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mercoledì 4 gennaio 2017

Sulle tracce di una stella - L'Epifania cristiana

 Ahimé, anche quest'anno si sta avvicinando l'inesorabile fine delle festività natalizie. Come tutti sanno, l'ultima è l'Epifania, che "tutte le feste porta via". Da noi in Italia, a differenza di altri Paesi, è una ricorrenza percepita come meno importante rispetto al Natale o al Capodanno eppure, da buon bastian contrario quale sono, è quella che prediligo. Vuoi per il carattere meno chiassoso, vuoi perché mi hanno sempre affascinato quei tre re saggi che si inginocchiano al cospetto di un bambino, l'Epifania mi dà sempre sensazioni speciali.
 Ecco perché voglio dedicare il post di oggi a questa festività.



 Etimologia

 Anche se la parola oggi fa pensare subito alla festa cristiana, la parola Epifania ha radici nella lingua greca, precisamente dal sostantivo ἐπιφάνεια (epifàneia), che significa "manifestazione", "venuta", "presenza divina". Tale termine veniva già usato nel mondo greco per indicare la manifestazione di qualsiasi divinità, che avveniva per mezzo di segni, miracoli, visioni o altri tipi di interventi.

 Successivamente, in epoca cristiana si volle utilizzare la stessa parola per fare riferimento alla manifestazione della divinità della figura di Gesù Cristo, ricondotta principalmente a tre episodi: l'adorazione dei Magi, il battesimo nel fiume Giordano a opera di San Giovanni Battista e il primo miracolo in occasione delle nozze di Cana. 
 Tuttavia, l'accezione più nota in Italia rimane quella che indica la festività del 6 gennaio, che ricorda appunto l'adorazione dei Magi.

 L'episodio del Vangelo

 L'unico Vangelo che parla dell'episodio dell'adorazione di Gesù da parte dei Magi è quello di Matteo (Matteo 2: 1-12).  Si tratta dunque di una descrizione molto povera di particolari, che occupa solo dodici versetti del testo sacro.

 Il passo si apre dicendo che alcuni magi giunsero da Oriente a Gerusalemme e chiesero a re Erode, che governava in Palestina in quei tempi, dove fosse il re dei Giudei, che si era annunciato loro per mezzo di una stella. Erode, preoccupato di essere spodestato dal trono, convocò tutti i sacerdoti e gli scribi, i quali gli confermarono che secondo una profezia il re dei Giudei sarebbe dovuto nascere a Betlemme. Allora Erode inviò i magi a Betlemme, intimando loro astutamente di avvisarlo quando avrebbero trovato il re, poiché era intenzionato ad adorarlo anche lui stesso. In realtà le intenzioni di Erode erano di uccidere il bambino prima che potesse rubargli la corona.
 In seguito i magi partirono da Erode e, seguendo la stella che indicava loro il cammino, trovarono la casa dove alloggiavano Gesù, Maria e Giuseppe e offrirono al bambino i doni che avevano portato dalle loro terre: oro, incenso e mirra. Essi vennero poi avvertiti in sogno di non tornare da Erode e si diressero quindi verso i rispettivi luoghi di provenienza.

 Dopo questi dodici versetti, il Vangelo prosegue descrivendo la fuga in Egitto di Gesù, Giuseppe e Maria in seguito all'avvertimento in sogno di un angelo, che li metteva in guardia dall'ira di Erode. Infatti la conseguenza del mancato avvertimento dei magi fu la terribile strage degli innocenti, in cui i soldati di Erode trucidarono tutti i bambini maschi della zona minori di due anni. 

 I magi  

 Iniziamo col dire che l'appellativo "magi" deriva dall'antico persiano magūsh, passato poi al greco μάγος (màgos), che designava i sacerdoti dello Zoroastrismo nell'impero persiano, i quali erano particolarmente versati nell'astrologia. In quei tempi tali figure erano considerate sagge e sapienti e questa è l'interpretazione che si è affermata riguardo al termine utilizzato nel Vangelo di Matteo. Già secondo i primi cristiani, quindi, i magi erano visti come figure positive, poiché erano religiosi dediti alla ricerca della luce spirituale e al rifiuto delle tenebre. Essi costituivano le prime autorità religiose che fecero visita a Gesù Bambino, le prime a riconoscerlo come unico e vero dio.

 Nel testo dell'evangelista però non troviamo tutti i dettagli sui magi che la tradizione ci ha trasmesso: non viene detto il numero preciso di questi uomini, né il luogo preciso di provenienza e nemmeno il loro numero. In seguito la tradizione cristiana arricchì l'episodio e coprì le lacune sulla loro identità adducendo diverse informazioni. 

 Un cambiamento fondamentale fu quello di elevare al rango di re quelli che sembravano sacerdoti persiani. Questa lettura è dovuta probabilmente a dei richiami alle profezie veterotestamentarie contenute in Isaia 60:3 e nel libro dei Salmi 68:29 e 72:10, in cui viene affermato che anche dei re pagani avrebbero adorato il Messia. 

 Per quanto riguarda la provenienza si diffuse l'idea che i magi provenissero dai tre continenti allora conosciuti (Europa, Asia e Africa) per simboleggiare l'apertura della funzione redentrice di Gesù verso tutti i popoli del mondo. Per questo motivo, tradizionalmente i magi sono raffigurati con i tratti somatici di tre etnie: bianca, araba e nera.

 Un'ulteriore questione tutt'ora dibattuta riguarda il numero dei magi, che oscilla tra due e dodici a seconda delle versioni. Quella che si è maggiormente affermata prevede la presenza di tre magi, uno per ogni dono portato al cospetto di Gesù. La tradizione medievale attribuisce un significato preciso a ciascuna delle offerte, rivelatrici dell'identità del Cristo: l'incenso, usato nei templi, collega Gesù alla sfera sacerdotale; l'oro ne indica il rango reale; la mirra, una resina usata nelle sepolture, prelude all'espiazione dei peccati attraverso la morte. Quest'ultima è considerata il dono più importante, perché richiama l'unguento, il sacro crisma con cui sarebbe stato consacrato il Messia, il futuro redentore dei peccati di stirpe regale. L'appellativo Cristo riferito a Gesù, infatti, significa proprio "unto" con l'olio sacro.

 Infine, nonostante nella tradizione cristiana occidentale i magi siano noti con i nomi di Melchiorre, Baldassarre e Gaspare, bisogna sottolineare che esistono altri nomi riferiti a queste figure, che godono di popolarità presso le chiese cristiane orientali, copte e sono conosciute anche nella tradizione araba. Nella chiesa cattolica etiope si parla per esempio di Hor, Basanater e Karsudan, mentre la comunità cristiana siriana si riferisce a loro coi nomi di Larvandad, Hormisdas e Gushnasaph.

 La Befana

 In Italia, oltre alla tradizione religiosa dei magi, si è diffusa la fama della figura della Befana, una donna molto anziana che nella notte tra il 5 e il 6 di gennaio fa visita ai bambini e riempie la calza che questi hanno appeso in casa con dei dolci o dei giochini se i piccoli si sono comportati bene durante l'anno, oppure in caso contrario con del carbone.
 Il nome della vecchietta deriva appunto dalla storpiatura della parola Epifania in bifanìa e befanìa, varianti usate per riferirsi alla celeberrima anziana.

 In realtà le origini della vecchierella più famosa d'Italia sono da ricercare molto più lontano nel tempo, nei riti ancestrali pagani legati all'agricoltura e al cambio dell'anno, risalenti al X-VI secolo a. C. Durante la dominazione romana tali riti vennero associati al calendario romano, secondo il quale la dodicesima notte dopo il solstizio d'inverno avrebbe avuto luogo la morte e la rinascita della natura, impersonificata nella divinità di Madre Natura. Durante questa importantissima notte i Romani credevano che delle figure femminili volassero sui campi per renderli fecondi e da qui forse deriva il topos della figura femminile volante portatrice di prosperità. Tale figura fu dapprima identificata con Diana, dea della caccia e della vegetazione e in seguito con Satia (dea della sazietà) o Abundia (dea dell'abbondanza).
 Un'altra festività romana da cui potrebbe aver avuto origine la Befana era una ricorrenza invernale dedicata a Giano e Strenia, in occasione delle quale ci si scambiavano regali.

 Nell'Alto Medioevo, già dal VI secolo, la Chiesa di Roma iniziò a condannare tutti i culti pagani, tacciandoli di influenze sataniche. Anche l'immagine della nostra Befana, quindi, risentì delle spinte antipagane e, pur conservando un carattere benevolo, il suo aspetto venne associato a quello di una strega che cavalca una scopa al contrario, cioè con le ramaglie davanti a sé.    
 L'età avanzata della donna sta a simboleggiare l'anno vecchio, che in molti Paesi europei veniva rappresentato da fantocci vestiti di abiti logori che si bruciavano all'inizio dell'anno (cfr. "La Gioebia" in questo blog). Il carbone che si metteva nelle calze o nelle scarpe all'inizio si ricollegava proprio ai falò e alla loro funzione rinnovatrice e solo in seguito, secondo la morale cattolica, vennero associati alla cattiva condotta.  

 Infine, vi è una leggenda "cristianizzata" del XII secolo che riunisce in una sola storia le figure dei magi e della Befana. Secondo il racconto, sulla via per Betlemme i magi avrebbero chiesto delle indicazioni a una signora anziana e avrebbero insistito perché questa li accompagnasse a far visita al piccolo. Tuttavia la donna non volle uscire di casa e il suo rifiuto fu per lei causa di profondo pentimento. Così preparò un cesto con dei dolci e si mise alla ricerca dei magi. Ma era ormai troppo tardi e la donna non riuscì a trovarli. Si risolse quindi a fermarsi in ogni casa che trovasse sul proprio cammino per donare i dolci ai bambini, nella speranza di incontrare Gesù. Da allora, per farsi perdonare, l'anziana donna gira il mondo consegnando i regali a tutti i bambini.




 Trovo che le storie sulle festività natalizie, religiose o no, siano piene di un fascino particolare e magico. Per me l'episodio dei magi è una di quelle storie. Ammiro la determinazione di quegli uomini che, pur potendo stare tranquilli nelle loro abitazioni, hanno intrapreso un viaggio pieno di rischi e ostacoli per seguire quella stella che, secondo una profezia, li avrebbe condotti a scoprire qualcosa di grande. 
 Tante volte la grandezza non è questione di logica, ma di cuore e di fede. Il percorso è lungo e difficile, ma se non ci si lascia intimorire si possono raggiungere risultati straordinari. Perciò, in occasione di questa Epifania, auguro a tutti di trovare la propria stella da seguire e di avere la forza di raggiungerla, un giorno.      





Fonti: 
- Vocabolario Treccani, voce "Epifania";
- Wikipedia (italiano), voce "Epifania";
- Wikipedia (italiano), voce "Magi (Bibbia)";
- Wikipedia (italiano), voce "Befana";
- La Sacra Bibbia on line.

mercoledì 14 novembre 2012

Alle radici dell'albero cosmico - L'albero come asse del mondo nella tradizione europea

  Uno degli elementi più presenti nei miti e nel folklore delle popolazioni antiche è l’albero. Questo elemento naturale assume una grande varietà di funzioni, ma una più di tutte le altre rende evidente l’importanza che l’albero ha sempre rivestito nell’antichità: quella di centro e asse dell’universo.

 Di per sé, l’albero non è propriamente un motivo cosmologico, perché è innanzi tutto un elemento naturale che, per le sue caratteristiche, ha assunto una funzione simbolica. L’albero, in quanto tale, si rigenera sempre con il passare delle stagioni: perde le foglie, secca, sembra morire, ma poi ogni volta rinasce e recupera il suo splendore. Per queste sue caratteristiche, esso diventa non solo un elemento sacro, ma addirittura un microcosmo, perché nel suo processo di evoluzione rappresenta e ripete la creazione dell’universo. Inoltre, proprio per la sua estensione sia verso il basso sia verso l’alto, questo elemento ha finito inevitabilmente per assumere una valenza cosmologica, andando a costituire il perno dell’universo che attraversa cielo, terra e oltretomba e che funge da collegamento tra le zone cosmiche.
 Per questo, sono molte le popolazioni che nella propria cosmologia concepiscono l’esistenza di un albero sacro come asse del mondo. Tra queste, le popolazioni antiche europee testimoniano, nella religione e nella mitologia, una presenza massiccia di questo motivo. 

La Bibbia
 Un primo esempio lampante ci viene dalla Bibbia, dove si parla dell’albero della conoscenza del bene e del male posto al centro dell’Eden. È importante sottolineare che l’albero, in questo caso e negli altri che verranno esposti, si fa portatore anche della simbologia del centro, il luogo sacro per eccellenza, poiché è l’inizio e la fine di tutte le cose e sede dell’ordine cosmico. È proprio il centro il luogo di intersezione delle tre sfere cosmiche (cielo, terra e oltretomba), dove è possibile passare da una regione all’altra dell’universo. Per questo, solo pochi eletti riescono ad accedere a questo punto particolare, e non senza aver superato molte prove e difficoltà. Uno di questi ostacoli può essere rappresentato proprio dal custode dell’albero, che nella Genesi è il serpente tentatore di Adamo ed Eva. L’albero della conoscenza giocherà un ruolo centrale anche nelle vicende che riguardano la morte del Cristo: esiste infatti una leggenda cristiana che vuole che il legno della croce di Gesù coincida con quello dell’albero edenico. E, guarda caso, questa stessa leggenda fa corrispondere il punto della crocifissione del Cristo con il centro del mondo, dov’era stato creato e sepolto Adamo. Dunque la croce di Cristo, instaurando una continuità con l’albero edenico, si configura per i cristiani come sostegno dell’universo e incorpora così il motivo dell’albero come asse del mondo che collega il cielo, la terra e l’aldilà.

Adamo ed Eva colgono il frutto proibito dell'albero


La tradizione celtica
 Sempre rimanendo in ambito europeo, ci sono molti altri esempi di culture che, pur non essendo cristiane, presentano il concetto di albero cosmico nel proprio folklore. Nell’area celtica troviamo due specie arboree che assumono questo ruolo: la quercia e il frassino. In Gallia, la quercia è considerata la regina della foresta, perfetta, forte dei suoi imponenti rami e salda nelle sue ancor più grandi radici, per questo simboleggia la salda protezione e la forza primordiale, nonché l’abilità di sopravvivere. Tali attributi associati alla quercia non derivano però dalle sue caratteristiche naturali, ma da Giove, divinità a cui quest’albero è strettamente legato. La quercia, infatti, si presta bene a rappresentare la maestosità e la forza del dio romano supremo, il cui culto era diffuso anche tra i Celti gallici. Anche il frassino, chiamato Necht, rappresenta il motivo dell’albero cosmico, poiché possiede radici che penetrano molto in profondità nel terreno e rami spessi e forti. Per questa sua immagine di molteplicità e robustezza, nella mitologia celtica e norvegese il frassino è ritenuto lo specchio del mondo e dell’universo, poiché in quanto asse del mondo la sua estensione abbraccia gli inferi, la terra e il cielo. Esso è dunque un microcosmo, poiché riproduce in scala ridotta la struttura di tutto l’universo.

Yggdrasill, l'albero cosmico dei Germani
 Parlando del frassino, non si può non menzionare Yggdrasill, l’albero cosmico che sostiene tutti e nove i mondi dell’universo germanico che veicola una complessa simbologia. Yggdrasill ha tre radici, ma sulla loro collocazione vi sono tradizioni discordanti. Secondo il poema Grímnismál, contenuto nell’Edda poetica, la prima radice finisce nel regno di Hel, l’oltretomba, la seconda a Jötunheimr, dove dimorano i giganti della brina, e la terza a Midgardr, il mondo degli umani. Il Gylfaginning dell’Edda in prosa, invece, afferma che la prima radice va a Niflheimr, la regione infera dove si trova la sorgente Hvergelmir, la seconda a Jötunheimr (come dice anche il Grímnismál) e la terza ad Asgardr, presso la dimora celeste degli dèi Asi. In ogni caso, le tre radici non indicano tre zone terrestri, ma tre differenti modi di essere che si esplicano nei regni cosmici degli inferi, della terra e del cielo. Un’altra particolarità di Yggdrasill è la presenza minacciosa di un’abbondante fauna: lo scoiattolo Ratatoskr sale e scende lungo il tronco, sui rami sta appollaiata un’aquila che con il suo battito d’ali origina i venti, cinque cervi e una capra brucano le sue chiome e otto rettili, simili a draghi, rodono le sue radici. Tra questi, gli animali più rilevanti sembrano l’aquila e il più terribile dei rettili, Nidhöggr, che si scambiano vicendevolmente degli insulti attraverso lo scoiattolo Ratatoskr, che funge da messaggero. È proprio questo roditore il mezzo attraverso cui si sviluppa il conflitto tra cielo e terra, simboleggiato dagli screzi tra l’aquila e il rettile. Tutti questi animali mostrano la fragilità di quest’albero, che non è immune alla progressiva erosione della fauna e soprattutto del tempo. Quando Yggdrasill verrà abbattuto, il mondo attuale avrà fine, tutto ciò che esiste verrà distrutto per stabilire un nuovo equilibrio e un nuovo universo.

Yggdrasill, il perno dell'universo nordico


Il folklore slavo
 Se tra i Germani e i Celti è il frassino l’albero più importante, tra le popolazioni slave sono il larice e la betulla a fungere da assi del mondo. Queste due specie arboree riprendono il motivo di matrice uralo-altaica dell’albero cosmico che, crescendo al centro dell’universo, congiunge i tre livelli del mondo con le sue radici che scendono nelle viscere della terra e i suoi rami che toccano le nuvole. L'immagine appartiene a una comune concezione sciamanica presente dalle zone orientali d’Europa fino alla Siberia. L'albero cosmico è non solo l'asse che unisce cielo, terra e inferi, ma anche il tramite attraverso il quale lo sciamano è in grado di uscire dal nostro mondo per salire o scendere attraverso i molteplici livelli dell'essere. Per le popolazioni siberiane, il larice è l’albero cosmico lungo il quale scendono il sole e la luna sotto forma di uccelli d’oro e d’argento. Tale ruolo, però, come si è detto prima, può essere rivestito anche dalla betulla, che viene incisa con sette, nove o dodici tacche che rappresentano i livelli celesti. Questa può essere anche connessa talvolta al sole e alla luna; in questo caso assume la duplice funzione di padre e madre, maschile e femminile e anche quella di strumento della discesa dell’influsso celeste. 

La quercia del Kalevala
 La fonte della concezione slava dell’albero cosmico molto probabilmente deriva dalle popolazioni ugro-finniche, che in passato si sono insediate nella Scandinavia e in Russia. Nella mitologia di queste popolazioni, però, l’albero cosmico non è né un larice né una betulla, ma una quercia, che compare nel Kalevala, un poema epico finlandese composto da Elias Lönnrot a metà del XIX secolo. Nel secondo runo, in particolare, si parla di una quercia gigante che si estende in tutto il mondo, fino a coprire la luce del sole. Proprio per questo motivo, il saggio Väinämöinen ordina a un piccolo omino di rame venuto dal mare di abbattere la quercia, affinché il sole possa ancora scaldare la terra. L’abbattimento della quercia simboleggia la rottura dell'asse terrestre, la quale va probabilmente collegata con il fenomeno della precessione degli equinozi, quando il mondo passa da un’era alla successiva e un nuovo signore del tempo dovrà cedere il posto al vecchio.

Väinämöinen semina la terra per farne uscire i germogli, tra cui la quercia


 Com’è possibile notare, in Europa l’albero cosmico è un motivo che ricorre in culture anche molto diverse tra loro. Del resto, la relazione di questo elemento naturale con il trascendente non poteva essere trascurata; l’albero rappresenta la fertilità, l’abbondanza e il ciclo della natura che si rinnova miracolosamente ogni anno. Ecco perché una semplice pianta riesce a contenere l’infinità dell’universo.



Fonti:

- BROSSE, Jacques, Storie e leggende degli alberi, Edizioni Studio Tesi, Pordenone, 1989;
- CHEVALIER, Jean, GHEERBRANT, Alain, Dizionario dei simboli: miti, sogni, costumi, gesti, forme, figure, colori, numeri, Rizzoli, Milano, 1986;
- ELIADE, Mircea, Immagini e simboli: saggi sul simbolismo magico-religioso, Jaca Book, Milano, 1981;
-  ELIADE, Mircea, Trattato di storia delle religioni, Bollati Boringhieri, Torino, 2008;
-  GREEN, Miranda Jane, Dizionario di mitologia celtica, Bompiani, Milano, 2003;
-  GUÉNON, René, Simboli della scienza sacra, Adelphi, Milano, 1990;
-  LECOUTEUX, Claude, Dizionario di mitologia germanica, Argo, Lecce, 2007;
- WARNER, Elizabeth, Dèi, eroi e mostri della mitologia russa, Mondadori, Milano, 1985;

- Celticpedia, “Il bosco sacro celtico”;
- Bifrost, “La quercia gigante”;

venerdì 21 settembre 2012

La Fenice, simbolo d'immortalità

 Ci sono idee che sono nate nella mente dell'uomo fin dai primi tempi e che non sono più scomparse. Sembrano quasi dei chiodi fissi, che si sono inculcati in tutte le culture e mitologie del mondo e che sopravvivono tutt'ora, anche se in altre forme.
 Un concetto che ritorna insistentemente in tutte le popolazioni antiche è quello di rigenerazione. Questa idea si è concretizzata in diversi modi: attraverso i riti propiziatori che favorivano la ciclicità dei fenomeni naturali, o rituali di passaggio che purificassero il defunto perché potesse rinascere nell'al di là, o ancora concezioni cicliche del tempo, che era destinato inesorabilmente a ripercorrere i propri passi.

 Per rappresentare il concetto di rigenerazione, però, i popoli antichi ricorrevano anche a delle creature immaginarie, che si configuravano come veri e propri simboli del pensiero degli uomini. Una di queste è la Fenice, l'uccello mitologico che dopo la morte rinasce dalle proprie ceneri.  

 I primi a parlare di questo favoloso pennuto furono gli Egizi, che nel loro pantheon annoveravano il Benu o Bennu (letteralmente "brillare", "Splendere" o "librarsi in volo"), che dapprima aveva le sembianze di un passeraceo e poi divenne un trampoliere dal becco lungo e sottile, con due piume dietro il capo. Tale uccello venne associato al sole e alla divinità solare Ra, quindi rappresentava il cammino dell'astro nel cielo, che sorgeva e tramontava. Il Bennu era identificato inoltre con il pianeta Venere, chiamato la Stella del Mattino, come dimostra questa invocazione:

«Io sono il Bennu, l'anima di Ra, la guida degli Dèi nel Duat. Che mi sia concesso entrare come un falco, ch'io possa procedere come il Bennu, la Stella del Mattino.»

Bennu, la "Fenice" egiziana
 A causa del suo aspetto simile a un airone, il Bennu era una figura che annunciava il ritorno di un periodo fertile e prospero. L'airone, infatti, era solito comparire sulla sommità delle rocce del fiume Nilo dopo la periodica inondazione che fecondava la terra con il limo. La connessione con la fertilità e con le forze vitali è dimostrata anche dal fatto che il Bennu divenne una rappresentazione di Osiride, il dio che muore e risorge.
 Un mito egizio della creazione narra, addirittura, che il Bennu fosse il primo essere animato a sorgere sulla collina emersa dal caos delle acque primordiali. Secondo la leggenda, il Bennu sarebbe nato dal fuoco che ardeva sul sacro salice di Eliopoli.
 Di Bennu ne poteva esistere solo uno alla volta, proprio come il sole. Era sempre di sesso maschile e viveva in prossimità di una sorgente d'acqua fresca, in un'oasi dell'Arabia (da qui l'epiteto "araba fenice") che era pressoché introvabile. Lì, ogni mattina faceva il bagno nell'acqua della fonte e intonava una melodia talmente soave che il sole fermava il suo corso per ascoltarla. Talvolta lo si poteva veder volare a Eliopoli per depositarsi sul salice sacro o sull'obelisco all'interno della città.

 Dall'Egitto, la leggenda si diffuse in Grecia grazie a Esiodo ma soprattutto a Erodoto, il primo che descrisse in modo preciso l'aspetto della Fenice e le sue caratteristiche. Secondo lo storico greco l'uccello era più o meno della grandezza di un'aquila e il suo piumaggio era in parte oro brillante e in parte rosso cremisi. Nonostante l'aspetto dell'animale sia profondamente cambiato rispetto alla tradizione precedente, Erodoto si riallaccia comunque al culto egiziano, affermando che la Fenice giungeva dall'Arabia a Eliopoli ogni cinquecento anni, in occasione della morte del genitore, le cui salme erano state imbalsamate in un uovo di mirra. La nuova Fenice portava con sé l'uovo per depositarlo e bruciarlo sull'altare del dio del sole.  
 Sempre Erodoto ci svela che, prima di morire, la Fenice si ritirava in un luogo appartato e costruiva un nido di incenso e cannella sopra una quercia o una palma, accatastando le piante aromatiche in modo da formare un uovo. Dopodiché, adagiatasi nel giaciglio, lasciava che i raggi del sole incendiassero il nido e si lasciava consumare dalle fiamme. Incendiandosi, le piante aromatiche diffondevano un dolce profumo, che accompagnava sempre la morte della Fenice. Dalle ceneri, poi, spuntava una larva o un uovo, che i raggi del sole contribuivano a trasformare in una Fenice adulta in tre giorni attraverso il loro calore. In seguito, come già accennato, la nuova creatura si dirigeva verso Eliopoli e si posava sull'albero sacro.


La Fenice greco-romana

  
 Ovviamente questa figura non poteva non essere citata anche da scrittori romani, che dibatterono molto su alcune caratteristiche della Fenice (il cibo di cui si nutrisse, sulla modalità della sua morte), ma mantenendo in generale inalterati i tratti fondamentali fissati da Erodoto. Per esempio Ovidio, nelle sue Metamorfosi, scrive:


si ciba non di frutta o di fiori, ma di incenso e resine odorose. Dopo aver vissuto cinquecento anni, con le fronde di una quercia si costruisce un nido sulla sommità di una palma, ci ammonticchia cannella, spigonardo e mirra, e ci s'abbandona sopra, morendo, esalando il suo ultimo respiro fra gli aromi. Dal corpo del genitore esce una giovane Fenice, destinata a vivere tanto a lungo quanto il suo predecessore. Una volta cresciuta e divenuta abbastanza forte, solleva dall'albero il nido (la sua propria culla, ed il sepolcro del genitore), e lo porta alla città di Eliopoli in Egitto, dove lo deposita nel tempio del Sole.

 Ovidio, quindi, rimane fedele alla storia tramandata da Erodoto, aggiungendo però alcuni particolari: il nutrimento della Fenice e il fatto di trasportare a Eliopoli non solo le salme del genitore, ma anche il proprio nido. Sempre per quanto riguarda la morte del genitore, anche Tacito riprese le informazioni di partenza, dicendo che la nuova Fenice portasse l'intero corpo del genitore morto a Eliopoli per bruciarlo all'altare del sole.
 E' bene evidenziare che il continuo riferimento a Eliopoli non era casuale. Lì, i sacerdoti di Ra erano soliti conservare i testi dei tempi passati in archivi. Se si tiene presente questo dato importante, la Fenice diveniva così il nuovo profeta, il nuovo messia che distruggeva gli antichi testi sacri per far rinascere una nuova religione dalle ceneri di quella precedente.
 Durante l'impero romano, la Fenice smise i panni del sole che tramontava e risorgeva ogni giorno e assurse a simbolo dello stesso impero che, pur alterandosi, si rinnovava sempre ed era immortale.

 Ma l'idea di rinnovamento e rigenerazione legata alla Fenice non poteva restare confinata solo al mondo classico. Infatti, il favoloso uccello era presente già nella tradizione ebraica, dove assunse il nome di Milcham. Una leggenda narra che Eva, divenuta mortale dopo aver mangiato il frutto proibito, costrinse anche tutti gli altri animali dell'Eden a fare altrettato, poiché era invidiosa della loro purezza e immortalità. L'unico animale che si rifiutò di mangiare il frutto proibito fu proprio la Fenice. Per questo, Dio volle ricompensarla dandole come dimora una fortificazione nel paradiso terrestre, dove l'uccello leggendario avrebbe potuto vivere in pace per mille anni. Proprio con una frequenza di mille anni, la Fenice bruciava e si rigenerava da un uovo, che veniva ritrovato tra le ceneri dell'animale defunto.

 La religione cristiana riprenderà in seguito la simbologia di questo animale, che ben si addiceva alla figura di Gesù Cristo che, proprio come la Fenice, muore per poi risorgere. In questo contesto la Fenice non è solamente simbolo di Cristo vittorioso sulla morte, ma più in generale anche della rinascita spirituale dell'anima, che è immortale.
 Ben presto, quindi, la Fenice divenne parte dei bestiari dell'epoca medievale. Uno di questi, chiamato Fisiologo, riportava le caratteristiche dell'animale, che erano state in parte modificate. Secondo il bestiario, la Fenice era originaria dell'India  e ogni cinquecento anni si dirigeva verso il Libano, dove si profumava le ali con piante aromatiche e si annunciava al sacerdote di Eliopoli. Costui, ricevuto il segnale, preparava sull'altare una pira di sarmenti di legno dove l'uccello si sarebbe posato e avrebbe preso fuoco. Dopo la morte sul rogo, il sacerdote trovava un piccolo vermicello, che in tre giorni si sarebbe trasformato nella nuova Fenice. Il Fisiologo stesso spiega la simbologia di questo essere prodigioso:

l'uccello prende l'aspetto del nostro Salvatore, che scendendo dal cielo, riempì le sue ali dei dolcissimi odori del Nuovo e dell'Antico Testamento, come egli stesso disse: «Non sono venuto ad eliminare la legge, ma ad adempierla». 

La Fenice in un mosaico cristiano


 Creature molto simili alla Fenice europea ed egiziana si possono trovare anche negli altri continenti. Nella mitologia cinese, l'uccello leggendario compare tra le quattro creature sacre che presiedono al destino della Cina, le quali impersonano le forze primordiali di tutti i tipi di animali (piumati, corazzati, pelosi e dotati di squame). I quattro animali magici sono Bai Hu (la tigre bianca) o Ki-Lin (l'unicorno) per l'Ovest, Gui Xian (la tartaruga o il serpente) per il Nord, Long (il drago) per l'Est e, per il Sud, Feng (la Fenice). Quest'ultimo rappresentava le forze primordiali dei cieli, il potere e la prosperità, perciò l'imperatore e l'imperatrice erano gli unici a poter portare il simbolo del Feng. I Cinesi ritenevano che il Feng possedesse i più begli attributi di tutti gli animali e lo rappresentavano con due pergamene nel becco o una scatola che conteneva i testi sacri.
 Feng era l'imperatore di tutti gli uccelli, poiché il suo corpo era l'insieme dei sei corpi celesti: la testa simboleggiava il cielo, gli occhi il Sole, le ali il vento, gli artigli la terra, il dorso la luna e le piume i corpi astrali; inoltre, la coda di Feng conteneva i cinque colori primari. Egli era nato dal fuoco sulla Collina del Falò del Sole e viveva con la sua compagna (o con il suo compagno, visto che il Feng può essere sia maschio che femmina) nel Regno dei Saggi, cibandosi di bambù e bevendo acqua purissima. Feng aveva una voce melodiosa e tutti i galli lo accompagnavano nell'intonazione della sua canzone, che conteneva le cinque note della scala musicale cinese. Egli appariva solamente in periodi di pace e prosperità e durante il concepimento di un bambino, per consegnare l'anima del nascituro al grembo della madre.

Fenghuang


 In Giappone, la Fenice ricompare con il nome di Ho-ho e assume le sembianze di un'aquila enorme coperta di gemme che sputa fuoco. Ho-ho si annovera tra i kami, gli spiriti della natura, e annuncia l'arrivo di una nuova era. Un altro nome di Ho-ho è Karura, che altro non è che la storpiatura del nome sanscrito Garuda, con cui la Fenice è nota in India.

 Nella cultura induista e buddista, Garuda è uno dei supremi veggenti. Ha un corpo umano dorato, ali scarlatte, becco d'aquila e faccia bianca. Sua madre venne imprigionata da Kadru, la madre di tutti i serpenti e Garuda, per liberarla, assunse il Soma, l'elisir che rende immortali. Il dio Viṣṇu, fu molto colpito da ciò e scelse Garuda come avatar (l'incarnazione terrestre) o come suo destriero. Fatto sta che dal rapimento della propria madre, Garuda mantenne un feroce odio nei confronti dei Naga, la famiglia dei serpenti e dei draghi.

 Tracce della Fenice, infine sono presenti anche in America. Quetzalcoatl, il serpente piumato del Messico, aveva la facoltà di risorgere dopo la propria morte e i Maya lo ritenevano un grande sovrano e portatore di civiltà. I Toltechi identificano con questo nome un vero e proprio sovrano, che era anche sacerdote di Tollan, il quale morì arso sul rogo nello Yucatan, proprio come la Fenice.
 Nell'America settentrionale, invece, troviamo Wakonda, che per i Dakota era l'uccello del tuono, mentre per i Sioux era il "grande potere superiore", una divinità generosa che donava potere e saggezza.  

 Alla ricerca della Fenice abbiamo percorso in lungo e in largo il mondo. Si può vedere bene, dunque, quanto stia a cuore all'uomo l'idea della rinascita. E non potrebbe essere altrimenti, perché anche nella vita quotidiana abbiamo bisogno di pensare che, nonostante le sconfitte e le disgrazie, si può sempre ricominciare.
 Per questo dedico questo articolo a una mia carissima amica, che ora si trova con un pugno di cenere in mano. Le auguro con tutto il cuore di essere come l'araba Fenice, più forte della morte (in questo caso in senso figurato) e in grado di diventare ancora più splendida.
 Se l'uomo è riuscito a concepire una figura tanto bella, significa che anche noi abbiamo nella nostra natura il gene della Fenice che non muore mai e che non si arrende. 



Fonti:
- MENEGATTI, Alessandra, "La fenice, animale mitologico";
- Wikipedia, voce "Fenice";
- Wikipedia, voce "Benu";
- Sito internet Astrocultura UAI, articolo "Un mito, una costellazione, un teatro - La Fenice: l'eterno ritorno";
- VAGHI, Fabio, "Il canto della fenice".

giovedì 6 settembre 2012

La Madonna di Loreto, patrona degli aviatori

 Eccomi qui, di nuovo di ritorno dalle vacanze e di nuovo con storie da raccontare. Del resto, ogni viaggio che si compie ci permette di apprendere aneddoti curiosi. 
 Questo, almeno, è quello che è capitato a me quest'anno, nelle zone dell'Umbria e delle Marche, dove oltre ai posti stupendi ho potuto scoprire nuove cose.

 Una tappa dei miei viaggi è stata Loreto, con il suo celebre santuario. Ciò che distingue questa chiesa dalle altre è la leggendaria presenza al suo interno della casa della Madonna. 

La "Santa Casa" vista dall'esterno
 



L'interno della casa

















 Si tratta, secondo la tradizione cristiana, della piccola casa di Nazareth dove viveva Maria. Proprio in quella casa, la Madonna ricevette l'annunciazione della prossima e prodigiosa maternità dall'arcangelo Gabriele e visse con Gesù e Giuseppe per un imprecisato periodo di tempo. Lì si riunirono anche gli Apostoli dopo la Resurrezione, celebrando l'Eucarestia come il Maestro aveva insegnato loro. 

 Questa dimora è dunque un luogo importante nella tradizione cristiana. Ora facciamo un importante salto temporale e arriviamo all'anno 1291. Siamo nel mese di maggio, in Terra Santa, dove i Turchi selgiuchidi hanno preso il potere. 
 La leggenda vuole che il 10 di maggio alcuni angeli avessero prelevato la casa di Maria per trasportarla in volo da Nazareth a Tersatto, vicino all'odierna Fiume. Furono dei boscaioli a trovare quella casa misteriosa e a informare del fatto il parroco don Alessandro, che non poteva recarsi sul posto a causa di un'infermità che lo costringeva a letto. Ma non fu necessario che il parroco si muovesse dalla sua casa per avere notizie più precise. La Madonna stessa apparve a don Alessandro per certificare che quella era veramente la casa dove ella aveva vissuto e dove Pietro aveva celebrato la prima Eucarestia. Come segno dell'apparizione, don Alessandro venne guarito dalla malattia.
 La straordinaria notizia giunse anche agli orecchi del conte Nicolò Frangipani, governatore all'epoca di Dalmazia, Croazia e Illiria. Costui decise di inviare una delegazione in Terra Santa, che potè constatare l'effettiva sparizione della casa di Maria in Palestina.

Traslazione della "Santa Casa" a opera degli angeli


 Il viaggio della Santa Casa, però, non finisce qui. Tre anni e sette mesi dopo la prima traslazione, gli angeli ripresero nuovamente la casa e la posarono presso Ancona, dove attualmente sorge la chiesa di Santa Maria Liberatrice di Posatora, il cui nome si riferisce proprio a questo episodio. "Posatora" deriverebbe infatti dalla locuzione latina posa-et-ora, fermati e prega.
 Dopo otto mesi soltanto, gli angeli spostarono ancora la casa vicino a Porto Recanati, presso località Banderuola. Dei pastori di quei luoghi videro una luce abbagliante uscire dalle nubi e, avvolta dal bagliore, la casa. Ma si trattava di un luogo troppo pericoloso per la dimora della Madonna, poiché da una parte vi era il pericolo delle invasioni turche dal mare, e dall'altra i pellegrini rimanevano vittime di numerosi malfattori che derubavano i fedeli.
 Così, gli angeli trasportarono la casa su un terreno poco distante, posseduto dai fratelli e conti Stefano e Simone Rinaldi di Antici. Costoro tentarono di trarre profitto personale dalla presenza della casa appropriandosi delle offerte dei pellegrini. I fratelli giunsero addirittura a inviare una petizione al papa Bonifacio VIII per ottenere il titolo di proprietà.
 Stando così le cose, gli angeli decisero di traslocare per l'ennesima volta e come località decisiva scelsero un luogo pubblico, che nessuno avrebbe potuto reclamare: una collina coperta da lauri. Dalla parola latina laurus, il luogo assunse il nome di Lauretum, l'odierna Loreto. Era la notte tra il 9 e il 10 dicembre 1294.
 Per questo da allora, nelle Marche si diffuse l'usanza di accendere, la notte tra il 9 e il 10 dicembre, dei grandi fuochi (detti "focaracci") per illuminare il cammino alla Santa Casa. Il 10 dicembre si celebra tuttora nel mondo cattolico la festa della Madonna di Loreto, che coincide con la giornata della Marche.
 Dal 1920, la Madonna di Loreto divenne anche patrona degli aviatori, proprio per l'affinità tra gli aeronauti e gli angeli che trasportarono la Santa Casa in volo.

 Le discussioni sulla veridicità della leggenda sono ancora accese e lontane da una conclusione soddisfacente.
 Ciò che è veramente suggestivo, però, è l'atmosfera di raccoglimento che vi è all'interno del Santuario di Loreto. E' vero che vi sono anche dei negozi, come la libreria presente nel complesso della chiesa e delle piccole attività vicine al Santuario che ne sfruttano la popolarità per trarre dei profitti, come già succedeva in passato. Ma all'interno della chiesa, nonostante i numerosi turisti, ci si sente davvero accolti. Le celebrazioni non vengono interrotte per l'afflusso dei visitatori, diversi religiosi, all'interno delle cappelle del santuario, si pongono all'ascolto dei fedeli, tentando di dare una mano a chi soffre.
 Perfino l'aspetto del Santuario sembra richiamare alla comunione tra popoli diversi, come dimostra la coesistenza di stili diversi (tedesco, americano e polacco) per ogni cappella. 
 Leggenda o no, forse è per questo che gli angeli hanno lasciato la Santa Casa a Loreto. Perché nonostante la speculazione economica superficiale, lo spirito della Madonna, che accorre in aiuto dei suoi fedeli, è rimasto intatto nei secoli.    



- Wikipedia, voce "Loreto".