, si può sempre ricominciare.
 Per questo dedico questo articolo a una mia carissima amica, che ora si trova con un pugno di cenere in mano. Le auguro con tutto il cuore di essere come l'araba Fenice, più forte della morte (in questo caso in senso figurato) e in grado di diventare ancora più splendida.
 Se l'uomo è riuscito a concepire una figura tanto bella, significa che anche noi abbiamo nella nostra natura il gene della Fenice che non muore mai e che non si arrende. 



Fonti:
- MENEGATTI, Alessandra, "La fenice, animale mitologico";
- Wikipedia, voce "Fenice";
- Wikipedia, voce "Benu";
- Sito internet Astrocultura UAI, articolo "Un mito, una costellazione, un teatro - La Fenice: l'eterno ritorno";
- VAGHI, Fabio, "Il canto della fenice".

sabato 15 settembre 2012

Preistoria dei vampiri europei

 Oggi più che mai si sente parlare di vampiri. Tutta "colpa" di Stephenie Meyer che, con la sua fortunata saga di Twilight ha riportato in auge queste creature macabre, misteriose e affascinanti. 
 Non voglio qui parlare del successo dei vampiri degli ultimi anni, e nemmeno del primo vero e proprio vampiro letterario, identificato con il celeberrimo Dracula nato dalla mente irlandese di Bram Stoker. Ciò che mi propongo in questo articolo è ripercorrere le origini di queste creature, i cui precursori esistevano già nel mondo antico. Esseri vampirici in realtà sono presenti nelle culture di tutto il mondo, ma sarebbe un compito troppo gravoso tentare di condensarle tutte in un'unico articolo. Per questo, mi soffermerò soprattutto sull'area europea, in attesa di approfondire il discorso anche per altri continenti.   

 Generalmente, l'elaborazione del concetto di "vampiro" può essersi formata solo in seguito all'adozione, da parte delle popolazioni primitive, del culto dei morti. Il trapasso era accompagnato da riti precisi e solenni, proprio perché si credeva che la morte fosse un passaggio dal mondo dei vivi all'al di là. Ma perché ciò avvenisse, il defunto doveva essere preparato a dovere, in modo che il passaggio all'altro mondo avvenisse senza intoppi e il morto non potesse più tornare tra i vivi.  
 Inoltre, la morte era vista dalle popolazioni antiche con soggezione e paura, poiché spesso non si capiva quali cause la provocassero, specie nel caso di morti improvvise o premature. Per questo, i morti venivano tenuti il più lontano possibile. E' questa la ragione per cui i defunti venivano seppelliti fuori dai villaggi; la condizione ideale si verificava quando tra il cimitero e il villaggio vi era una barriera fisica (come un fiume o un ruscello) che, insieme a riti apotropaici, era in grado di ostacolare e impedire il ritorno del defunto dall'al di là.  
 Questa era una paura molto forte per gli antichi, poiché il morto, una volta tornato, non sarebbe stato per nulla ben disposto verso i vivi, che avevano fatto di tutto per isolarlo. Se ciò accadeva, era un'idea comune che il morto avrebbe cercato il fluido che più rappresenta la vita: il sangue.
 Esattamente da questa caratteristica nascono le creature vampiriche, che nonostante i diversi tratti locali, sono accomunate dalla predilezione per la notte e dal fatto di cibarsi del sangue delle loro vittime. Tuttavia, le prime civiltà non le identificarono immediatamente coi vampiri (termine che nell'antichità non esisteva), ma con demoni o divinità che si cibavano di sangue. 
 I primi a tramandare racconti su queste creature furono i Persiani, che diffusero la mitologia riguardante Lilitu (che in ebraico diverrà Lilith), un demone notturno che beveva il sangue dei bambini insieme alla figlia Lilu (cfr. articolo "Lilith" di questo blog). 
 Restando in ambito europeo, invece, esseri vampirici si trovano sia nel mondo greco, che nel mondo romano. Nell'Odissea si fa riferimento a Tiresia, lo spirito di un veggente ematofago che Ulisse incontra nella sua discesa nell'oltretomba. 
 Senza scomodare i poemi omerici, sempre nella mitologia e nella cultura greca troviamo delle divinità e delle creature vampiriche. Prima fra tutte si può considerare Ecate, l'equivalente greca di Lilith. Si tratta di una divinità infera associata alla luna, che nell'epoca tarda assume dei connotati spaventosi: Ecate veniva rappresentata o con l'immagine di tre donne unite per il dorso, che formavano una sorta di triangolo, o di una donna con tre teste di animale (una di cane rabbioso, una di vacca e una di leone). La dea era inoltre la custode dei segreti della magia e dell'esoterismo e per questo fu associata all'operato di streghe e maghi, che la invocavano come loro protettrice.
 Ancor più strettamente connesse al fenomeno del vampirismo erano le ancelle di Ecate, le Empuse. Letteralmente il termine significa "coloro che si introducono a forza" e definisce delle creature aventi testa e torace umano, ma con capelli a forma di serpente e natiche d'asino (simbolo di lussuria). Altre versioni affermano invece che esse avessero una gamba di bronzo e una d'asino. Le serve di Ecate comparivano all'improvviso, a volte su di una carrozza trainata da cani latranti e avevano l'abilità di trasformarsi in vacche, cagne o avvenenti fanciulle. In quest'ultima forma, seducevano i passanti, costringendoli a estenuanti amplessi durante i quali succhiavano l'energia vitale dei loro amanti. Filostrato aggiunge una visione un po' diversa dell'Empusa, che la avvicina ulteriormente alle creature vampiriche: per l'autore della Vita di Apollonio di Tiana, l'Empusa è una donna defunta che torna dall'oltretomba per godere dell'amore che le fu negato in vita da una morte prematura.   

Le Empuse

 Un'altra figura vampirica era Lamia, la figlia del re della Libia Belo, che fu amata da Zeus e vittima della conseguete vendetta di Era. La moglie di Zeus uccise tutti i figli di Lamia (tranne Scilla, l'unica che scampò all'ira della dea) e privò la fanciulla del sonno. Il padre degli dèi però accorse in aiuto di Lamia permettendole di togliersi gli occhi e depositarli in un vaso per riposare. Dopo la perdita dei figli, Lamia si nascose in una caverna, dove si trasformò in un mostro orribile che rapiva i bambini per poi divorarli, allo scopo di compensare la perdita dei suoi. In seguito, si unì alle Empuse, con le quali aveva in comune la facoltà di trasformazione in animale o in bellissima fanciulla e di sedurre gli uomini, ai quali poi succhiava il sangue dopo sfiancanti rapporti sessuali. E' bene sottolineare che spesso si parla di Lamie, al plurale, perché questo personaggio mitologico poteva dividersi in più figure. Una variante di questa creatura era costituita dalla "Lamia del mare" che, come le sirene, attirava gli uomini presso le proprie acque e li uccideva se rifiutavano di unirsi in matrimonio con lei (cfr. articolo "Il canto di Lorelei" in questo blog). Ella sopravvisse anche nel mondo romano, in cui mantenne la propria aura negativa e fu spesso associata alle streghe, anche in epoca medievale e rinascimentale.

Lamia con un bambino

 Da ultimo, per il mondo romano citiamo le Strigi, in grado di trasformarsi in uccelli minacciosi che la notte emettevano urla agghiaccianti e che succhiavano il sangue dei bambini, come narra Ovidio nei Fasti:

Vi sono ingordi uccelli, non quelli che rubavano il cibo
dalla bocca di Fineo, ma da essi deriva la loro razza:
grossa testa, occhi sbarrati, rostri adatti alla rapina,
penne grigiastre, unghie munite d’uncino;
volano di notte e cercano infanti che non hanno accanto la nutrice,
li rapiscono dalle loro culle e ne straziano i corpi;
si dice che coi rostri strappino le viscere dei lattanti,
e bevano il loro sangue sino a riempirsi il gozzo.
Hanno il nome di Strigi: origine di questo appellativo
È il fatto che di notte sogliono stridere orrendamente.
Sia che nascano dunque uccelli, sia che lo diventino per incantesimo,
e null’altro che siano vecchie tramutate in volatili da una nenia della Marsica,
vennero al letto di Proca: Proca nato da cinque giorni,
sarebbe stato una tenera preda per questi uccelli;
con avide lingue succhiano il petto dell’infante,
ma il povero bambino vagisce e chiede aiuto.


 La loro leggenda sopravvisse nel Medioevo, periodo in cui le Strigi assunsero le caratteristiche delle streghe (con le quali hanno in comune la radice del nome).

 Ma i miti riguardanti veri e propri vampiri sorsero nel Medioevo, principalmente nell'Europa orientale, dove le credenze su queste creature e i rituali di protezione avevano attecchito in maniera più profonda rispetto ad altre regioni. Ciò è dimostrato anche dall'etimologia della parola "vampiro": nonostante restino soltanto ipotesi non avvalorate, il termine deriverebbe dal serbo вампир (vampir), che poi avrebbe originato il tedesco Vampir, il francese vampyre, l'inglese vampire e l'italiano vampiro. Inoltre, è da notare che molte lingue slave presentano forme simili al serbo; troviamo il bulgaro вампир (vampir), il croato upir/upirina, il ceco e slovacco upír, il polacco wąpierz, l'ucraino упир (upyr), il russo e bielorusso упырь (upyr') e lo slavo orientale antico упирь (upir').
 Quindi, anche la pista etimologica confermerebbe che il vampiro per eccellenza sia stato concepito nell'area slava. In questo contesto, l'origine del vampiro risale alle concezioni dello spiritualismo slavo, in cui i demoni e gli spiriti avevano una funzione importantissima. Alcuni di questi spiriti erano benevoli, mentre altri avevano un'indole distruttiva e malvagia. A prescindere dalla natura dello spirito, si credeva che esso derivasse dagli antenati o da altri esseri umani deceduti. Questo perché, nel paganesimo slavo, vi era una distinzione netta tra corpo e anima; mentre il corpo era soggetto alla mortalità, l'anima era immortale e, prima di trovare pace nell'al di là, avrebbe dovuto vagare per quarant'anni dopo la morte del corpo. Come i demoni e gli spiriti, anche le anime avevano il potere di interagire con gli uomini durante le loro peregrinazioni sulla terra. I demoni malvagi e le anime empie erano molto temuti dagli slavi, poiché i primi potevano affogare umani, distruggere il raccolto e succhiare il sangue dal bestiame o dalle persone, mentre le seconde spesso nutrivano sentimenti di vendetta. Il concetto di vampiro deriva precisamente da tutte queste credenze. Per i popoli slavi si trattava, infatti, di uno spirito impuro che entrava in possesso di un corpo in decomposizione, dando origine a una creatura non morta, gelosa nei confronti dei vivi, che portava a termine la propria vendetta succhiando il sangue umano per sopravvivere.

 La persistenza del mito dei vampiri nella storia dell'uomo non è altro che una manifestazione della paura della morte e dei morti, che si tentava di esorcizzare attraverso rituali apotropaici e di purificazione. Il fatto poi che molti di questi esseri siano riconducibili al genere femminile mostra anche l'ambiguità dell'atteggiamento degli uomini verso le donne, che per alcune loro caratteristiche naturali, come le mestruazioni, erano associate ai cicli misteriosi della luna e della vegetazione.
 Dove c'è un mistero, o qualcosa che la mente umana non può comprendere, ecco che sorgono creature mostruose e spiriti maligni. E' per questo che ancora oggi, nel 2012, si crede agli oroscopi, ai maghi e ai tarocchi. Del resto, come ci ricorda l'acquaforte del pittore Francisco Goya, "il sonno della ragione genera mostri".

"Il sonno della ragione genera mostri", Francisco Goya


Fonti:
- Wikipedia, voce "vampiro";
- Sito internet Catafalco, articolo "La non-nascita del vampiro";
- Sito internet Catafalco, articolo "Le vampire dell'antichità classica, prima parte: le Empuse";
Sito internet Catafalco, articolo "Le vampire dell'antichità classica, seconda parte: le Lamie";
- Sito internet Catafalco, articolo "Lussuriose divinità ematofaghe".