Visualizzazione post con etichetta Germani e popoli del nord Europa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Germani e popoli del nord Europa. Mostra tutti i post

martedì 10 luglio 2018

E così ebbe inizio - La genesi norrena

 Davvero tanto tempo è passato dall'ultima volta. Sembrano passati secoli, eppure tutto è stato un soffio. Sono successe talmente tante cose in un anno che nemmeno ho avuto il tempo di assimilarle. A un certo punto la vita inizia a correre a una velocità talmente forsennata che non ci si rende conto delle grandi rivoluzioni in atto in noi. Questo post viene alla luce esattamente dopo questo turbinio di eventi che hanno portato a un nuovo inizio. E proprio all'inizio viene dedicato ampio spazio nelle mitologie di tanti popoli, che si sono posti il problema della ricerca delle proprie origini. Per questo voglio ricominciare da un mito della creazione; per la sua particolarità, per passione personale, e anche, diciamolo, per la serie tv Vikings ho scelto la narrazione norrena di come tutto è cominciato.

Il baratro e i due regni


Era al principio dei tempi:    Ymir vi dimorava;
non c'era né mare né spiaggia    né onde gelide;
terra non si distingueva    né cielo, in alto:
un baratro informe c'era    ed erba in nessun luogo. 

[Völuspá, in Il canzoniere eddico, str. 3, p. 5]

 Questo è l'inizio del mondo norreno secondo quanto recita la Völuspá, il primo dei poemi eddici che raccoglie le profezie della vǫlva, la veggente che narra a Odino l'origine del mondo.

 Da quanto leggiamo apprendiamo che all'inizio dei tempi non c'era nulla, a parte un enorme baratro chiamato Ginnungagap. Tuttavia, in questo abisso si potevano distinguere due zone: il nord e il sud.
 A settentrione vi era Niflheimr, la regione dominata dal freddo, dall'umidità e dall'oscurità. In essa vi era Hvergelmir, una fonte gelida da cui avevano origine gli Elivágar, i fiumi cosmici dalla corrente impetuosa.
 A sud si trovava invece Muspell, una regione ardente, tanto torrida che solo chi ci era nato poteva resistere al suo calore. Il gigante Surtr era ed è il guardiano di questo regno e con la sua spada fiammeggiante brucerà tutto il mondo alla fine dei tempi.

 Ed ecco che gli Elivágar nel loro corso giunsero così lontano che la loro schiuma velenosa si indurì e divenne ghiaccio. Dalle esalazioni velenose di questo ghiaccio si formò una pioggerella che cadde sull'abisso di Ginnungagap e si trasformò in brina. Un giorno la brina del nord e il calore del sud si incontrarono: il vento caldo di Muspell raggiunse la brina di Niflheimr che si sciolse e originò i primi esseri viventi dalle gocce che stillavano dal ghiaccio.



 Ymir, il progenitore


 Il primo essere generato fu Ymir, il progenitore di tutta la sua stirpe, i giganti della brina.  Mentre dormiva, dal sudore di Ymir nacquero altre creature: sotto il braccio sinistro (o la mano, secondo Chiesa Isnardi) si formarono un uomo e una donna, mentre dall'unione dei suoi piedi crebbe un essere dotato di sei teste.

 Oltre a Ymir, le gocce di brina avevano dato origine anche a una mucca, Auðhumla, che alimentava il gigante con i quattro fiumi di latte che sgorgavano dalle sue mammelle. Auðhumla invece si nutriva leccando le pietre ghiacciate, che avevano un sapore salato. Il primo giorno che la mucca leccò le pietre spuntarono da esse dei capelli d'uomo, il secondo la testa e infine, il terzo giorno, ne uscì un uomo intero, il primo essere umano nato sulla terra; il suo nome fu Buri. Egli generò Borr, che a sua volta, unendosi con la gigantessa Bestla, ebbe tre figli: Odino, Vili e Vé, i primi tra gli dèi.

 Il sacrificio di Ymir


 Odino, Vili e Vé uccisero il gigante Ymir e il suo sangue sommerse quasi tutti i thursi (i giganti NdA) della brina, tranne uno: Bergelmir infatti riuscì a fuggire con la sua famiglia su una barca, e da lui discendono tutte le stirpi dei giganti della brina.

 I figli di Borr trascinarono il corpo senza vita di Ymir in mezzo al baratro e da ogni sua parte ne trassero gli elementi che compongono il mondo: la carne di Ymir diede origine alla terra, il sangue al mare e a tutte le acque, le ossa formarono le montagne, i denti i macigni e i sassi, e dal cranio trassero la volta celeste. Si dice inoltre che dai vermi formatisi dalle carni del gigante gli dèi crearono degli esseri simili agli uomini che divennero i nani, che hanno dimora tra le pietre. Quattro di loro vennero posti a sorreggere il cielo nei quattro angoli della terra; i loro nomi sono Austri, Vestri, Norðri e Suðri (che altro non sono che i nomi dei quattro punti cardinali: est, ovest, nord e sud NdA).

 In seguito gli dèi avvolsero l'oceano attorno alla terra, quasi fosse un anello, che divenne un limite invalicabile per l'uomo. Presero anche le scintille provenienti da Muspell e assegnarono ad alcune una posizione fissa nella volta celeste, mentre ad altre una posizione variabile, ed esse costituirono così le stelle fisse e mobili.

 Sulla terra ferma, rotonda e circondata dalle acque, gli dèi stabilirono vari domini: nella parte più esterna, sulle spiagge, dimorarono i giganti, nel luogo freddo e oscuro di nome Útgarðr o Jötunheimr; al centro del mondo, invece, con una ciglia del gigante Ymir delimitarono Miðgarðr, il mondo degli uomini, che doveva essere protetto dai giganti attraverso la recinzione. 

 Infine, Odino, Vili e Vé gettarono al cielo il cervello di Ymir, che andò a comporre le nuvole, come riporta il Grímnismál, un altro poema eddico:

Dalla carne di Ymir    venne foggiata la terra
e il mare dal sangue.
Monti dalle ossa,    alberi dai capelli
e la volta celeste dal cranio. 

E dalle sopracciglia    fecero gli dèi benevoli
Terra di Mezzo ai figli degli uomini;
e dal suo cervello    vennero le gagliarde nubi tutte foggiate. 

[Grímnismál, in Il canzoniere eddico, str. 40, 41, p. 67]

 

 La nascita degli uomini


 Una volta creato il mondo, gli dèi si recarono sulla spiaggia e lì trovarono due tronchi d'albero. Allora li raccolsero e decisero di farne due esseri umani: Odino diede loro spirito e vita, Vili saggezza e movimento e Vé forma, parola, udito e vista. L'uomo si chiamò Askr, la donna Embla, e da loro ebbe origine l'intera umanità che dimorò a Miðgarðr.




 Sicuramente questo racconto delle origini non è quello che ci aspetteremmo; la creazione di per sé è un momento carico di positività, mentre nella tradizione norrena non si può scindere dal cruento sacrificio di Ymir. Eppure, se ci pensiamo bene, ogni nuovo inizio, ogni cambiamento presuppone la "morte" di alcuni aspetti di noi stessi. Questo è particolarmente vero nel caso della mitologia nordica, dove ogni conquista viene ottenuta a caro prezzo: Odino ottiene la conoscenza solo dopo aver lasciato un occhio come pegno, mentre il pericoloso lupo Fenrir viene imprigionato solo dopo che il dio Tyr ci ha rimesso una mano (cfr. "Tyr - La guerra e la giustizia" in questo blog). 

 Insomma gli antichi norreni sembrano ricordarci che dobbiamo guadagnarci ogni cambiamento positivo che vogliamo apportare alla nostra vita; ma questo non ci deve spaventare, se quello che vogliamo ottenere vale ogni nostra goccia di sudore. Ricordiamoci che le gocce e addirittura le lacrime per gli uomini del Nord sono una manifestazione di fecondità e un simbolo di rigenerazione. Impariamo anche noi allora a considerare positivamente la fatica come qualcosa che ci permettere di compiere le nostre piccole imprese nel quotidiano. Perché se raggiungere un traguardo è bello, arrivarci dopo mille peripezie non ha prezzo.





Fonti:
- CHIESA ISNARDI, Gianna, I miti nordici, Longanesi, Milano, 2014, pp. 49-52;
- SNORRI STURLUSON, Edda (a cura di Giorgio Dolfini), Adelphi Edizione, Milano, 2014, pp. 52-59;
- SCARDIGLI, Piergiuseppe (a cura di), Il canzoniere eddico, Garzanti, Milano, 2017. pp. 5, 67. 


  

sabato 18 giugno 2016

Verso il solstizio - Sole e Luna nella mitologia norrena

 Si sta avvicinando, ormai ci siamo quasi. Per molti è un momento fortemente atteso, per altri, amanti del freddo come me, rappresenta l'inizio di un patimento più o meno sopportabile. Sto parlando del solstizio d'estate, che nel nostro emisfero si verificherà tra pochi giorni. Anche se non sono fatta per il caldo dei mesi torridi che seguiranno, devo ammettere che è bello vedere che fuori alle nove di sera c'è ancora luce e che si può cenare ancora illuminati dai raggi del sole.
 Se oggi questo giorno indica che le vacanze si stanno avvicinando, un tempo la sua importanza doveva essere ancora più importante: significava la vittoria della luce sulle tenebre, maggior tempo a disposizione per lavorare nei campi e quindi la possibilità di produrre di più per patire meno la fame. Noi "italiani" (nell'accezione di "abitanti della penisola italiana") eravamo ancora fortunati rispetto alle popolazioni insediatesi nel nord Europa. Sappiamo tutti che in quelle zone il sole fa capolino molto meno spesso e che quindi doveva essere particolarmente atteso e invocato quando ancora non si poteva contare sull'energia elettrica.
 Quale occasione migliore dunque per parlare di Giorno, Notte, Sole e Luna nella tradizione norrena se non il solstizio d'estate? 

P. S. Gli appassionati sportivi, tra cui la sottoscritta, potrebbero addurre una motivazione anche meno "romantica": dopo la sconfitta della Svezia da parte dell'Italia agli Europei di calcio, è ancora più dolce parlare dell'avversario domato in seguito a 90 difficili minuti di lotta. E allora si dia inizio alle danze!

Giorno e Notte

 Sull'origine della divisione tra notte e dì ci sono due versioni. La prima, forse quella più famosa, si rifà al mito cosmogonico in cui Odino, Vili e Vé creano il mondo a partire dallo smembramento del gigante primordiale Ymir. Il mito racconta che le tre divinità presero alcune scintille dal ragno infuocato di Muspellsheim e diedero loro un posto nel firmamento: stabilirono il corso del sole, dando nome alle varie parti del giorno (mattina, mezzogiorno, pomeriggio e sera), decisero ordine e durata delle fasi lunari e posero in cielo le stelle, regolandone il movimento.  In questo modo, dall'opera di Odino, Vili e Vé, ebbe inizio il computo del tempo.


 La seconda versione invece  fa capo a uno dei mondi governato dai giganti, Jötunheimr. Qui abitava un gigante di nome Narfi, che ebbe come figlia Nótt, dalla pelle scura e i capelli corvini, come la sua gente. Nótt ebbe tre mariti e da ciascuno generò un figlio: da Naglfari  ebbe Auðr, da Annarr ("secondo") Jörð ("terra") e infine, da Dellingr ("luminoso") generò Dagr ("giorno"), dall'aspetto fulgido come quello del padre. Come in molte altre cosmogonie, tra cui anche quella greca di Esiodo, anche in questo caso la notte, di cui Nótt è l'evidente ipostasi, precede dunque l'esistenza del giorno, impersonato da Dagr. Fu ancora Odino a fornire a madre e figlio due carri con rispettivi destrieri: il cavallo di Nótt si chiama Hrímfaxi ("criniera di brina") e la bava che gli bagna il morso altro non è che la rugiada che cade sulla terra durante la notte; il cavallo di Dagr è invece Skinfaxi ("criniera lucente"), che illumina la terra con lo splendore dei suoi crini.   




Sole, Luna e i loro carri

 Nel mito citato in precedenza non si parla di nessuna divinità associata agli astri, si dice solamente che furono Odino, Vili e Vé a dare ordine ai corpi celesti ai primordi.  Nell'Edda di Snorri invece si fa riferimento a un'altra leggenda, che ha per protagonisti degli esseri umani. Il nome del nostro uomo è Mundilfœri, il quale aveva due figli bellissimi, tanto che pensò di chiamare Máni il ragazzo e Sól la fanciulla, esattamente come gli astri del cielo (ricordiamo che per le popolazioni germaniche il sole è un'entità femminile e la luna è maschile).
 Ovviamente gli dèi non videro di buon occhio l'arroganza dell'uomo, che aveva osato paragonare i suoi figli a degli esseri celesti, così decisero di rapire i due giovani per metterli alla guida di due carri, preposti alla guida degli astri di cui portavano il nome. A Sól fu dunque affidato il carro del sole, trainato dai cavalli Árvakr ("[colui che] si sveglia presto") e Alsviðr ("tutto ardente"). Sotto le scapole dei destrieri vi sono dei mantici di ferro, che servono per rinfrescarli. Lo scudo Svalinn è invece posto davanti al sole per evitare che la stella infiammi e distrugga la terra con il suo potente calore. 



 D'altra parte Máni divenne il cocchiere del carro lunare, con il compito di governare il movimento e le varie fasi del satellite aiutato da due fanciulli, Bil e Hjúki, rispettivamente sorella e fratello, figli di Viðfinnr. Come Máni e Sól, anche Bil e Hjúki furono vittime di un rapimento, stavolta perpetrato presso il pozzo Byrgir dallo stesso Máni, il quale era alla ricerca di qualcuno che potesse aiutarlo a dirigere le fasi lunari. Da quel momento, Hjúki è identificato con il fenomeno benefico della luna crescente, mentre Bil impersonifica la luna nella sua fase calante, ritenuta al contrario di cattivo auspicio. La vicenda di Bil e Hjúki costituirà l'ispirazione per la popolare filastrocca inglese che vede come protagonisti i due fratellini Jack e Jill, che nella traduzione italiana si chiameranno Cecco e Gina:
Jack and Jill went up the hill
to fetch a pail of water;
Jack fell down, and broke his crown,
and Jill came tumbling after.
Cecco e Gina vanno al pozzo
che sta in cima alla collina.
Cade Cecco, cade il secchio,
dietro a lor rotola Gina.
Then up Jack got, and home did trot,
as fast as he could caper.
They put him to bed, and plastered his head,
with vinegar and brown paper.
Quando a casa ritornò,
Cecco al letto si ficcò
e con un impiastro in testa
passò a letto anche la festa!



 Il percorso dei due carri, però, non è senza insidie; sia Sól che Máni sono insidiati nella loro corsa da due lupi, figli del temibile Fenrir, colui che mozzò la mano a Tyr (cfr "Tyr - La guerra e la giustizia" in questo blog): Skoll insegue Sól, Hati invece perseguita Máni. Gli inseguimenti cesseranno nel giorno del Ragnarök, quando Skoll e Hati divoreranno infine le loro prede, decretando la fine del mondo che conosciamo. Ma non tutto è perduto, perché Sól ha una figlia che le succederà nel medesimo compito dopo di lei.



Simbolismo della Luna e del Sole nella tradizione norrena

 Gli astri del cielo sono da sempre legati a una forte simbologia, molte volte condivisa da popolazioni differenti. Non ci sarà da stupirsi quindi se alcune caratteristiche che riporteremo qui relative alla tradizione norrena sono ravvisabili anche in altre aree culturali.

 Iniziamo con il dire che il nome nordico della luna, máni appunto, risale alla radice indoeuropea *MĒ, che significa "misurare". Questo perché è il corpo celeste che, con i suoi ritmi e le sue fasi scandisce la vita degli uomini, essendo collegata a fenomeni come le maree e le piogge. Essa possiede dunque una forza magica, in grado di influenzare la vita del mondo intero. Questa forza però è sempre "misurata" e controllata, centellinata nelle varie fasi che sono cicliche: la magia della luna è che nasce, cresce, decresce e muore ciclicamente, senza mai scomparire in modo definitivo.
 All'aspetto misuratore della luna fanno riferimento diversi testi della tradizione norrena, alcuni dei quali alludono anche all'impiego di un calendario lunare e anche alla curiosa invocazione dell'astro contro la rabbia, per dominare l'eccesso imponendogli un ritmo. Il famoso cronista Tacito informa inoltre che i Germani erano soliti convocare l'assemblea in relazione al ciclo della luna e Cesare afferma che il culto della luna era l'unico praticato insieme al culto del sole e del fuoco. Non bisogna infine dimenticare che il nome di "lunedì" deve la propria etimologia alla luna: il danese, lo svedese e il norvegese måndag derivano dall'antico nordico mánadagr.
 Tuttavia, la luna che rischiara le tenebre favorisce anche l'azione delle forze malvagie e demoniache, o anche semplicemente soprannaturali. Come non ricordare infatti i lupi mannari, che si rivelano nelle notti di luna piena, o le danze degli elfi, che si tengono proprio alla luce pallida della luna? Nella mitologia norrena spesso le azioni depravate sono coperte dal chiarore debole di questo corpo celeste.



 Al contrario della luna, il sole costituisce con la sua luce potente la più forte difesa contro i demoni dell'oscurità. I nani e le streghe restano pietrificati se esposti ai raggi del sole e viene fatto notare che le streghe praticano la loro magia seguendo il corso inverso del sole. Non è un caso dunque che i defunti e i demoni risiedano al Nord, punto opposto al Sud, dove invece il sole sprigiona la sua massima potenza. Sono ambasciatori della luce solare anche gli eroi e le figure mitologiche incaricate di sconfiggere le forze delle tenebre, tra le quali troviamo le Valchirie. 
 Si può quindi comprendere il motivo per cui il culto del sole era molto diffuso in Scandinavia. Esistono reperti che lo testimoniano risalenti all'età del bronzo e in seguito anche Cesare riferisce la presenza di tale culto. Esso persistette addirittura in epoca cristiana, poiché la popolazione era profondamente legata all'adorazione del disco solare; Snorri riferisce che il re Olafr il Santo dovette invitare dei contadini pagani a volgersi verso oriente per parlare della venuta di Dio nel mondo.  




 Era da tempo che non mi occupavo di mitologia, in particolare di quella nordica e ogni volta resto preda del fascino smisurato che questa sprigiona. Trovo che l'epicità e la solennità dei miti nordici sia unica, insieme a una buona dose di oscurità, dovuta al destino tragico che ci attende nel giorno del Ragnarök.
 Del resto, ogni mito riesce a compiere la stessa magia: alla fine ti convince e ci credi davvero. Ed ecco che nel cielo vedi i carri di Máni e Sól e che il solstizio non è più solo un cambio di stagione, ma la vittoria, per una volta, della luce sull'oscurità.


Fonti:
- CHIESA ISNARDI, Gianna, I miti nordici, Longanesi, Milano, IX edizione luglio 2014, pp. 55-56, 68-71.

sabato 29 agosto 2015

Le signore del destino: Moire, Parche e Norne

 Destino. 
Basta una parola per evocare l'epicità della vita umana. Chiudiamo gli occhi e lasciamoci inebriare dal suono di questo termine mentre lo pronunciamo lentamente, sottovoce: D-E-S-T-I-N-O. Tutte le nostre aspirazioni, le nostre speranze, il senso di tutta la nostra vita è racchiuso qui. E siamo consapevoli che si tratta di qualcosa che non ci appartiene totalmente, su cui non abbiamo potere; spesso infatti le cose non vanno come ci aspetteremmo o come le avevamo programmate.
 È vero, viviamo in una società moderna ed evoluta, all'insegna del progresso che ci offrono la scienza e l'uso della ragione...eppure qualcosa ci sfugge sempre. Quante volte ci ritroviamo a pensare "che coincidenza!"? Ebbene, se ci pensiamo queste "coincidenze" nella nostra esistenza sono davvero tante e ognuna di esse avrebbe potuto cambiare il corso dei fatti. Credo che se da una parte possiamo influenzare il corso degli eventi con la nostra condotta, dall'altra dobbiamo fare i conti con un elemento che non possiamo imbrigliare.
 Gli antichi, al contrario di noi uomini moderni, credevano profondamente nell'esistenza del fato, al quale nessuno poteva opporsi, nemmeno gli dèi. Nella tradizione classica e norrena erano tre donne che governavano la vita degli esseri umani, sia nel bene, che nel male. Vediamo ora come. 

Le Moire greche

 In origine, nell'antica Grecia, le Moire erano la personificazione del destino di ogni uomo; ognuno aveva la sua moîra, ovvero la propria "parte" di vita, felicità, sfortuna, ecc. Esisteva anche una Moira universale, che incarnava il fato, contro il quale nemmeno gli dèi dell'Olimpo avevano potere; per esempio, nessuna divinità poteva accorrere in soccorso di un eroe sul campo di battaglia, se la sua ora era giunta. Questo perche nessuno deve né può sovvertire l'ordine del mondo.
 Tuttavia, le Moire che siamo abituati a considerare sono solo tre: Cloto, Lachesi e Atropo. La loro origine non è certa, poiché esistono due versioni a riguardo, entrambe presenti nella Teogonia di Esiodo. Secondo la prima, le Moire sarebbero figlie della Notte:
 
Notte poi partorì l'odioso Moros e Ker nera
e Thanatos, generò il Sonno, generò la stirpe dei Sogni;
non giacendo con alcuno li generò la dea Notte oscura;
e le Esperidi che, al di là dell'inclito Oceano, dei pomi
aurei e belli hanno cura e degli alberi che il frutto ne portano;
e le Moire e le Kere generò spietate nel dar le pene:
Cloto e Lachesi e Atropo, che ai mortali
quando son nati danno da avere il bene e il male,
che di uomini e dei i delitti perseguono;
né mai le dee cessano dalla terribile ira
prima d'aver inflitto terribile pena, a chiunque abbia peccato.
 


[Teogonia di Esiodo, vv. 211-222]

La seconda, invece, le vuole figlie di Zeus e Temi, dea della giustizia, e quindi sorelle delle Ore:

Per seconda sposò la splendida Thémis, che generò le Ore (Eunomie, Dike ed Eirene fiorente) che vegliano sulle opere dei mortali; e le Moire, cui grande onore diede Zeús prudente: Cloto, Lachesi e Atropo, che concedono agli uomini il bene e il male. 
[Teogonia di Esiodo, vv. 900-906]

 Queste tre donne dimoravano nell'Ade, il regno dei morti della tradizione greca, e avevano l'aspetto di anziane. Il loro compito era quello di tessere i fili della vita di ogni essere umano sulla terra: più era lungo il filo, più l'uomo o la donna al quale corrispondeva sarebbe vissuto a lungo. In tale mansione ognuna delle tre donne aveva il proprio compito: Cloto, il cui nome significa in greco "io filo", filava lo stame della vita; Lachesi, la cui traduzione è "destino", avvolgeva il filo su un fuso e ne stabiliva la lunghezza; infine Atropo, l'"inflessibile" nonché la più anziana delle tre, recideva il filo di lino nel momento in cui sopraggiungeva la morte del malcapitato. A volte erano associate con Ilizia, divinità della nascita.
 Altre tradizioni affermano che le Moire fossero giovani fanciulle dall'aspetto severo, vestite con pepli decorati con stelle e che abitassero sull'Olimpo, in un palazzo di bronzo sulle cui pareti incidevano i destini ineluttabili degli uomini.
  Queste tre figure hanno fatto la loro comparsa anche nel film d'animazione Hercules, dove predicono il futuro al malvagio Ade attraverso un occhio che si scambiano vicendevolmente. In realtà, quest'ultima caratteristica è da attribuire alle Graie, le sorelle delle Gorgoni che Perseo incontra sul proprio cammino.  




 Le Parche romane

 Come tutte le divinità romane, anche le Parche traggono i propri attributi dalle Moire greche. In origine sembra che esistesse una sola Parca, che rappresentava il nome tutelare della nascita. Ben presto, però, le furono affiancate Nona e Decima, che presiedevano agli ultimi mesi della gravidanza.
 In seguito, assunsero progressivamente tutte le caratteristiche delle Moire. Come nel caso delle antenate greche, ognuna delle tre Parche controllava una fase della vita degli uomini: la prima filava, la seconda assegnava il destino della vita di ciascuno e l'ultima tagliava il filo.  Nel Foro romano vi era una statua che le rappresentava chiamata Tria Fata, "i tre destini"; infatti, proprio per la loro connessione con le sorti del mondo e dell'umanità, le Parche erano conosciute nel mondo romano anche con il nome latino di Fatae, coloro che presiedono al Fato. Al loro operato Dante dedica questi tre versi della Divina Commedia:

Ma perché lei che dì e notte fila,
non gli avea tratta ancora la conocchia,
che Cloto impone a ciascuno e compila…


[Divina Commedia, Purgatorio, Canto XXI, 25-27]  

 Nonostante tali divinità siano quasi totalmente assimilabili alle Moire, in realtà si possono notare delle sfumature leggermente diverse. Benché analogamente alle divinità greche fossero tre sorelle filatrici dal carattere scorbutico e dall'aspetto alternativamente giovane o anziano, esse non si limitavano a impersonificare solo il destino dell'uomo, ma anche le sue età della vita: nascita, matrimonio e morte. Quindi le Parche erano custodi anche delle fasi di evoluzione di ogni individuo e accompagnavano i fanciulli nel passaggio dall'infanzia all'età adulta e nella scoperta della sfera sessuale.





Le Norne norrene

 La concezione di un destino inevitabile, al di sopra degli dèi era comune anche in area germanica. Il fato è l'unico elemento eterno nell'austera mentalità norrena, secondo la quale ogni cosa, anche il mondo degli dèi, avrà una fine nel giorno del Ragnarök. Le divinità che incarnavano il fato ineluttabile erano chiamate Norne, dall'antico norreno norn, "[colei che] bisbiglia [un segreto]".
 Le origini di queste dee erano diverse: alcune appartenevano alla stirpe degli dèi Asi, altre dei Vani (cfr. "Asi e Vani" in questo blog), altre ancora facevano parte della razza degli elfi, mentre ulteriori fonti fanno risalire le Norne alla stirpe dei giganti del ghiaccio provenienti da Jötunheimr. In questo gruppo indistinto di divinità femminili, si potevano riconoscere Norne benevole, che accorrevano alla culla di un eroe per predisporgli un avvenire felice, ma molto più spesso la poesia eddica e scaldica fa riferimento a Norne ostili, latrici di una sorte sventurata o di morte. Sulle unghie di ognuna di queste erano incise le rune magiche, testimonianza del loro potere sul destino del mondo.
 Tuttavia, come nel caso delle Moire e delle Parche, anche da questa folta schiera di dee ne emergono tre, come ci ricorda L'Edda poetica in questi versi:

Da quel luogo vengono fanciulle
di molta saggezza,
tre, da quelle acque
che sotto l'albero si stendono.
Ha nome Urðr la prima,
Verðandi l'altra
(sopra una tavola incidono rune),
Skuld quella ch'è terza.
Queste decidono la legge,
queste scelgono la vita
per i viventi nati,
le sorti degli uomini. 


[Edda poetica - Völuspá - Profezia della Veggente XX]

 Le tre Norne principali, Urðr, Verðandi e Skuld, dimoravano presso una delle radici di Yggdrasill, l'albero cosmico che funge da asse del mondo nella tradizione germanica (cfr. "Alle radici dell'albero cosmico" in questo blog). Esse vivevano accanto a Urðarbrunnr, la "fonte del destino", e avevano il compito di irrorare l'albero con acqua e argilla affinché non marcisse né seccasse. Non mancano però altre fonti che affermano che la sede delle tre Norne si trovasse sotto l'arco formato da Bifröst, il ponte arcobaleno, dove queste intessevano l'arazzo del destino di ogni uomo; proprio come nella mitologia classica, a ogni filo della tela corrispondeva una vita umana la cui durata era proporzionale alla lunghezza del filo.
  Anche per quanto riguarda le funzioni delle tre Norne troviamo forti similitudini con le figure delle Moire e delle Parche, nonostante qualche aspetto inedito: Urðr, "destino", era la più anziana e sbrogliava la matassa dei fili della vita; Verðandi (dal verbo verða, "divenire"), probabilmente una figura più tarda, aveva le sembianze di una donna ed era responsabile della lunghezza del filo e del destino a esso sotteso (il filo poteva scorrere liscio tra le sue mani, oppure essere soggetto a nodi e ingarbugliamenti, che simboleggiavano le difficoltà dell'esistenza); infine Skuld ("debito", "colpa"), la più giovane, dall'aspetto di fanciulla, rappresentava il compito assegnato a ciascun essere umano durante la propria vita ed era inoltre colei che dava la morte recidendo il filo. 
 Possiamo notare che se le funzioni delle Norne sono identiche a quelle delle Moire e delle Parche, vi sono elementi peculiari apportati dalla tradizione norrena: l'aspetto delle tre divinità, che simboleggiano tre fasi diverse nella vita della donna, i loro nomi e le loro azioni le legano alle tre dimensioni temporali del passato (Urðr), del presente (Verðandi) e del futuro (Skuld). Per questo la leggenda vuole che alla nascita di ogni nuovo bambino le Norne si recassero presso la sua culla per stabilirne la sorte.
 Infine, ricordiamo che le Norne hanno forti legami con altre divinità minori della mitologia norrena, come le Valchirie (tra le quali si annovera una dea di nome Skuld, che probabilmente corrisponde alla terza Norna) e le Dísir, divinità legate alla fecondità, che non approfondiamo in questa sede.




 In quanto detto si può notare una spiccata componente fatalista da parte di tutte e tre le tradizioni culturali prese in esame. Un tempo l'uomo si sentiva più in balia di forze soprannaturali ignote e misteriose, che con il loro potere potevano decidere le sorti di ognuno.
 Oggi non è più così, ci sentiamo molto più sicuri dei nostri mezzi e tante volte ci sentiamo padroni dell'universo...finché non succede qualcosa che ci ricorda che non è così. Esiste sempre qualcosa che non possiamo controllare, che va al di là delle nostre possibilità e dell'umana comprensione, che si chiami Dio, Fato, Caso o quello che più ci aggrada. 
 Personalmente ho una concezione positiva del destino, non lo vedo come una gabbia o un finale tragico inevitabile come i nostri predecessori. Come mi ripeteva spesso la mia professoressa di filosofia sono convinta che questo destino sia una missione, un compito, un qualcosa di grande che ognuno di noi è chiamato a realizzare nella propria esistenza. Tutte le coincidenze ci portano da qualche parte e con le nostre capacità possiamo davvero arrivare in alto. Ora non ci resta che...vivere.





Fonti:
- CHIESA ISNARDI, Gianna, I miti nordici, Longanesi, Milano, IX edizione luglio 2014, pp. 303-306;
- Mitologia greca, "Le Mòire"; 
- Miti e...dintorni, voce "Moire";
- Sacerdotesse di Avalon, "Norne, Parche, Moire";
- "Moire" in Enciclopedia dell'antichità classica, Garzanti, Edizione Mondolibri, Milano, 2000, pp. 915-916;
- "Parche" in Enciclopedia dell'antichità classica, Garzanti, Edizione Mondolibri, Milano, 2000, p. 1047;
- Wikipedia, voce "Moire (mitologia)"; 
- Wikipedia, voce "Parche"; 
- Wikipedia, voce "Norne";
- Il Crepuscolo degli Dei, voce "Moire"; 
- Il Crepuscolo degli Dei, voce "Parche"; 
- Il Crepuscolo degli Dei, voce "Norne".



venerdì 3 gennaio 2014

"Il cavaliere senza morte" di Davide Van de Sfroos

De tera n'ho traversàda, de acqua n'ho cognussüda,
de veent n'ho inscè purtaa in di me sacöcc...
se sun sbassàa come un ramm de sàles, se sun smagiaa come un trunch de plàten
ma sun staa anca bel drizz cumè un ciprèss...
quaand che m'hann dii che'l mund girava ho cuminciaa a cürrech a'dree e adèss ho giraa püsse de luu... ma l'soo che ho mea vengiüü...

Ho pruvaàa el Martèll de Thor, i sgrafignaad de la Baba Yaga e Vainamöinen el m'ha insegnaa a cantà...
e quanti omen con scià na spada ho trasfurmàa in funtàn de saangh
e pò la Morrigan la passava a netà tütt...
quand che m'hann dii che'l muund cantava stori de Achille e de Cuchulain
me n'ho cupàa püsèe de luur... ma de canzönn n'ho mai sentüu...

E alura via anima in pèna a carcà el fuund de la damigiana
senza necorgéss che ho bevüü in del Sacro Graal...
vurèvi beev per desmentegà e ho guadagnaa l'immortalità
propi la sira che vurevi pruvà a crepà...
una Valchiria da segunda man e un
druido senza giüdizi
m'hann faa sultà deent nel teemp comè un precipizi...
e sun partii per la nuova gloria e ho vedüü merci la storia
cumè un Dio in armadüra ma a pè biütt...

Forsi per noia o per vanità, sun naa in söl fuund del laagh
per ritruvà la spada de Re Artù...
ma Excalibur serviss a un cazzo, e Viviana me l'ha dii
se a manegiàla ghè lè un rembambii...
quand che m'hann dii che 'l muund pregàva, ho pregaa püsse de lüü
e adess che ho tacaa la spada al müür... effettivamente la me paar 'na cruus...

E sun partii per la tèra santa, la lama in cieel e l'infernu in tera
perchè m'han dii che l'era santa anca la guera...
culpi de spada a furma de cruus culpi de spada a mezzalöena
che in paradis a tücc ghe spècia una pultrona...
e i m'hann dii che se'n cupavi tanti, scancelavi i mè pecàà...
che l'è diverso cupà quii giüst e quii sbagliàa...

Ma me pudévi piö murì... e quindi niente aldilà...
ho saraa i öcc e ho pruvàa a specià...
ho speciaa che la finiva e sun indurmentaa
ho verdüü i öcc e ho veüü i carri armàa...



 Alzi la mano chi ha capito qualcosa di questa canzone. Senza barare, mi raccomando! ;)
Il post di oggi sarà un po' diverso rispetto agli altri, perché stavolta voglio che sia il testo della canzone a farla da protagonista. 
 Se anche a una prima lettura non avete capito granché, non preoccupatevi. Del resto, anche per me, che sono di provenienza nordica, leggere il dialetto laghée (parlato soprattutto nella provincia di Como e Lecco) non è proprio semplice. Quel poco che conosco del dialetto delle mie zone (provincia di Varese e Milano), raramente l'ho visto messo per iscritto (mea culpa!) e fatico molto meno a capirlo quando lo sento parlare, che non quando lo leggo. Per non parlare delle piccole, grandi variazioni linguistiche che intercorrono tra i dialetti lombardi, perfino tra paesi distanti anche pochi chilometri.

 Ora basta però, non voglio tediarvi oltre. 
 "Perché questa canzone?" vi starete chiedendo. Vi ho dato un aiuto evidenziando delle parole chiave per noi, appassionati di mitologia. E molto probabilmente anche Davide Bernasconi, in arte Davide Van de Sfroos, il bravo autore della canzone, deve esserlo. Per chi non lo conoscesse, Van de Sfroos è famoso proprio perché compone canzoni in dialetto laghée e ha acquisito una buona visibilità partecipando a Sanremo 2011 con "Yanez". Poco più di un mese fa ho assistito a un suo spettacolo e anche lì ho notato delle allusioni a specifiche figure mitologiche. Ora non voglio dire che la mitologia sia parte integrante dei suoi lavori, ma a volte traspare un certo attaccamento alle leggende (soprattutto nordiche) da parte di questo cantante.

 In questa canzone Van de Sfroos fa un uso particolarissimo della mitologia. Se siete riusciti a intuire qualcosa riguardo al tema, nonostante lo scoglio linguistico, avrete intuito che si parla di un cavaliere che è condannato a girovagare per il mondo per l'eternità e a rimanere immortale dopo aver accidentalmente bevuto dal Sacro Graal. 
 Ovviamente le imprese più importanti di un cavaliere sono essenzialmente belliche. Il valore di un guerriero veniva misurato in base a quanti uomini riusciva a uccidere. Il nostro protagonista della canzone ci racconta di averne passate tante e di aver posto fine a numerose vite. Per narrare le proprie avventure cita numerosi personaggi mitologici che andrò qui a introdurre brevemente.

 Il primo nome che incontriamo è quello di Thor, la divinità che nel pantheon nordico è seconda solo a Odino, suo padre. Thor è il signore del tuono che attraversa il cielo sul suo carro trainato da due caproni. Egli sa essere cordiale, ma è un terribile flagello quando la collera si impadronisce di lui: i suoi occhi sprizzano lampi e le sue possenti grida sono più forti del mare in tempesta e degli ululati del vento. La sua arma temibile è l'inseparabile martello Mjöllnir, forgiato dai nani, abilissimi orafi, col quale difende il mondo degli uomini e degli dèi dagli attacchi dei Giganti.

Thor, dio del fulmine
 
 Subito dopo si parla della Baba Yaga, che avevo traslitterato in "Baba Jaga" nel post a lei dedicato (cfr. "Baba Jaga, la strega dell'est" in questo blog). Si tratta di un personaggio importantissimo quanto terrificante delle fiabe russe, che svolge la funzione delle nostre streghe. Baba Jaga ha infatti l'aspetto di una vecchia raggrinzita e ossuta ma dotata di un vorace appetito, tant'è che spesso tenta di mangiare i protagonisti delle fiabe dove compare. Si sposta sempre a cavallo di un mortaio (che dirige con un pestello) e il suo arrivo è annunciato dal fremito del vento e delle foglie degli alberi. Vive in una capanna dotata di due zampe di gallina, di modo che possa spostarsi agilmente da una parte all'altra della Russia. 

Baba Jaga, la strega russa

 Dopo qualche parola incontriamo Vainamöinen, protagonista del Kalevala, celebre poema che costituisce una delle fonti principali della mitologia ugro-finnica. Si tratta dell'eterno cantore, dotato di una grande saggezza e conoscitore della magia, nato da sua madre Ilmatar dopo settecento anni di gestazione. Per questo motivo,  Vainamöinen nasce già vecchio, all'epoca dell'origine del mondo. Per anni il cantore resta in balia del mare, ma alla fine riesce a raggiungere la terra ferma e a salutare il sole e la luna. È grazie a lui che Sampsa Pellervoinen semina la terra per coprirla di vegetazione e recita l'incantesimo per far spuntare l'orzo. Inoltre, Vainamöinen fa crescere una quercia talmente alta e florida da coprire interamente il cielo, che sarà abbattuta poi da un eroe con il benestare del cantore (vedi "Alle radici dell'albero cosmico - L'albero come asse del mondo nella tradizione europea" in questo blog).

Vainamöinen, l'eterno cantore

 Restando sempre nella zone nordica europea, Van de Sfroos cita la Morrigan, una delle dee della guerra della mitologia celtica irlandese. Tutte le dee della guerra rivestono in Irlanda anche un ruolo di rilievo nella sfera sessuale, che le ricollega simbolicamente anche alla sfera dell fertilità. Morrigan è amante di Daghda, divinità appartenente ai potenti Tuatha de Danann, il capo della tribù. In questo caso, l'unione della Morrigan con Daghda rappresenta l'unione della dea della fertilità con l'intera comunità. La Morrigan, come le altre divinità guerriere (Macha, Nemhain e Badbh) è anche in grado di trasformarsi e di apparire sotto  forma di animali (specialmente di corvo, che sorvola i cadaveri nelle battaglie) o di altri esseri umani.

La Morrigan, dea della guerra

 Veniamo ora a una figura che ci è molto più familiare delle altre, dato che appartiene alla nostra tradizione mitologica. Tutti infatti conosciamo Achille, l'eroe acheo più valoroso tra i partecipanti alla guerra di Troia. Figlio della nereide Teti e del mortale Peleo, Achille è per metà dio e possiede una forza straordinaria e un'invulnerabilità quasi totale. La madre Teti, infatti, lo immerse nelle acque del fiume infernale Stige perché divenisse invincibile senza bagnarne i talloni, poiché reggeva il figlio per i piedi. Achille è dunque l'eroe guerriero per eccellenza, dall'ira letale, che cerca di ottenere l'immortalità con la gloria acquisita nella guerra di Troia.

 
Duello tra Ettore e Achille


 Ciò che Achille rappresenta per la mitologia greca è rappresentato in quella irlandese da Cù Chulainn. Molte cose accomunano Achille e il più grande eroe irlandese: 
- Cù Chulainn, come Achille, è un semidio, poiché secondo varie versioni mitologiche è figlio del dio Lug e della principessa Deichtine, figlia di Conchobar, potente re dell'Ulster; 
- possiede una forza smisurata, con la quale è in grado fin da ragazzo di disfarsi senza problemi del cane da guardia di un fabbro, Culann (da cui Cù Chulainn, chiamato in origine Sétanta, prende nome); 
- l'ira lo trasforma in una feroce macchina da guerra, simile in questo caso a un vero e proprio mostro;
- Cù Chulainn è ansioso di dimostrare il proprio valore attraverso le armi, proprio come Achille.


Il giovane Sétanta con il cane Culann
 Altre figure che sicuramente abbiamo sentito nominare sono le Valchirie, celebri protagoniste della cavalcata musicata da Wagner. Queste donne leggendarie e affascinanti erano le emissarie femminili di Odino, la divinità principale del pantheon nordico. Il loro compito era quello di scegliere, sul campo di battaglia, gli eroi più valorosi che, una volta morti, avrebbero trasportato nel Valhalla, una stanza del regno di Asgardr costruita apposta per chi perdeva la vita valorosamente. Appaiono sovente come fanciulle armate di lancia ed elmo, che cavalcano a fianco di Odino su cavalli alati.

Le Valchirie, emissarie di Odino

 Infine, facciamo un tuffo nel Medioevo con le numerose citazioni del ciclo arturiano dei cavalieri di re Artù. Il leggendario sovrano è la figura chiave dei poemi del ciclo bretone, che racconta le vicissitudini guerresche e amorose di re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda. Uno degli episodi più famosi è sicuramente l'estrazione, da parte del giovanissimo Artù, della mitica spada Excalibur dalla roccia, arma dotata di prodigiosi poteri magici. L'altro oggetto citato nella canzone è il Sacro Graal, il calice che Cristo avrebbe utilizzato durante la sua Ultima Cena con i dodici apostoli  e che occupa un posto di rilievo nella Tavola Rotonda. Non a caso diverse fonti del ciclo arturiano narrano che fossero proprio dodici i cavalieri membri. Viviana, infine, è il nome spesso attribuito alla Dama del Lago, l'entità fatata che riconsegna Excalibur ad Artù dopo che la sua lama era stata spezzata. Il ciclo arturiano racconta anche che fu la fata a crescere Lancillotto e a far innamorare di sé il mago Merlino. L'astuta fata seppe sfruttare a suo vantaggio i sentimenti che il mago nutriva per lei, tanto che riuscì a carpire tutti i segreti magici di Merlino senza mai concedersi a lui.

La Tavola Rotonda di re Artù

 Tutte queste citazioni mitologiche non sono certo riportate come sfoggio di cultura. Possiamo osservare, infatti, ora che le conosciamo meglio, che quasi tutte le figure nominate hanno una stretta connessione con la guerra. E se continuiamo a leggere il testo della canzone, vediamo che dalla "guerra mitologica" si passa alle guerre "storiche" delle crociate, dove quella che era Excalibur sembra diventare a tratti una croce e a tratti una mezzaluna, i simboli dei due grandi contendenti del "sepolcro di Cristo". A questo punto il cavaliere è stufo, non vuole più combattere, ma non può nemmeno lasciarsi morire, poiché il potere dell'acqua del Santo Graal glielo impedisce.
 Allora il "cavaliere senza morte" decide di dormire. Il suo lungo sonno e la canzone finiscono al risveglio dell'eroe, che vede i carri armati.

  Le epoche passano, ma l'idea delle guerra è sempre presente nell'uomo, dai primordi fino all'attualità. Il nostro cavaliere è come una telecamera che riprende l'evoluzione dei vari conflitti bellici e ne scopre l'orrore attraverso le numerose esperienze che è condannato a vivere.
 Ecco che la mitologia guerresca diventa un'arma contro la guerra: ci sono talmente tanti guerrieri, tante figure assetate di sangue, che il cavaliere si stufa di combattere. La mitologia qui è usata non per esaltare la guerra, ma per risvegliare le coscienze, per suscitare un sentimento di rifiuto di tutte le atrocità commesse.
 Pochi giorni fa, in occasione della festività del primo giorno dell'anno, abbiamo celebrato anche più o meno (in)consapevolmente la giornata della Pace, che coincide con il 1° gennaio. Vorrei che questa canzone fosse di buon auspicio per il nuovo anno, che ci ricordi senza troppa retorica l'importanza della pace in tutte le parti del nostro pianeta.

Buon 2014!!!

P.S. E ora, visto che avete avuto la pazienza di leggere fino a qui, vi regalo la traduzione in italiano: 


Di terre ne ho attraversate, di acqua ne ho vista scorrere,
di vento ne ho così portato nelle mie tasche
mi sono abbassato come un ramo di salice, mi sono macchiato come un tronco di platano
ma sono stato anche bello dritto come un cipresso...
quando mi hanno detto che il mondo girava ho cominciato a rincorrerlo e adesso che ho girato più di lui... lo so che non ho vinto

Ho provato il Martello di Thor, i graffi della Baba Yaga, e Vainamoinen mi ha insegnato a cantare...
e quanti uomini armati di spada ho trasformato in fontane di sangue
e poi la Morrigan passava a pulire tutto...
quando mi hanno detto che il mondo cantava storie di Achille e Cuchulain
io ne ho uccisi più di loro... ma di canzoni non me ne hanno mai scritte...

E allora via anima in pena a cercare il fondo della damigiana
senza accorgersi che ho bevuto dal Sacro Graal...
volevo bere per dimenticare e ho guadagnato l'immortalità
proprio la sera in cui volevo provare a morire....
una Valchiria di seconda mano e un druido senza giudizio
mi hanno fatto saltare nel tempo come in un precipizio...
e son partito per la nuova gloria e ho visto marcire la storia
come un Dio in armatura ma a piedi nudi....

Forse per noia o per vanità, sono andato sul fondo del lago per ritrovare la spada di Re Artù...
ma Excalibur non serve a un cazzo, e Viviana me l'ha detto
se a maneggiarla c'è un rimbambito
quando mi hanno detto che il mondo pregava, ho pregato più di lui,
e adesso che ho appeso la spada al muro.... effettivamente mi sembra una croce.

E sono partito per la Terra Santa, la lama in cielo e l'inferno in terra,
perchè mi hanno detto che era Santa anche la guerra...
colpi di spada a forma di croce colpi di spada a mezzaluna
che in paradiso a tutti spetta una poltrona...
e mi hanno detto che se ne ammazzavo tanti, cencellavo tutti i miei peccati...
che è diverso uccidere quelli giusti o quelli sbagliati...

Ma io non potevo più morire.... e quindi niente aldilà...
ho chiuso gli occhi e ho provato ad aspettare
ho aspettato che finiva e mi sono addormentato
ho aperto gli occhi e passavano i carrarmati...




Fonti:
- Canzoni contro la guerra, testo e traduzione del "Cavaliere senza morte";
- GATTO CHANU, Tersilla (a cura di), Miti e leggende della creazione, Vol. I, Fabbri Editore, Milano, 2001;
- Bifröst, voce "Vainamöinen"; 
- Celticpedia, "La Morrigan"; 
- Il crepuscolo degli dèi, voci "Artù" e "Viviana".