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venerdì 21 settembre 2012

La Fenice, simbolo d'immortalità

 Ci sono idee che sono nate nella mente dell'uomo fin dai primi tempi e che non sono più scomparse. Sembrano quasi dei chiodi fissi, che si sono inculcati in tutte le culture e mitologie del mondo e che sopravvivono tutt'ora, anche se in altre forme.
 Un concetto che ritorna insistentemente in tutte le popolazioni antiche è quello di rigenerazione. Questa idea si è concretizzata in diversi modi: attraverso i riti propiziatori che favorivano la ciclicità dei fenomeni naturali, o rituali di passaggio che purificassero il defunto perché potesse rinascere nell'al di là, o ancora concezioni cicliche del tempo, che era destinato inesorabilmente a ripercorrere i propri passi.

 Per rappresentare il concetto di rigenerazione, però, i popoli antichi ricorrevano anche a delle creature immaginarie, che si configuravano come veri e propri simboli del pensiero degli uomini. Una di queste è la Fenice, l'uccello mitologico che dopo la morte rinasce dalle proprie ceneri.  

 I primi a parlare di questo favoloso pennuto furono gli Egizi, che nel loro pantheon annoveravano il Benu o Bennu (letteralmente "brillare", "Splendere" o "librarsi in volo"), che dapprima aveva le sembianze di un passeraceo e poi divenne un trampoliere dal becco lungo e sottile, con due piume dietro il capo. Tale uccello venne associato al sole e alla divinità solare Ra, quindi rappresentava il cammino dell'astro nel cielo, che sorgeva e tramontava. Il Bennu era identificato inoltre con il pianeta Venere, chiamato la Stella del Mattino, come dimostra questa invocazione:

«Io sono il Bennu, l'anima di Ra, la guida degli Dèi nel Duat. Che mi sia concesso entrare come un falco, ch'io possa procedere come il Bennu, la Stella del Mattino.»

Bennu, la "Fenice" egiziana
 A causa del suo aspetto simile a un airone, il Bennu era una figura che annunciava il ritorno di un periodo fertile e prospero. L'airone, infatti, era solito comparire sulla sommità delle rocce del fiume Nilo dopo la periodica inondazione che fecondava la terra con il limo. La connessione con la fertilità e con le forze vitali è dimostrata anche dal fatto che il Bennu divenne una rappresentazione di Osiride, il dio che muore e risorge.
 Un mito egizio della creazione narra, addirittura, che il Bennu fosse il primo essere animato a sorgere sulla collina emersa dal caos delle acque primordiali. Secondo la leggenda, il Bennu sarebbe nato dal fuoco che ardeva sul sacro salice di Eliopoli.
 Di Bennu ne poteva esistere solo uno alla volta, proprio come il sole. Era sempre di sesso maschile e viveva in prossimità di una sorgente d'acqua fresca, in un'oasi dell'Arabia (da qui l'epiteto "araba fenice") che era pressoché introvabile. Lì, ogni mattina faceva il bagno nell'acqua della fonte e intonava una melodia talmente soave che il sole fermava il suo corso per ascoltarla. Talvolta lo si poteva veder volare a Eliopoli per depositarsi sul salice sacro o sull'obelisco all'interno della città.

 Dall'Egitto, la leggenda si diffuse in Grecia grazie a Esiodo ma soprattutto a Erodoto, il primo che descrisse in modo preciso l'aspetto della Fenice e le sue caratteristiche. Secondo lo storico greco l'uccello era più o meno della grandezza di un'aquila e il suo piumaggio era in parte oro brillante e in parte rosso cremisi. Nonostante l'aspetto dell'animale sia profondamente cambiato rispetto alla tradizione precedente, Erodoto si riallaccia comunque al culto egiziano, affermando che la Fenice giungeva dall'Arabia a Eliopoli ogni cinquecento anni, in occasione della morte del genitore, le cui salme erano state imbalsamate in un uovo di mirra. La nuova Fenice portava con sé l'uovo per depositarlo e bruciarlo sull'altare del dio del sole.  
 Sempre Erodoto ci svela che, prima di morire, la Fenice si ritirava in un luogo appartato e costruiva un nido di incenso e cannella sopra una quercia o una palma, accatastando le piante aromatiche in modo da formare un uovo. Dopodiché, adagiatasi nel giaciglio, lasciava che i raggi del sole incendiassero il nido e si lasciava consumare dalle fiamme. Incendiandosi, le piante aromatiche diffondevano un dolce profumo, che accompagnava sempre la morte della Fenice. Dalle ceneri, poi, spuntava una larva o un uovo, che i raggi del sole contribuivano a trasformare in una Fenice adulta in tre giorni attraverso il loro calore. In seguito, come già accennato, la nuova creatura si dirigeva verso Eliopoli e si posava sull'albero sacro.


La Fenice greco-romana

  
 Ovviamente questa figura non poteva non essere citata anche da scrittori romani, che dibatterono molto su alcune caratteristiche della Fenice (il cibo di cui si nutrisse, sulla modalità della sua morte), ma mantenendo in generale inalterati i tratti fondamentali fissati da Erodoto. Per esempio Ovidio, nelle sue Metamorfosi, scrive:


si ciba non di frutta o di fiori, ma di incenso e resine odorose. Dopo aver vissuto cinquecento anni, con le fronde di una quercia si costruisce un nido sulla sommità di una palma, ci ammonticchia cannella, spigonardo e mirra, e ci s'abbandona sopra, morendo, esalando il suo ultimo respiro fra gli aromi. Dal corpo del genitore esce una giovane Fenice, destinata a vivere tanto a lungo quanto il suo predecessore. Una volta cresciuta e divenuta abbastanza forte, solleva dall'albero il nido (la sua propria culla, ed il sepolcro del genitore), e lo porta alla città di Eliopoli in Egitto, dove lo deposita nel tempio del Sole.

 Ovidio, quindi, rimane fedele alla storia tramandata da Erodoto, aggiungendo però alcuni particolari: il nutrimento della Fenice e il fatto di trasportare a Eliopoli non solo le salme del genitore, ma anche il proprio nido. Sempre per quanto riguarda la morte del genitore, anche Tacito riprese le informazioni di partenza, dicendo che la nuova Fenice portasse l'intero corpo del genitore morto a Eliopoli per bruciarlo all'altare del sole.
 E' bene evidenziare che il continuo riferimento a Eliopoli non era casuale. Lì, i sacerdoti di Ra erano soliti conservare i testi dei tempi passati in archivi. Se si tiene presente questo dato importante, la Fenice diveniva così il nuovo profeta, il nuovo messia che distruggeva gli antichi testi sacri per far rinascere una nuova religione dalle ceneri di quella precedente.
 Durante l'impero romano, la Fenice smise i panni del sole che tramontava e risorgeva ogni giorno e assurse a simbolo dello stesso impero che, pur alterandosi, si rinnovava sempre ed era immortale.

 Ma l'idea di rinnovamento e rigenerazione legata alla Fenice non poteva restare confinata solo al mondo classico. Infatti, il favoloso uccello era presente già nella tradizione ebraica, dove assunse il nome di Milcham. Una leggenda narra che Eva, divenuta mortale dopo aver mangiato il frutto proibito, costrinse anche tutti gli altri animali dell'Eden a fare altrettato, poiché era invidiosa della loro purezza e immortalità. L'unico animale che si rifiutò di mangiare il frutto proibito fu proprio la Fenice. Per questo, Dio volle ricompensarla dandole come dimora una fortificazione nel paradiso terrestre, dove l'uccello leggendario avrebbe potuto vivere in pace per mille anni. Proprio con una frequenza di mille anni, la Fenice bruciava e si rigenerava da un uovo, che veniva ritrovato tra le ceneri dell'animale defunto.

 La religione cristiana riprenderà in seguito la simbologia di questo animale, che ben si addiceva alla figura di Gesù Cristo che, proprio come la Fenice, muore per poi risorgere. In questo contesto la Fenice non è solamente simbolo di Cristo vittorioso sulla morte, ma più in generale anche della rinascita spirituale dell'anima, che è immortale.
 Ben presto, quindi, la Fenice divenne parte dei bestiari dell'epoca medievale. Uno di questi, chiamato Fisiologo, riportava le caratteristiche dell'animale, che erano state in parte modificate. Secondo il bestiario, la Fenice era originaria dell'India  e ogni cinquecento anni si dirigeva verso il Libano, dove si profumava le ali con piante aromatiche e si annunciava al sacerdote di Eliopoli. Costui, ricevuto il segnale, preparava sull'altare una pira di sarmenti di legno dove l'uccello si sarebbe posato e avrebbe preso fuoco. Dopo la morte sul rogo, il sacerdote trovava un piccolo vermicello, che in tre giorni si sarebbe trasformato nella nuova Fenice. Il Fisiologo stesso spiega la simbologia di questo essere prodigioso:

l'uccello prende l'aspetto del nostro Salvatore, che scendendo dal cielo, riempì le sue ali dei dolcissimi odori del Nuovo e dell'Antico Testamento, come egli stesso disse: «Non sono venuto ad eliminare la legge, ma ad adempierla». 

La Fenice in un mosaico cristiano


 Creature molto simili alla Fenice europea ed egiziana si possono trovare anche negli altri continenti. Nella mitologia cinese, l'uccello leggendario compare tra le quattro creature sacre che presiedono al destino della Cina, le quali impersonano le forze primordiali di tutti i tipi di animali (piumati, corazzati, pelosi e dotati di squame). I quattro animali magici sono Bai Hu (la tigre bianca) o Ki-Lin (l'unicorno) per l'Ovest, Gui Xian (la tartaruga o il serpente) per il Nord, Long (il drago) per l'Est e, per il Sud, Feng (la Fenice). Quest'ultimo rappresentava le forze primordiali dei cieli, il potere e la prosperità, perciò l'imperatore e l'imperatrice erano gli unici a poter portare il simbolo del Feng. I Cinesi ritenevano che il Feng possedesse i più begli attributi di tutti gli animali e lo rappresentavano con due pergamene nel becco o una scatola che conteneva i testi sacri.
 Feng era l'imperatore di tutti gli uccelli, poiché il suo corpo era l'insieme dei sei corpi celesti: la testa simboleggiava il cielo, gli occhi il Sole, le ali il vento, gli artigli la terra, il dorso la luna e le piume i corpi astrali; inoltre, la coda di Feng conteneva i cinque colori primari. Egli era nato dal fuoco sulla Collina del Falò del Sole e viveva con la sua compagna (o con il suo compagno, visto che il Feng può essere sia maschio che femmina) nel Regno dei Saggi, cibandosi di bambù e bevendo acqua purissima. Feng aveva una voce melodiosa e tutti i galli lo accompagnavano nell'intonazione della sua canzone, che conteneva le cinque note della scala musicale cinese. Egli appariva solamente in periodi di pace e prosperità e durante il concepimento di un bambino, per consegnare l'anima del nascituro al grembo della madre.

Fenghuang


 In Giappone, la Fenice ricompare con il nome di Ho-ho e assume le sembianze di un'aquila enorme coperta di gemme che sputa fuoco. Ho-ho si annovera tra i kami, gli spiriti della natura, e annuncia l'arrivo di una nuova era. Un altro nome di Ho-ho è Karura, che altro non è che la storpiatura del nome sanscrito Garuda, con cui la Fenice è nota in India.

 Nella cultura induista e buddista, Garuda è uno dei supremi veggenti. Ha un corpo umano dorato, ali scarlatte, becco d'aquila e faccia bianca. Sua madre venne imprigionata da Kadru, la madre di tutti i serpenti e Garuda, per liberarla, assunse il Soma, l'elisir che rende immortali. Il dio Viṣṇu, fu molto colpito da ciò e scelse Garuda come avatar (l'incarnazione terrestre) o come suo destriero. Fatto sta che dal rapimento della propria madre, Garuda mantenne un feroce odio nei confronti dei Naga, la famiglia dei serpenti e dei draghi.

 Tracce della Fenice, infine sono presenti anche in America. Quetzalcoatl, il serpente piumato del Messico, aveva la facoltà di risorgere dopo la propria morte e i Maya lo ritenevano un grande sovrano e portatore di civiltà. I Toltechi identificano con questo nome un vero e proprio sovrano, che era anche sacerdote di Tollan, il quale morì arso sul rogo nello Yucatan, proprio come la Fenice.
 Nell'America settentrionale, invece, troviamo Wakonda, che per i Dakota era l'uccello del tuono, mentre per i Sioux era il "grande potere superiore", una divinità generosa che donava potere e saggezza.  

 Alla ricerca della Fenice abbiamo percorso in lungo e in largo il mondo. Si può vedere bene, dunque, quanto stia a cuore all'uomo l'idea della rinascita. E non potrebbe essere altrimenti, perché anche nella vita quotidiana abbiamo bisogno di pensare che, nonostante le sconfitte e le disgrazie, si può sempre ricominciare.
 Per questo dedico questo articolo a una mia carissima amica, che ora si trova con un pugno di cenere in mano. Le auguro con tutto il cuore di essere come l'araba Fenice, più forte della morte (in questo caso in senso figurato) e in grado di diventare ancora più splendida.
 Se l'uomo è riuscito a concepire una figura tanto bella, significa che anche noi abbiamo nella nostra natura il gene della Fenice che non muore mai e che non si arrende. 



Fonti:
- MENEGATTI, Alessandra, "La fenice, animale mitologico";
- Wikipedia, voce "Fenice";
- Wikipedia, voce "Benu";
- Sito internet Astrocultura UAI, articolo "Un mito, una costellazione, un teatro - La Fenice: l'eterno ritorno";
- VAGHI, Fabio, "Il canto della fenice".

mercoledì 22 agosto 2012

Sun Wukong o Son Goku: dalla Cina con furore

 Per la mia generazione, cresciuta negli anni '90, i cartoni animati giapponesi sono stati un tratto distintivo. Quando ancora esisteva la televisione per bambini e ragazzi (nemmeno lontanamente paragonabile a quella di adesso) il palinsesto prevedeva una proiezione massiccia di anime, il nome tecnico per le serie animate giapponesi. Che fosse Sailor Moon, Mila e Shiro o Holly e Benji, nessuno dei nati negli anni '80 o al principio dei '90 può aver passato la propria infanzia senza vedere almeno un cartone animato made in Japan. Uno dei più famosi è sicuramente la serie Dragon Ball, tratta dal manga di Akira Toriyama, che aveva per protagonista lo strambo personaggio di nome Goku.

Goku della seria "Dragon Ball"

 Nonostante il grande successo di Dragon Ball, però, non molti sanno che il personaggio di Goku si ispira a una figura mitologica cinese, di nome Sun Wukong. Solo in seguito, infatti, Sun Wukong e la sua leggenda approdarono in Giappone, dove il nome venne modificato in Son Goku.  Le sue avventure sono narrate nell'opera dal titolo Viaggio in Occidente stilata da Wu Cheng'en, che si basa su racconti popolari risalenti al periodo della dinastia Tang, vale a dire tra il 618 e il 907.

 I primi capitoli di quest'opera sono dedicati interamente al nostro Sun Wukong, l'Affascinante Re delle Scimmie. Questo personaggio, infatti, si distingue non solo per essere un grande guerriero, un re, un mago e un saggio, ma soprattutto per le sue sembianze scimmiesche e la sua natura prodigiosa.
 La storia di Sun Wukong inizia quando una roccia venne ingravidata dal vento, dando origine allo scimmiotto di pietra. Questi diede subito prova di grande coraggio, poiché riuscì a portare il popolo delle scimmie nella Caverna del Sipario d'Acqua, presso la Montagna dei Fiori e dei Frutti, garantendo prosperità alla sua gente.
 Ma Sun Wukong era tormentato dall'idea che la felicità del proprio popolo potesse finire, così, per rendere eterna la propria condizione, si recò dal saggio Subhodi. Questi gli insegnò la Via (il celebre Tao) con tutti i grandi poteri che essa conferiva; Sun Wukong imparò come diventare Immortale e come difendersi dalle Tre Calamità, senza contare che si impossessò dell'arte della trasformazione (riusciva a compierne addirittura 72) e che era in grado di volare su una nuvola.
 Tuttavia, Subhodi si rese conto che Sun Wukong aveva appreso solamente i poteri del Tao, ma non la sua essenza. Per questo il venerabile saggio scacciò Sun Wukong e gli proibì di dichiararsi suo discepolo.

Sun Wukong o Son Goku


 Il re delle scimmie tornò alla Montagna dei Fiori e dei Frutti e, grazie alle tecniche apprese da Subhodi, sottomise i regni delle specie limitrofe e pretese in dono dai quattro Dragoni Re dei Mari un bastone in grado di mutare la propria lunghezza a piacimento (che in origine era una delle colonne che delimitavano l'oceano), un elmo di fenice, un'armatura d'oro e degli stivali magici.    
 Il crescente potere e l'arroganza di Sun Wukong, però, non potevano passare inosservati. Fu così che l'Imperatore di Giada, per porre un freno all'ambizione del re delle scimmie, assegnò a Sun Wukong il compito di Custode dei Cavalli Celesti. Ovviamente lo scimmiotto non poteva piegarsi e svolgere un incarico tanto umile, quindi decise di tornare alla sua montagna, scatenando l'ira dell'Imperatore di Giada. Quest'ultimo mosse guerra a Sun Wukong, inviando contro di lui il Re Li e suo figlio Nezha. Ma il re delle scimmie si dimostrò un avversario troppo forte: Sun Wukong sconfisse l'esercito dell'Imperatore di Giada e ottenne dallo stesso il titolo di "Grande Saggio Pari al Cielo" e di essere chiamato nelle sfere celesti.
 Perfino in Cielo Sun Wukong diede prova della propria superbia; si cibò delle Pesche dell'Immortalità e si introdusse di nascosto a una festa a cui non era stato invitato per mangiare e bere tutto ciò che era stato preparato per il banchetto, per poi tornare alla sua montagna.
 Così per la seconda volta l'Imperatore inviò un esercito contro Sun Wukong il quale, dopo una durissima battaglia, venne sconfitto e consegnato al Cielo. La punizione che venne decisa per lo scimmiotto fu la morte, ma Sun Wukong era ormai immortale, poiché si era cibato delle pesche sacre. Nessuna arma o tortura aveva potere contro di lui, che usciva illeso dopo ogni tentativo di porre fine alla sua vita.
 Allora Sun Wukong venne rinchiuso in una fornace ardente, nella speranza che il suo corpo fondesse. Ma quando venne aperta la porta della fornace, lo scimmiotto era ancora vivo e i suoi occhi erano infuocati e le sue pupille dorate. Sun Wukong aveva acquisito il potere di vedere oltre ogni inganno. 
 Pieno di rancore, Sun Wukong mette il Cielo a ferro e fuoco, sconfiggendo tutti i soldati imperiali che si scagliavano contro di lui. La situazione era grave, e l'Imperatore dovette ricorrere all'aiuto di Tathāgata Buddha, che sfidò il re delle scimmie a superare una prova singolare:  Sun Wukong sarebbe dovuto uscire dalla sua mano, che era in grado di ingrandirsi a dismisura. Così, quando Sun Wukong credette di aver raggiunto i confini dell'universo, in realtà era arrivato in prossimità delle sole dita della mano del suo avversario. In questo modo, il Buddha sconfisse Sun Wukong e lo seppellì sotto la Montagna dei Cinque Elementi.

 Ma la storia del nostro pestifero scimmiotto non finisce qui.
Dopo 500 anni, la dea della misericordia Bodhisattva Guanyin venne incaricata dalo stesso Buddha di cercare un uomo mite ma che allo stesso tempo fosse ingrado di affrontare il periglioso viaggio verso Ovest allo scopo di diffondere nell'impero Tang gli insegnamenti del Buddha, contenuti nei Sutra. La dea misericordiosa pensò di concedere la libertà a Sun Wukong, che però sarebbe dovuto diventare discepolo dell'uomo prescelto.
 Costui venne trovato nel monaco Chen Xuanzang, detto Sanzang (Sanzo, in giapponese), il quale, messo al corrente dallo stesso scimmiotto della situazione, accettò di liberare Sun Wukong, accogliendolo come suo discepolo con il nomignolo di Xingzhe.
 Ovviamente Sun Wukong non poteva essersi trasformato improvvisamente in un agnellino, nonostante i 500 anni di prigionia. Alla prima ramanzina del monaco, lo abbandonò, costringendo Bodhisattva Guanyin a intervenire in aiuto di Xuanzang donandogli un diadema magico da far indossare a Sun Wukong. Grazie a una formula magica appresa dalla dea, Xuanzang poteva restringere il diadema sulla testa di Sun Wukong, provocandogli un dolore tremendo. Quando Sun Wukong scoprì che non poteva togliersi il maledetto diadema, tentò di uccidere a suon di botte il suo maestro, che in risposta recitò di nuovo la formula magica.
 Da allora in poi, Sun Wukong ubbidì a Xuanzang per tutta la durata del loro viaggio. Lungo il cammino, Sun Wukong e Xuanzang incontrarono nuovi compagni di avventura e fronteggiarono diversi nemici, finché riuscirono a portare a termine il loro compito. Sun Wukong, da parte sua, imparò a comportarsi meglio, tanto che raggiunse l'Illuminazione con il suo maestro e diventò a sua volta un Buddha.
Sanzo e Son Goku della serie "Saiyuki"

 Probabilmente questa storia voleva dimostrare che chiunque, anche l'essere più dissoluto, poteva raggiungere l'Illuminazione e imparare la buona condotta. Ciò non toglie che agli occhi di noi umani risultino più interessanti le marachelle di questo curioso personaggio, perché sono i vizi che lo rendono simile a noi. In fondo, Sun Wukong o Son Goku rappresenta la nostra condizione: per metà siamo soggetti alle tentazioni e ai piaceri della carne, mentre per l'altra metà aneliamo al Cielo.
 Eh sì, c'è un po' di Goku in tutti noi.
Fonti:
- Wikipedia, voce "Sun Wukong";
- Forum Curiositas Cognoscendi, articolo "Sun Wukong o Son Goku - Il mito della scimmia".

domenica 8 luglio 2012

Izanagi e Izanami

 Anche se avevano creato le isole del Giappone, la storia delle divinità creatrici Izanagi e Izanami non era ancora finita. Ecco la continuazione della loro leggenda.

Izanagi e Izanami

 Izanami diede alla luce molti altri figli e figlie, che divennero altrettante divinità. Gli dèi del vento, degli alberi, delle pianure, dei monti, delle salite, delle vette, delle valli, dei pendii, del mare, della spuma, delle onde, delle acque, della navigazione, delle costruzioni, del cielo, della natura e del fuoco. Le Otto Grandi Isole assunsero la loro fisionomia: si riempirono di monti e di laghi, di piante e animali, e il paesaggio divenne come è ancora oggi.
 Ma nel dare alla luce il dio del fuoco, Izanami si ustionò il ventre e morì. La donna fu sepolta sul monte Hiba, nella penisola di Izumo. Izanagi non si dava pace per la perdita dell'amata, così si mise in viaggio per  lo Yomi-tsu-kuni, il paese dei morti che si trovava nel sottosuolo. Entrò in una caverna, e dopo aver percorso un lungo cunicolo, giunse a una strana costruzione che sprofondava ancor più nelle viscere della terra. Lì, invocò Izanami e la pregò di tornare con lui, perché non avevano ancora terminato l'opera di creazione. Dall'oscurità, Izanami rispose al fratello-marito che non poteva raggiungerlo, perché aveva già mangiato il cibo dei morti. Però, chiese a Izanagi di attendere e gli intimò di non guardarla.
 Izanagi si dispose all'attesa, ma il tempo passava e dalla botola non venivano voci. Allora, non potendo più attendere, prese il pettine che portava al nodo sinistro dei capelli, ne ruppe un dente e vi accese un piccolo fuoco. Poi diresse il lumicino all'interno della botola e vide Izanami. Era orrenda come in vita era stata bella. Sul suo corpo si ammassavano dagli spiriti degli inferi. Il viso era una massa di carni putrefatte, brulicanti di vermi.
 Izanami gridò di rabbia, poiché guardandola e scoprendo il suo aspetto orribile, il fratello-marito l'aveva disonorata. Per vendicarsi, colei che era stata Izanami si trasformò in una furia e tentò di uccidere Izanagi. Questi fuggì su attraverso un cunicolo e Izanami lo inseguì, mentre gli spiriti degli inferi la seguivano con gran fragore. Izanagi le sfuggì per un soffio e, una volta uscito dal regno dei morti, afferrò una grande roccia che solo mille uomini avrebbero potuto spostare e bloccò l'ingresso dello Yomi-tsu-kuni. 
 Dall'altra parte della barriera, Izanami maledisse il fratello-marito e la sua stirpe, dichiarando che da allora in poi, ogni giorno i suoi spiriti sarebbero andati sulla terra a prendere con sé mille uomini. Da parte sua, Izanagi rispose che ogni giorno avrebbe generato almeno mille e cinquecento uomini. Per questa ragione, dunque, tuttora muoiono sulla terra almeno mille uomini al giorno, ma d'altra parte ne nascono più di mille e cinquecento.

 Dopo l'infruttuoso viaggio nell'oltretomba, Izanagi provvide subito a purificarsi. Giunto sull'isola Tsukushi, adempì ai sacri lavacri e dall'abluzione di ogni suo abito e di ogni parte del suo corpo nacque una diversa divinità. Vennero così alla luce gli dèi del pianto, dei dolori, delle strade, dei bivi, delle spiagge, dei mali, del fondo del mare, della superficie del mare, dell'alto mare, della morte, dei banchetti, dei meandri, dei fiumi, ecc. 
 Dal lavacro del suo occhio sinistro nacque Amaterasu-ō-mi-kami, la Grande Augusta Divinità che Regge il Cielo. Dal lavacro del suo occhio destro nacque Tsuki-yomi-no-mikoto, Sua Altezza la Luna delle Notti. E dal lavacro del suo naso nacque per ultimo Take-haya-Susano-ō-no-mikoto, Sua Altezza il Maschio Rapido Impetuoso. Allora Izanagi si tolse la collana di pietre ricurve che aveva al collo e la diede ad Amaterasu,  dicendole: "Tu, signora, sarai la dea del sole, e governerai la pianura dell'alto cielo". Poi si rivolse a Tsuki-yomi e gli disse: "Tu, signore, sarai il dio della luna, e governerai il regno buio della notte". Infine parlò a Susano-ō: "E tu, signore, sarai il dio della tempesta, governerai la pianura del mare".
 Così ebbero origine tutte le maggiori divinità giapponesi.

Nascita di Amaterasu

Fonti: Wikipedia, voce "mitologia giapponese"; sito internet Bifrost all'url http://bifrost.it/Sintesi/Kojiki.html#10; documento pdf on-line dal titolo "L'incontro: cosmogonia giapponese" all'indirizzo http://www.neverland-judo.it/documenti/incontro.pdf.

La nascita del Giappone

 Quando ero ragazzina e guardavo i cartoni animati giapponesi, ero innamorata persa del Giappone e della sua cultura. Tuttavia, non mi sono mai informata riguardo alle leggende di questo paese, quindi direi che è giunta l'ora di rimediare. Vi presento, dunque, il mito della creazione del mondo secondo la tradizione nipponica.


 All'inizio dei tempi, non vi era che un giunco che si stagliava in mezzo alla nebbia del caos. Ma in quella nebbia vi erano anche le divinità primordiali, che diedero vita al principio maschile, Izanagi, e al principio femminile, Izanami, ordinando loro di creare una terra che fosse ospitale. Infatti, il mondo sotto il cielo non era altro che una distesa di acqua salmastra, oleosa e priva di forma.
 Per aiutare Izanagi e Izanami in tale compito, venne loro donata un'alabarda ingioiellata, chiamata Amanonuhoko (Albarda Celeste della Palude). Le due divinità andarono quindi al ponte che collegava cielo e terra, l'Amenoukihashi (Ponte Fluttuante del Cielo), e mescolarono il mare sottostante con l'alabarda. Quando alcune gocce di acqua salata mischiata con del fango precipitarono da questa, si formò l'isola di Onogoro (Awagi).
Izanami e Izanagi creano il Giappone
 Lì, Izanagi e Izanami edificarono il loro palazzo e una colonna di pietra, che si dice sia la spina dorsale del mondo. Tuttavia, i due giovani si resero conto che il loro lavoro era appena iniziato, poiché, a parte quel piccolo scoglio deserto, il mondo era ancora una massa di acqua senza forma e disabitata. Non vi era nulla: né piante né animali né creature viventi, e il paesaggio era piatto e spoglio.
 Così, Izanagi e Izanami girarono attorno al pilastro in direzione opposta l'uno all'altra, e quando si incontrarono sull'altro lato Izanami, la divinità femminile, salutò per prima Izanagi, la divinità maschile. A quel punto, si accorsero che i loro corpi erano diversi, e furono presi da un’inquietudine profonda. Le loro mani iniziarono a toccare il corpo dell'altro e si accarezzarono e strinsero la pelle. Questa sensazione dolce li stordiva. Si strinsero l’uno all’altra e divennero una cosa sola.
 Presto Izanami scoprì di essere incinta, e quando venne il momento del parto, ella diede alla luce un bambino debole e privo di ossa, a cui fu messo nome Hiruko, (bimbo-sanguisuga). I genitori, disgustati, lo misero su una barca di canne e lo abbandonarono in mare.
 Izanagi e Izanami interrogarono gli dèi per scoprire cosa fosse andato storto nel concepimento, e venne risposto loro di ripetere la cerimonia nuziale lasciando che fosse l'uomo, non la donna a parlare per primo.
Fu così che Izanami si trovò di nuovo incinta e i figli che nacquero da lei furono grandi e possenti divinità. Essi proseguirono l'opera di creazione dei loro genitori formando altre otto grandi isole: Awaji-no-ho-no-sa-wake (Awaji), Ō-ya-shima-kuni (lo Shikoku), l'arcipelago di Oki-no-mitsuko (le tre isole Chiburi, Nishi, Naka), Tsukushi (il Kyūshū), Iki, Ame-no-sa-te-yori-hime (l'isola di Tsushima), Sadō e Ō-Yamato-toyo-akitsu (l'Honshū). Tutte queste isole formarono lo Ō-ya-shima-kuni, il «Paese delle Otto Grandi Isole». A queste si aggiunsero poi altre sei isole minori. Così fu creata la divina terra di Yamato, il Giappone.



Fonti: Wikipedia, voce "mitologia giapponese"; sito internet Bifrost all'url http://bifrost.it/Sintesi/Kojiki.html#10; documento pdf on-line dal titolo "L'incontro: cosmogonia giapponese" all'indirizzo http://www.neverland-judo.it/documenti/incontro.pdf.