mercoledì 28 novembre 2012

I calendari maya - Lo Tzolk'in

 Dicembre si avvicina, e così anche il giorno della terribile profezia maya che, secondo i giornalisti e gli inesperti, vorrebbe che il mondo finisse il 21 dicembre 2012.  In realtà non è così, perché per i maya questa data rappresenta la fine di un'era, che comporterà sì dei cambiamenti, ma non certo la fine del mondo! Per loro la fine conteneva già i germi di un inizio, quindi presupponeva una rinascita, un evento positivo. Quindi non c'è da preoccuparsi!
 In compenso, vorrei approfondire il discorso sul computo del tempo e sui calendari maya. Scrivo i calendari, al plurale, perché i Maya amavano talmente tanto calcolare e misurare il tempo che un unico calendario non gli bastava. Quindi i prossimi post saranno dedicati interamente ai calendari usati dagli antichi Maya, a scopo di capire veramente la loro filosofia del tempo e perché non bisogna temere il 21 dicembre 2012.

Una raffigurazione del calendario solare maya

 Il primo calendario di cui parlerò oggi è lo Tzolk'in. Lo Tzolk’in, il calendario più antico della Mesoamerica (probabilmente di origine olmeca), era il ciclo rituale, che serviva per le funzioni religiose. Il suo nome deriva da Tzol, “conto”, “ordine dei giorni” e K’in, ossia “giorno”, e quindi significa letteralmente “conto dei giorni”. In tutto, lo Tzolk’in era composto da 260 giorni e si basava su altri due cicli, più brevi: uno composto da cifre da 1 a 13 e un altro composto da 20 giorni. Dunque i nomi dei giorni dello Tzolk’in si componevano premettendo un numero dall’1 al 13 al nome di uno dei 20 giorni. A ognuno dei 20 giorni corrispondeva un glifo, legato alla divinità che patrocinava quella determinata giornata. Questi 20 giorni erano:
1. Imix, il primo giorno del calendario rituale, era dedicato a una divinità femminile, probabilmente una dea madre della fertilità.
2.  Ik’, il secondo giorno, significa “vento”, ed era connesso con la pioggia fertilizzante che permetteva la nascita del mais, ma anche con il dio del vento Kukulkan, inteso come soffio vitale, spirito e voce.
3.  Ak’bal, il terzo giorno, era associato alla notte e a esseri legati a questo momento della giornata, come il dio giaguaro, che rappresentava il cammino notturno del sole, e il serpente.
4.  K’an, il quarto giorno, etimologicamente significa “corda”, ma nel glifo di questo giorno compare un chicco di mais. Questo perché il glifo indicava anche Yum Kax, il giovane dio del mais, simbolo di abbondanza.
5. Chikchan, quinto giorno, rappresentava il serpente piumato e il pianeta Venere, concepito come stella del mattino.
6.    Kimi, il sesto giorno, era patrocinato dal dio della morte Yum Cimil ed era associato anche all’uccello Muan e altri volatili malauguranti.
7. Manik’, il settimo giorno, simboleggiava il cervo, poiché la divinità che presiedeva a questo giorno, Buluk Chabtan, era il dio protettore della caccia e del sacrificio umano, che si presentava proprio sotto forma di cervo. Nel Popol Vuh, il testo mitologico più importante della tradizione maya, tale divinità corrisponde a Tohil, connesso con la caccia, la concia delle pelli e ai sacrifici di sangue.    
8.    Lamat, l’ottavo giorno, nel glifo presenta una stella, forse Venere. La sua simbologia era connessa al coniglio e a Venere, ma non si conosce con precisione la divinità a esso associata.
9.  Muluk, il nono giorno, significa “giada”, pietra simbolo dell’acqua e connessa con una figura mitologica, Ah Xoc. Ma il patrono di questo giorno è Kinik Ajaw, “faccia di sole”.
10. Ok, il decimo giorno, si collocava alla metà di uno Winal, una ventina, che era un completamento di un ciclo di 20 giorni. Il nome significa “cane”, ed era dedicato a una divinità infera che accompagnava i morti nell’aldilà dei Maya, chiamato Xibalbá.

Alcuni glifi rappresentanti i giorni dello Tzolk'in
11. Chuwen, l’undicesimo giorno, significa “scimmia”, animale che rappresentava Ah Chicum Ek, la dea della stella polare che proteggeva gli scribi e gli artisti. Si trattava di una divinità doppia, raffigurata anche come una coppia di gemelli che dipingevano, intagliavano, scrivevano o si dedicavano ad altre attività artigianali.
12. Eb, dodicesimo giorno, era ritratto come un teschio, simbolo della pioggia. Eb era dedicato a una divinità nefasta, probabilmente Ixchel.
13. Ben, il tredicesimo giorno, era collegato al dio del mais che protegge la pianta nella prima fase di crescita.
14. Ix, quattordicesimo giorno, deriva da un termine arcaico che indica il giaguaro.
15. Men, il quindicesimo giorno, era raffigurato come una testa di aquila o di un altro uccello rapace ed era associato alla fase decrescente della luna. Forse era anche collegato alla dea dell’arcobaleno, Ixchel.
16. Kib, sedicesimo giorno, ha un nome che potrebbe significare “gufo”, ma era dedicato al dio delle api, che garantiva una produzione abbondante di miele.
17. Kaban, diciassettesimo giorno del calendario, corrispondeva alla testa di una giovane dea della terra, associata anche alla fase crescente della luna, al coniglio, alla fecondità e al mais.
18. Etz’nab, il diciottesimo giorno, significa “coltello di ossidiana”, l’arnese che si usava nei sacrifici umani e negli autosacrifici.
19. Kawak, diciannovesimo giorno del calendario, era rappresentato da nuvole poiché il nome significa “pioggia” o “tempesta”. Probabilmente la divinità che patrocinava questo giorno portava piogge e temporali distruttori, opposti alle piogge fertilizzanti.
  20. Ajaw, l’ultimo giorno del calendario rituale, rappresentava il volto del signore del sole. L’etimologia del nome rimanda a “re”, “signore”, titolo che veniva usato anche per rivolgersi ai sovrani, ai sacerdoti e alle divinità. Questo giorno era dedicato a Itzamna e a una divinità solare, Kinik Ajaw, ovvero un’altra forma di Itzamna.


 In teoria il computo dei giorni dovrebbe partire da 1 Imix, ma secondo il conteggio mitico il primo giorno dello Tzolk’in, cioè il giorno in cui tutto ebbe inizio, è 4 Ajaw. Da quest’ultima data parte anche il computo delle ere maya, quello che viene chiamato il “conto lungo”. 1 Imix, invece, è il giorno di partenza del calcolo delle ventine, chiamate Winal.
 Ogni giorno che passa entrambi i cicli avanzano di uno: avremo dunque 1 Imix, 2 Ik’, 3 Ak’bal, ecc., fino ad arrivare a 13 Ben. Da questo punto in poi la numerazione riparte da capo, ma non accade lo stesso per il nome dei giorni; si proseguirà dunque con 1 Ix, 2 Men, 3 Kib fino a 7 Ajaw. Dopo i nomi dei giorni ricominceranno da 8 Imix, mentre la numerazione continuerà, e così via. In questo modo, ogni giorno assume tutte le volte che si presenta un numero diverso da 1 a 13 secondo una sequenza sempre uguale: 1 – 8 – 2 – 9 – 3 – 10 – 4 – 11 – 5 – 12 – 6 – 13 – 7 – 1 – 8 ecc.
 Di conseguenza, il lasso di tempo che passerà tra due giorni che presentano lo stesso numero e lo stesso nome sarà equivalente al minimo comune multiplo tra 13 e 20, cioè 260 giorni, ovvero un intero ciclo Tzolk’in. 
 Questo calendario era importante anche per registrare le date di nascita delle persone della comunità, annotate proprio secondo lo Tzolk’in. A seconda del giorno in cui un individuo nasceva, si poteva capire quale sarebbe stato il suo destino. Dunque i Maya credevano che le caratteristiche di quel dato giorno e della corrispondente divinità protettrice influissero sulla vita dell’individuo, un po’ come il nostro oroscopo basato sui 12 segni zodiacali.

 Già da queste informazioni si può capire quanto i Maya tenessero in considerazione la misurazione del tempo, che diventava una vera e propria divinità, con aspetti multiformi. Per loro i calendari erano una cosa maledettamente seria, anche perché avevano una concezione ciclica del tempo. Finito un lasso di tempo, la storia ricominciava da capo, e gli eventi si ripetevano sempre uguali. Quindi era importante sapere cosa era successo nel passato per affrontare il presente e il futuro.
 Non c'è dubbio che in tutto ciò si nascondesse una grande saggezza e una forte volontà di imparare dal passato maggiore rispetto ad altre civiltà. Anziché preoccuparci della fine del mondo e dare retta ai falsi allarmismi, forse dovremmo prendere d'esempio i Maya per altri motivi. 



Fonti:
- ZAFFAGNINI, Gianni, I calendari maya - Oltre le paure della fine, Edizioni Sonda, Casale Monferrato (AL), 2011.

mercoledì 14 novembre 2012

Alle radici dell'albero cosmico - L'albero come asse del mondo nella tradizione europea

  Uno degli elementi più presenti nei miti e nel folklore delle popolazioni antiche è l’albero. Questo elemento naturale assume una grande varietà di funzioni, ma una più di tutte le altre rende evidente l’importanza che l’albero ha sempre rivestito nell’antichità: quella di centro e asse dell’universo.

 Di per sé, l’albero non è propriamente un motivo cosmologico, perché è innanzi tutto un elemento naturale che, per le sue caratteristiche, ha assunto una funzione simbolica. L’albero, in quanto tale, si rigenera sempre con il passare delle stagioni: perde le foglie, secca, sembra morire, ma poi ogni volta rinasce e recupera il suo splendore. Per queste sue caratteristiche, esso diventa non solo un elemento sacro, ma addirittura un microcosmo, perché nel suo processo di evoluzione rappresenta e ripete la creazione dell’universo. Inoltre, proprio per la sua estensione sia verso il basso sia verso l’alto, questo elemento ha finito inevitabilmente per assumere una valenza cosmologica, andando a costituire il perno dell’universo che attraversa cielo, terra e oltretomba e che funge da collegamento tra le zone cosmiche.
 Per questo, sono molte le popolazioni che nella propria cosmologia concepiscono l’esistenza di un albero sacro come asse del mondo. Tra queste, le popolazioni antiche europee testimoniano, nella religione e nella mitologia, una presenza massiccia di questo motivo. 

La Bibbia
 Un primo esempio lampante ci viene dalla Bibbia, dove si parla dell’albero della conoscenza del bene e del male posto al centro dell’Eden. È importante sottolineare che l’albero, in questo caso e negli altri che verranno esposti, si fa portatore anche della simbologia del centro, il luogo sacro per eccellenza, poiché è l’inizio e la fine di tutte le cose e sede dell’ordine cosmico. È proprio il centro il luogo di intersezione delle tre sfere cosmiche (cielo, terra e oltretomba), dove è possibile passare da una regione all’altra dell’universo. Per questo, solo pochi eletti riescono ad accedere a questo punto particolare, e non senza aver superato molte prove e difficoltà. Uno di questi ostacoli può essere rappresentato proprio dal custode dell’albero, che nella Genesi è il serpente tentatore di Adamo ed Eva. L’albero della conoscenza giocherà un ruolo centrale anche nelle vicende che riguardano la morte del Cristo: esiste infatti una leggenda cristiana che vuole che il legno della croce di Gesù coincida con quello dell’albero edenico. E, guarda caso, questa stessa leggenda fa corrispondere il punto della crocifissione del Cristo con il centro del mondo, dov’era stato creato e sepolto Adamo. Dunque la croce di Cristo, instaurando una continuità con l’albero edenico, si configura per i cristiani come sostegno dell’universo e incorpora così il motivo dell’albero come asse del mondo che collega il cielo, la terra e l’aldilà.

Adamo ed Eva colgono il frutto proibito dell'albero


La tradizione celtica
 Sempre rimanendo in ambito europeo, ci sono molti altri esempi di culture che, pur non essendo cristiane, presentano il concetto di albero cosmico nel proprio folklore. Nell’area celtica troviamo due specie arboree che assumono questo ruolo: la quercia e il frassino. In Gallia, la quercia è considerata la regina della foresta, perfetta, forte dei suoi imponenti rami e salda nelle sue ancor più grandi radici, per questo simboleggia la salda protezione e la forza primordiale, nonché l’abilità di sopravvivere. Tali attributi associati alla quercia non derivano però dalle sue caratteristiche naturali, ma da Giove, divinità a cui quest’albero è strettamente legato. La quercia, infatti, si presta bene a rappresentare la maestosità e la forza del dio romano supremo, il cui culto era diffuso anche tra i Celti gallici. Anche il frassino, chiamato Necht, rappresenta il motivo dell’albero cosmico, poiché possiede radici che penetrano molto in profondità nel terreno e rami spessi e forti. Per questa sua immagine di molteplicità e robustezza, nella mitologia celtica e norvegese il frassino è ritenuto lo specchio del mondo e dell’universo, poiché in quanto asse del mondo la sua estensione abbraccia gli inferi, la terra e il cielo. Esso è dunque un microcosmo, poiché riproduce in scala ridotta la struttura di tutto l’universo.

Yggdrasill, l'albero cosmico dei Germani
 Parlando del frassino, non si può non menzionare Yggdrasill, l’albero cosmico che sostiene tutti e nove i mondi dell’universo germanico che veicola una complessa simbologia. Yggdrasill ha tre radici, ma sulla loro collocazione vi sono tradizioni discordanti. Secondo il poema Grímnismál, contenuto nell’Edda poetica, la prima radice finisce nel regno di Hel, l’oltretomba, la seconda a Jötunheimr, dove dimorano i giganti della brina, e la terza a Midgardr, il mondo degli umani. Il Gylfaginning dell’Edda in prosa, invece, afferma che la prima radice va a Niflheimr, la regione infera dove si trova la sorgente Hvergelmir, la seconda a Jötunheimr (come dice anche il Grímnismál) e la terza ad Asgardr, presso la dimora celeste degli dèi Asi. In ogni caso, le tre radici non indicano tre zone terrestri, ma tre differenti modi di essere che si esplicano nei regni cosmici degli inferi, della terra e del cielo. Un’altra particolarità di Yggdrasill è la presenza minacciosa di un’abbondante fauna: lo scoiattolo Ratatoskr sale e scende lungo il tronco, sui rami sta appollaiata un’aquila che con il suo battito d’ali origina i venti, cinque cervi e una capra brucano le sue chiome e otto rettili, simili a draghi, rodono le sue radici. Tra questi, gli animali più rilevanti sembrano l’aquila e il più terribile dei rettili, Nidhöggr, che si scambiano vicendevolmente degli insulti attraverso lo scoiattolo Ratatoskr, che funge da messaggero. È proprio questo roditore il mezzo attraverso cui si sviluppa il conflitto tra cielo e terra, simboleggiato dagli screzi tra l’aquila e il rettile. Tutti questi animali mostrano la fragilità di quest’albero, che non è immune alla progressiva erosione della fauna e soprattutto del tempo. Quando Yggdrasill verrà abbattuto, il mondo attuale avrà fine, tutto ciò che esiste verrà distrutto per stabilire un nuovo equilibrio e un nuovo universo.

Yggdrasill, il perno dell'universo nordico


Il folklore slavo
 Se tra i Germani e i Celti è il frassino l’albero più importante, tra le popolazioni slave sono il larice e la betulla a fungere da assi del mondo. Queste due specie arboree riprendono il motivo di matrice uralo-altaica dell’albero cosmico che, crescendo al centro dell’universo, congiunge i tre livelli del mondo con le sue radici che scendono nelle viscere della terra e i suoi rami che toccano le nuvole. L'immagine appartiene a una comune concezione sciamanica presente dalle zone orientali d’Europa fino alla Siberia. L'albero cosmico è non solo l'asse che unisce cielo, terra e inferi, ma anche il tramite attraverso il quale lo sciamano è in grado di uscire dal nostro mondo per salire o scendere attraverso i molteplici livelli dell'essere. Per le popolazioni siberiane, il larice è l’albero cosmico lungo il quale scendono il sole e la luna sotto forma di uccelli d’oro e d’argento. Tale ruolo, però, come si è detto prima, può essere rivestito anche dalla betulla, che viene incisa con sette, nove o dodici tacche che rappresentano i livelli celesti. Questa può essere anche connessa talvolta al sole e alla luna; in questo caso assume la duplice funzione di padre e madre, maschile e femminile e anche quella di strumento della discesa dell’influsso celeste. 

La quercia del Kalevala
 La fonte della concezione slava dell’albero cosmico molto probabilmente deriva dalle popolazioni ugro-finniche, che in passato si sono insediate nella Scandinavia e in Russia. Nella mitologia di queste popolazioni, però, l’albero cosmico non è né un larice né una betulla, ma una quercia, che compare nel Kalevala, un poema epico finlandese composto da Elias Lönnrot a metà del XIX secolo. Nel secondo runo, in particolare, si parla di una quercia gigante che si estende in tutto il mondo, fino a coprire la luce del sole. Proprio per questo motivo, il saggio Väinämöinen ordina a un piccolo omino di rame venuto dal mare di abbattere la quercia, affinché il sole possa ancora scaldare la terra. L’abbattimento della quercia simboleggia la rottura dell'asse terrestre, la quale va probabilmente collegata con il fenomeno della precessione degli equinozi, quando il mondo passa da un’era alla successiva e un nuovo signore del tempo dovrà cedere il posto al vecchio.

Väinämöinen semina la terra per farne uscire i germogli, tra cui la quercia


 Com’è possibile notare, in Europa l’albero cosmico è un motivo che ricorre in culture anche molto diverse tra loro. Del resto, la relazione di questo elemento naturale con il trascendente non poteva essere trascurata; l’albero rappresenta la fertilità, l’abbondanza e il ciclo della natura che si rinnova miracolosamente ogni anno. Ecco perché una semplice pianta riesce a contenere l’infinità dell’universo.



Fonti:

- BROSSE, Jacques, Storie e leggende degli alberi, Edizioni Studio Tesi, Pordenone, 1989;
- CHEVALIER, Jean, GHEERBRANT, Alain, Dizionario dei simboli: miti, sogni, costumi, gesti, forme, figure, colori, numeri, Rizzoli, Milano, 1986;
- ELIADE, Mircea, Immagini e simboli: saggi sul simbolismo magico-religioso, Jaca Book, Milano, 1981;
-  ELIADE, Mircea, Trattato di storia delle religioni, Bollati Boringhieri, Torino, 2008;
-  GREEN, Miranda Jane, Dizionario di mitologia celtica, Bompiani, Milano, 2003;
-  GUÉNON, René, Simboli della scienza sacra, Adelphi, Milano, 1990;
-  LECOUTEUX, Claude, Dizionario di mitologia germanica, Argo, Lecce, 2007;
- WARNER, Elizabeth, Dèi, eroi e mostri della mitologia russa, Mondadori, Milano, 1985;

- Celticpedia, “Il bosco sacro celtico”;
- Bifrost, “La quercia gigante”;

mercoledì 7 novembre 2012

I jinn, i geni del male

 A tutti sarà sicuramente capitato di desiderare fortemente qualcosa. Tutti abbiamo dei sogni nel cassetto, delle cose che vorremmo ottenere, fare o identità che vorremmo rispecchiare. In quei momenti o ci rivolgiamo a qualche forza soprannaturale o pensiamo a quanto sarebbe bello avere la lampada di Aladino, con un genio che ci aiuti a raggiungere tutti i nostri scopi senza far fatica.
 Ebbene, oggi qui voglio distruggere l'immagine conciliante e consolatoria del fantastico genio blu elettrico che aiutava Aladdin a conquistare la bella Jasmine. Perché se da una parte i geni esistono davvero nella tradizione araba e musulmana, dall'altra bisogna dire che sono molto lontani dall'immagine del simpatico gigante blu della Disney. Il loro vero nome, poi, non è "genio", ma jinn o djinn.  

Il simpatico genio di Aladdin

Etimologia
 
 Questa denominazione deriva dal verbo arabo jānn, "celare", e in italiano viene appunto tradotta con "genio". In realtà, l'etimologia di questa parola è molto discussa; se alcuni la vogliono ricondurre semplicemente al latino genius, la maggior parte degli studiosi preferisce invece rifarsi alla radice aramaica presente nel termine, che ricondurrebbe al già citato significato di "nascondersi", "occultarsi". Inoltre, non è trascurabile la somiglianza fonetica di jinn con la Gehenna, il luogo infuocato della religione ebraica dove vengono purificate le anime malvagie.

I jinn prima e dopo l'Islam
 
 I jinn erano presenti nel folklore arabo ancor prima dell'avvento dell'Islam, ed erano creature in grado di sprigionare una grande forza malvagia, che poteva essere addirittura letale. Gli storici della religione islamica vedono in queste entità maligne i segni dell'ostilità dell'ambiente in cui vivevano le popolazioni della penisola arabica, in parte sedentarie e in parte nomadi.
 Più avanti, anche l'Islam accetterà l'esistenza dei jinn, attenuando, però, i loro tratti negativi. Con l'Islam, infatti, il jinn non è più una creatura necessariamente malvagia, ma è dotata del libero arbitrio, quindi può scegliere tra il Bene e il Male. Quindi esistono anche dei jinn buoni, convertitisi all'Islam dopo aver ascoltato le parole di Maometto. Questi sono esseri benefici per l'uomo e un esempio lampante si trova nelle Mille e una notte, nella fiaba in cui Aladdin libera il jinn rinchiuso nella lampada, che gli promette di realizzare alcuni suoi desideri. Per quanto riguarda i jinn cattivi, invece, l'Islam crede che possano interferire nella vita umana, ma non con la potenza malvagia di cui si credeva fossero dotati. Dopo l'avvento della religione musulmana, infatti, il jinn cattivo divenne uno spirito simile al poltergeist della mitologia nordica, che infastidiva con dei dispetti gli esseri umani, senza arrivare a essere letale.

La nascita dei jinn 

 L'origine di queste creature viene narrata proprio nel Corano, il libro sacro della religione islamica. In esso si afferma che i jinn sono creature a metà tra il mondo angelico e quello umano, che si differenziano da angeli e umani fin dal momento della Creazione. Infatti, mentre gli angeli nascono dalla luce e gli uomini dalla terra, Allah crea i jinn da un fuoco senza fumo:

Creammo l’uomo con argilla secca, tratta da mota impastata. E in precedenza creammo i Jinn dal fuoco di un vento bruciante 

[Corano XV: 26-27]

 Questi esseri creati dal fuoco vennero mandati da Allah stesso sulla terra contro i primi abitanti del pianeta, che avevano diffuso la corruzione e si uccidevano vicendevolmente. A capo dei jinn c'era il bellissimo Iblis, custode del tesoro del paradiso che risiedeva in cielo durante la notte e sulla terra durante il giorno. Eppure, quando Allah chiese agli angeli di prostrarsi davanti ad Adamo, fu proprio Iblis l'unico a rifiutarsi di farlo, in quanto riteneva l'uomo inferiore a lui perché fatto di terra:

«Eppur Noi vi abbiam stabiliti sulla terra e v'abbiam dato i mezzi per viverci: quanto poco siete riconoscenti!
Eppure vi abbiam creati, poi vi abbiam formati, poi abbiam detto agli angeli: "Prostratevi avanti ad Adamo!"
E si prostrarono tutti, eccetto Iblīs, che tra i prostrati non fu.
E disse Iddio: "Che cosa t'ha impedito di prostrarti, quando Io te l'ho ordinato?"
E quegli rispose: "Io sono migliore di lui. Me Tu creasti di fuoco e lui creasti di fango!"»

[Corano, VII: 10-12]

 Allah decise di punire Iblis per la sua superbia facendolo diventare un ribelle lapidato (shaytān rajim) tanto che il suo nome sarebbe un termine adattato dal greco diàbolos per indicare satana (shaytān) e che significa "afflitto", "disperato". Da quel momento in poi, Iblis cominciò a tentare l'uomo insieme a un esercito di jinn, che vollero seguire la sua sorte.
 Tuttavia, i jinn che dovessero arrecare danno agli esseri umani, verranno ritenuti da Allah responsabili delle proprie cattive azioni il giorno del Giudizio Universale. Quel Giorno, i jinn saranno giudicati allo stesso modo degli uomini, a seconda della condotta tenuta sulla terra. Come gli uomini, dunque, anche i jinn verranno distinti in buoni e malvagi a seconda del loro operato e Allah stesso deciderà a chi spetta il Paradiso e a chi la punizione. 

Azazil, l'angelo ribelle
Tipi di jinn

 Se leggiamo il Corano sembra che i jinn possano in qualche modo rispecchiare l'aspetto umano, perché sono anch'essi dotati di un cuore, occhi, orecchie e voci capaci di sedurre. In realtà, però, i jinn sono costituiti da un materiale simile alla nebbia, che può solidificarsi per assumere fattezze umane o animalesche. Questo è, infatti, uno dei poteri soprannaturali che distingue i jinn dagli esseri umani. Altre caratteristiche che dimostrano la natura prodigiosa di queste creature, sono l'abilità di muoversi a una velocità straordinaria e la facoltà di assumere il controllo delle menti e dei corpi di altri esseri.
 Oltre all'aspetto fisico e ai poteri soprannaturali, tutti i jinn sono poi accomunati dai luoghi dove preferiscono risiedere. Essi infestano le rovine, le case abbandonate, i grandi spazi aperti, come per esempio il deserto, luoghi sporchi e i cimiteri. In generale, i jinn prediligono gli ambienti dove l'ingiustizia si diffonde più facilmente, come posti affollati in cui si scambiano le merci. Da questo dettaglio si capisce che nel folklore arabo queste figure siano ritenute più maligne che benevole, anche se, come si è detto in precedenza, si riconosce l'esistenza di jinn buoni. 

 Nonostante queste caratteristiche comuni, i jinn possono essere distinti in vari tipi diversi tra loro. Nel Corano, Maometto enumera tre categorie di jinn: uno che può volare nell'aria, un altro che penetra nel corpo di cani e serpenti e uno che si sposta all'interno di un luogo limitato.
 Ma le tipologie di questi esseri sono molto più numerose e si distinguono  per delle caratteristiche peculiari. Gli spiriti più semplici, che non hanno tratti distintivi, si chiamano jinni. Gliʿimar (al singolareʿāmir)  abitano insieme agli uomini. Gli arwah (al singolare ruh) sono in grado di vedere i bambini. I jinn malvagi originati dalla luce o dal fuoco sono considerati satanici e sono chiamati shayatin (shaytān al singolare). I marid sono i jinn più arroganti e orgogliosi, ma possono esaudire i desideri dei mortali, una volta invocati attraverso dei rituali. Questi jinn possono anche essere imprigionati, sempre seguendo dei determinati riti. Ma la categoria più potente e più diabolica è rappresentata dagli ifrit, gli spiriti del fuoco dalle fattezze di uomini dalla forza eccezionale. Gli ifrit sono convinti di essere creature primigenie, perciò si ritengono superiori rispetto al resto del creato. Tuttavia, alcuni uomini hanno trovato il modo di esercitare il proprio controllo sugli ifrit attraverso formule magiche. Ovviamente gli ifrit mal sopportano questa loro condizione, così quando vengono invocati da qualcuno hanno un atteggiamento ironico e malizioso e, quando è possibile, non si fanno scrupoli a travisare gli ordini del proprio padrone.  
 La tradizione islamica riconosce i jinn satanici per alcuni comportamenti molto concreti: mangiano con la mano sinistra, si riuniscono al crepuscolo, prediligono luoghi di decadenza come i cimiteri e i bagni, entrano e vivono in case già abitate da umani, amano la corruzione, l'odio, la disubbidienza e la malvagità. Lo scopo di questi jinn è convincere le persona ad adorare idoli diversi da Allah. 

Un ifrit, lo spirito del fuoco


I ghoul  

 Nell'antico folklore arabo si parla di altre creature diaboliche, annoverate tra i jinn, ma con delle diversità non trascurabili: i ghoul. Costoro sono dei jinn a metà tra demoni e non-morti, dotati di un corpo materiale (e non fatti di nebbia, come i jinn di cui si è parlato in precedenza). Essi si presentano sotto forma di persone emaciate, completamente prive di peli e con lineamenti affilati. Hanno denti appuntiti, pupille enormi e pelle affetta da necrosi coagulativa. Tuttavia, in quanto jinn, anche i ghoul possono mutare forma, in particolare in iene e altri animali necrofagi.
 Sono dei jinn predatori, che danno la caccia a viaggiatori solitari, che possono inseguire anche per giorni interi. La loro vittime preferite sono giovani, o comunque esseri facili da uccidere. Ma non è infrequente che i ghoul ripieghino sulla necrofagia. Essi sono assidui frequentatori di cimiteri e di obitori e spesso profanano i cadaveri delle tombe.
 Queste loro abitudini alimentari li spingono a vivere in luoghi appartati, isolati oppure, con l'avvento della società industriale, nelle reti fognarie e nelle linee della metropolitana, da dove occasionalmente catturano dei senzatetto o dei mendicanti. Ma più vivono in solitudine nutrendosi di corpi morti, più subiscono degenerazioni fisiche che li differenziano dagli esseri umani.


Un ghoul

 Insomma, si tratta di un quadretto molto differente da quello presentato dal film Disney, vero? 
 I jinn sono molto più simili ai nostri diavoletti o, sempre tornando ad Aladdin, al cattivo Jafar, quando assume le sembianze e i poteri da genio. Però dobbiamo dire che, alla luce di quanto si è detto, esistono anche dei jinn buoni, che vivono con gli uomini e che forse addirittura realizzano i desideri.
 Se incontrassi uno di questi jinn buoni forse nemmeno gli chiederei un aiuto concreto, non gli chiederei di realizzare i miei sogni qui e ora. Ma gli chiederei di mostrarmi la strada da percorrere, gli chiederei cosa devo fare, o qualche altro consiglio. Purtroppo, per i giovani ora serve davvero il genio della lampada per trovare il proprio posto nel mondo.


Fonti:
- Wikipedia, voce "Jinn";
- La zona morta, articolo "I jinn, signori dei desideri"; 
- Freeonda-Revolution, articolo "Leggende e misteri sui jinn".

mercoledì 24 ottobre 2012

L'urlo della banshee


 Una cosa che amo molto della mitologia celtica è la sottile vena di malinconia che la pervade. Gli antichi Celti erano molto dediti alle armi, come dimostra la loro mitologia, sempre intenta a raccontare qualche conflitto. Però in mezzo a tutti gli episodi bellicosi, si trovano storie piene di profondità e di sentimenti autentici. Purtroppo molte di queste storie non hanno un lieto fine, ma a parer mio sono delle presenze di valore in una tradizione come quella celtica. Questo sottile strato di tristezza infatti contribuisce a dare profondità a racconti dove le guerre e la magia fanno la parte del leone.
 La presenza di figure malinconiche fin dalle prime narrazioni popolari ci può far capire il motivo per cui il Romanticismo (inteso come movimento artistico-letterario, non nel significato odierno) abbia trovato terreno fertile nelle isole britanniche. Voglio oggi presentare una delle creature misteriose e tetre tipiche del folklore irlandese e scozzese: la banshee.

 Il termine deriva dalla fusione di due termini gaelici: bean, "donna" e sidhe, riconducibile o a sith, "fata", o a sid, "collina delle fate". L'intero nome banshee, dunque, significa "donna del colle delle fate". In Irlanda è conosciuta anche come ban caointe, la "piangente", mentre nelle highlands scozzesi la banshee è chiamata anche bean nighe, ovvero "la piccola lavandaia del guado". Esiste anche un equivalente maschile di questa creatura, il far shee o, in lingua irlandese, fear sidhe.

Una banshee che vola nel freddo vento di marzo


 Nell'antica tradizione celtica, la banshee era una dea protettrice della comunità sociale e della zona in cui essa era insediata, ma con l'avvento del cristianesimo passò a esercitare il ruolo di una semplice fata.
 Si può dire che fosse uno spirito che assumeva la forma o di una splendida giovane, o di donna matura o di un'anziana nell'atto di cantare o di piangere. Infatti, una caratteristica tipica della banshee sono gli occhi arrossati dal pianto o un velo che l'avvolge. Portava vesti di vari colori, ma solitamente prediligeva il bianco o il rosso, i colori che nella tradizione celtica richiamavano il mondo dei morti. I suoi capelli erano lunghi e fluttuanti, che amava pettinare con un pettine d'oro o d'argento. 
 Il compito della banshee era quello di proteggere il clan e la famiglia a cui era associata. Secondo l'antico folklore irlandese, la banshee piangeva solo per le principali famiglie nobili: gli O'Neill, gli O'Brien, gli O'Connor, gli O'Grady e i Kavanagh. Per questo, se qualcuno era in grado di udire l'urlo disperato della banshee poteva dirsi nobile. Tuttavia, in seguito a matrimoni con altre famiglie, la lista di chi poteva sentire i lamenti della banshee si allungò notevolmente. Addirittura la banshee riusciva a controllare i componenti della famiglia che proteggeva anche quando questi emigravano in altri Paesi, come l'America. 

 Il tratto peculiare della banshee resta però il suo sonoro lamento. Le sue urla prendono il nome di keening, dalla parola gaelica caoineadh, cioè "lamento", ed era la prima avvisaglia della presenza di questa creatura. Il suo pianto fragoroso era dovuto all'imminente morte di un membro della famiglia protetta oppure, in rari casi, si trasformava in un pianto di vittoria se la morte toccava a una persona di una famiglia avversaria.
 Ma quasi sempre il grido disperato della banshee nasceva dal dolore per l'imminente perdita di quello che ella stessa considerava uno dei propri "cari". Per questo la banshee di solito è vista come una figura portatrice di sventura, uno spirito maligno che annuncia una disgrazia. Questa sfortunata caratteristica della banshee la porterà, dallVIII secolo in avanti, a essere classificata tra le creature malvagie. Più avanti, poi, verrà rappresentata come uno spirito in grado di uccidere con il suo solo grido.

Una banshee dalle sembianze di un'anziana in lutto


 Vi sono delle banshee che hanno raggiunto nel tempo una maggiore notorietà delle altre. Una di queste è Aibhill, legata alla famiglia irlandese degli O'Brien, che la notte prima della battaglia di Clontarf (1014) era apparsa al re Brian Boru nell'atto di lavare i panni dei soldati finché l'acqua non si fosse tinta di sangue. In questo modo, il sovrano capì che sarebbe andato incontro a morte certa durante la battaglia.
 Anche le banshee scozzesi sono molto popolari. Una leggenda racconta che un certo Lord Airlie una volta uccise un giovane suonatore di tamburello incastrandolo nel suo strumento e facendolo precipitare dalle mura. Da questo momento in poi, la banshee protettrice della dinastia Airlie si presentò sempre con un suono di tamburello ogni volta che uno dei nemici della famiglia stava per morire.
 Un'altra leggenda, invece, fa riferimento alla bean nighe, che si aggirava vicino ai torrenti per lavare via il sangue dai vestiti di chi era prossimo alla dipartita. Il folklore scozzese identificava le bean nighe con spiriti di donne morte di parto, che non riuscivano a trovare pace e vagavano sconsolate in attesa di una vera e propria morte. La bean nighe era tutt'altro che avvenente, poiché aveva un naso con un'unica narice, un enorme dente sporgente e i seni penduli. Tuttavia, chi fosse riuscito a bere il latte del suo seno sarebbe divenuto figlio adottivo della bean nighe, che si sarebbe impegnata a esaudire un suo desiderio.

Una bean nighe lava gli indumenti al fiume


 Anche se questa creatura preannunciava la morte imminente di un familiare, non riesco a ritenerla uno spirito di sventura. Si dice spesso che "ambasciator non porta pena", ma la realtà è un'altra. Chiunque nota per primo delle cose non giuste o negative rischia sempre di fare l'uccello del malaugurio e viene incolpato addirittura di attirare cattiva sorte. 
 Eppure non è così. Non possiamo puntare il dito contro chi è "colpevole" solamente di rivelarci una verità scomoda. Ciò che non va è la realtà, non la persona che erroneamente consideriamo menagramo. Quindi anziché prendercela con chi non c'entra, o ci rassegnamo al destino, o tentiamo di cambiarlo. In meglio.




Fonti:
- Wikipedia, voce "Banshee";
- Celticpedia, articolo "La Banshee";
- Il boschetto di Ylith, articolo "Banshee: la fata della morte".

venerdì 19 ottobre 2012

I vampiri africani

 Tempo fa avevo scritto un articolo sui vampiri, cercando di risalirne alle origini. Mi sono concentrata principalmente sulle figure vampiriche europee per ragioni di spazio, ma l'idea del vampirismo era diffusa presso le popolazioni antiche anche al di fuori del nostro continente. 
 Quello che mi propongo di fare, dunque, è completare in qualche modo il discorso sui vampiri prendendo in considerazione di volta in volta le culture extra-europee, di solito non molto conosciute. Oggi voglio trattare delle creature vampiriche africane.

 Nel continente nero, il vampirismo è collegato con i riti tribali, tra cui anche quelli vudù (cfr. art. "La religione vudù" in questo blog). Gli sciamani e gli stregoni, infatti, sono associati di solito a fenomeni di cannibalismo, vampirismo e necrofagia. In questi casi, i vampiri sono delle creature demoniache che fungono da messaggeri tra le streghe, gli sciamani e le forze del male a cui essi si appellano per svolgere i loro riti. Questi vampiri sono detti familiari per la funzione che svolgono e sono spesso degli animali, come i granchi giganteschi chiamati nkala. 
 Altri servi di streghe e sciamani sono poi lo nyalumaya, una scultura in legno che ha acquisito la vita, e il khidudwane, un cadavere riportato in vita che obbedisce agli ordini di chi l'ha "resuscitato" e che può, con il solo sguardo, assorbire il sangue.
 Ma il più terribile tra i familiari delle streghe è l'impundulu, uno spirito o uno zombie che è noto soprattutto nella regione del Capo, in Sudafrica. Questo servo è caratterizzato da una sete insaziabile di sangue, che può provocare dei frequenti atti di insubordinazione nei confronti della propria padrona. Infatti, può capitare che sia lo stesso impundulu a costringere la strega a inviarlo a mietere vittime durante la notte per placare il suo appetito e, soprattutto, per evitare di rimanere uccisa lei stessa. Se poi questa creatura uccide di propria iniziativa, prende il nome di ishologu. Un'altra caratteristica peculiare dell'impundulu, è che viene tramandato di madre in figlia, di solito per infliggere sofferenze ai nemici. Tuttavia, si è visto come sia difficile controllare un essere di questo genere, anche perché a volte si presenta alla strega sotto forma di un giovane avvenente, allo scopo di diventarne l'amante.   

Un affamato impundulu


 Oltre alla categoria degli spiriti malefici, ve ne sono altre due che possono rientrare nei parametri del vampirismo: i non-morti e perfino dei viventi. Nel novero delle crature viventi dobbiamo considerare le streghe-vampiro, che sono di varie tipologie. Queste sono in grado di rubare l'essenza vitale a vittime ignare durante la notte e si dice che si appostino addirittura sulle capanne per succhiare il cuore degli abitanti. Il vampiro più pericoloso è l'obayifo, popolare presso gli Ashanti nella Costa d'Oro africana. Questo essere è in grado di trasformarsi in un globo di luce e di succhiare il sangue dei bambini, le sue vittime preferite. L'obayifo è anche un terribile distruttore dei raccolti che incontra nel suo percorso casuale.
 I tratti terribili di questa figura la rendono nota anche presso altre tribù, come gli Ewe della zona sud-est del Ghana e del sud del Togo, che la identificano con il nome di Adze. Si tratta di una strega-lucciola o mosca, che attacca soprattutto i bambini succhiando il loro sangue e che beve olio di palma e latte di cocco, distruggendo le palme. Se catturata, questa strega prende forma umana.
 Tutte le streghe, comunque, sono ritenute degli esseri pericolosi. Esse si riuniscono in particolari cerimonie (in Europa note come sabba), dove a turno bevono dalla baisea, una grande coppa contenente sangue, per aumentare il proprio potere.

Un'Adze in azione


 Da ultimo, non possiamo non parlare dei non-morti, i famosi zombie tipici dello sciamanismo africano. In Guinea gli stregoni risvegliano i morti per farli diventare loro schiavi, inibendo il loro libero arbitrio pintando nel cervello degli zombie dei chiodi appuntiti. Questi non-morti sono chiamati isithfuntela e possono ipnotizzare la vittima con la sola forza dello sguardo.
  Altri esseri che si originano dai cadaveri sono i mutala, che costituiscono la parte malvagia dell'anima del defunto che non riesce a trovare pace. Il mutala ha le sembianze di un torso umano privo di arti inferiori che si trascina sul suolo solo con la forza delle braccia. Anche quest'essere è una creatura notturna, che si impossessa della forza vitale delle proprie vittime strappando loro i capelli.
 Un'altra anima che nonn riesce a trovare pace è il wusangu, una sorta di cadavere che però non riesce a morire, nemmeno dopo la sepoltura. Il wusangu, però, a differenza degli altri esseri vampirici che abbiamo nominato, non è aggressivo e non attacca le persone, ma si limita a emettere sonori lamenti. In più, questa sfortunata figura soffre di un'amnesia cronica.
 Molto più pericoloso è invece il loango, lo spirito inquieto di uno stregone defunto, che girovaga per i boschi alla ricerca di sangue da sottrarre alle proprie vittime, poco importa se umane o animali.   

 Un altro vampiro africano che vive nelle foreste è poi l'asanbosam del Ghana del sud, della Costa d'Avorio e del Togo. Questa creatura ha sembianze umanoidi, denti appuntiti e durissimi e uncini agli arti inferiori, coi quali ghermisce i passanti per condurli nel proprio nido, di solito in cima a un albero, dove può consumare il pasto in santa pace.

Un asanbosam appostato su un albero


 Le popolazioni africane hanno cercato vari modi per fronteggiare la minaccia di queste creature terribili.
 I Bantu, gli Obang e i Keaka hanno pensato di riesumare i corpi di coloro che in vita erano sospettati della pratica di stregoneria per sventrarli in pubblico, in modo da far uscire il familiare. Questo assumeva la forma di un uccello nero, un ratto o un pipistrello, che si deve eliminare immediatamente se non si vuole che il cadavere esali un'escrescenza maligna, chiamata ko'du.
 Per quanto riguarda i corpi dei vampiri, le popolazioni africane li bruciano in occasione di notti senza luna o li inchiodano al suolo.

 Ancora una volta, dunque, il vampirismo si associa alle donne, soprattutto alle streghe. Tuttavia, non vi è una discriminazione di genere, poiché tanto le donne quanto gli uomini potevano praticare la magia nera. Quindi la vera novità del vampirismo africano è la sua stretta connesione con la ritualità maligna e la stregoneria, che esercitavano dei comuni esseri umani.
 Questa costituisce una novità rispetto ai fenomeni di pre-vampirismo europeo di cui si è trattato in precedenza, che erano invece connessi con delle vere e proprie divinità dell'oltretomba.
 Forse questa concezione africana vuole dirci che il male non è esterno all'uomo, ma si trova all'interno, come i familiari che infestano il corpo dei loro padroni. E' troppo facile attribuire alle circostanze e agli altri la colpa delle proprie cattive azioni.
 Dovremmo tutti imparare dai nostri fratelli africani, che probabilmente questo l'avevano imparato prima di noi.


 Fonti:
- Wikipedia, "Il vampiro nel folklore africano";
- Sito internet Vampiri.net, "Miti e leggende: i vampiri africani".

venerdì 5 ottobre 2012

La birra, un liquido divino

 Questo articolo capita in maniera assolutamente fortuita. Di solito per scrivere i miei post inizio da un'idea riguardo a un personaggio fantastico o a creature mitologiche che mi incuriosiscono e che voglio conoscere meglio. 
 Stavolta invece l'input è arrivato in una birreria a partire dalla lista dei panini che offriva la cucina. Siccome erano nomi stranissimi e alcuni li avevo riconosciuti come nomi di divinità del mondo antico, mi sono appuntata tutti gli altri che non conoscevo (che non erano pochi!). Così oggi mi sono messa a fare ricerche su internet e ho scoperto che tutti quei nomi erano connessi con tipi antichi di birra, elaborati da varie popolazioni. Nella mia ricerca, poi, sono venuta a conoscenza di miti e rituali sacri connessi con la birra, che era ritenuta una bevanda importante già dai popoli antichi.
 Naturalmente ho trovato anche notizie sulle varietà di birra prodotte nei secoli, ma qui preferisco parlare del suo aspetto mitologico e sacrale, in primo luogo perché credo sia più affine allo spirito di questo blog, in secondo luogo perché data la mia ignoranza e mancanza di predisposizione per la comprensione di determinati processi farei bene a non parlare di argomenti che non mi competono.

 La storia della birra si perde nell'alba dei tempi, tanto che non si ha la certezza assoluta su quale popolo debba ritenersi l'inventore della bevanda. Ne parlano iscrizioni sumere, papiri egizi e addirittura si ricordano tradizioni azteche e cinesi di produzione della birra a partire rispettivamente da mais e riso. 
 Per quanto riguarda l'area mesopotamica, una stele sumera di circa 6000 anni fa documenta l'esistenza della birra. Tra i Sumeri, infatti, esistevano già diverse varietà di birra (chiare, scure, rosse, leggere, forti, ecc.), che era stata inventata, secondo la mitologia, dalla dea Ninkasi. Proprio l'inno a questa divinità costituisce una delle più antiche ricette della birra:

Ninkasi, tu sei colei che cuoce il bappir [pane d'orzo cotto due volte] nel grande forno,

Che mette in ordine le pile di cereali sbucciati,Tu sei colei che bagna il malto posto sul terreno...
Tu sei colei che tiene con le due mani il grande dolce mosto di malto...
Ninkasi, tu sei colei che versa la birra filtrata del tino di raccolta,

È [come] l'avanzata impetuosa del Tigri e dell'Eufrate
 Ninkasi, la dea sumera della birra
  
 Sempre in Mesopotamia, troviamo tracce della birra anche nel codice del re babilonese Hammurabi che, tra le altre cose, regolamentava il comportamento delle ostesse (la birra era infatti venduta solo da donne) nel commercio della birra. Questa bevanda, presso i Babilonesi, aveva un'importanza fondamentale nei riti funebri, durante i quali veniva consumata in onore del defunto in qualità di rito propiziatorio. Inoltre la stessa Ishtar, la dea madre del pantheon babilonese, traeva forza proprio dalla birra.  
 Anche nell'antico Egitto questa bevanda era ricollegata a delle divinità. E non erano divinità qualunque, visto che si trattava di Iside e Osiride, ritenuti gli inventori della birra. Oltre a usare tale bevanda nelle cerimonie funebri, gli Egizi la impiegavano anche a scopo medicinale e nell'alimentazione quotidiana; infatti, perfino i bambini venivano abituati a bere birra, poiché rappresentava sia un nutrimento sia una medicina. Il liquido veniva offerto in particolar modo alle gestanti, per favorire l'allattamento.

 Si può così notare come nel mondo antico questo liquido venisse associato alle divinità femminili della terra e dei cereali. Oltre alla dea babilonese Ishtar, la birra nel mondo romano venne chiamata cerevisia in onore di Cerere, la dea delle messi. Come succedeva spesso nella cultura romana, si trattava della ripresa di una tradizione greca, che prevedeva il consumo della bevanda durante le feste in onore di Demetra, l'equivalente greca della Cerere romana sopra citata. Nonostante nel mondo classico il vino la facesse da padrone, dunque, anche la birra si ritagliò un ruolo importante, soprattutto durante le Olimpiadi, dove agli atleti era proibito bere vino.
 Altre leggende provenienti da vari paesi dimostrano l'esistenza dell'associazione birra-donna in quanto simbolo di fertilità. Una di queste vuole che fosse stata proprio una donna a produrre per prima la birra. Questa si era dimenticata fuori dalla propria abitazione un contenitore con dei cereali durante la pioggia. I cereali macerarono nell'acqua e fermentarono naturalmente grazia al successivo calore solare.
 Una saga nordica narra di un re vichingo che, dovendo scegliere una moglie tra due donne, volle sposare quella che avrebbe prodotto la birra migliore. La futura prescelta invocò Odino, il quale usò la propria saliva come lievito fermentante nella preparazione della bevanda. Da quel momento in poi, la birra fu investita del potere di trasmettere la conoscenza esoterica e la donna doveva vegliare durante il momento della fermentazione.
 Anche in Scandinavia e nelle repubbliche baltiche la donna aveva un rapporto particolare con la birra. Il Kalevala, il più grande poema epico finlandese, nel ventesimo runo parla di Osmotar, la ragazza che scoprì il segreto del processo di fermentazione attraverso l'uso di ingredienti e riti she simboleggiano un'unione mistica sessuale. In Lituania, invece, un rito della fertilità praticato fino al XVI secolo prevedeva che la ragazza più alta del villaggio, in equilibrio su un solo piede sopra una panca, bevesse e offrisse birra al dio Waizganthos, che presiedeva alla crescita delle messi di lino.
 Ovviamente, se le donne potevano propiziare la produzione della birra, potevano anche porre degli ostacoli alla fermentazione, come nel caso delle streghe. In alcuni casi, si pensava che durante particolari giorni del ciclo, le donne esercitassero un'influenza negativa sul lievito, minacciando la buona riuscita della fermentazione.

 La birra però non è associata solo alle figure femminili. Se ci spostiamo verso il nord Europa, infatti, essa si insinua nei rituali e nei miti che non sono necessariamente connessi con la fertilità o con le donne.
 Vi sono diverse leggende che individuano vari personaggi come inventori della birra, quali il mitico re Gambrinus delle Fiandre, Radigost, il dio slavo dell'ospitalità o un certo Charlie Mopps, protagonista di una canzone diffusa nei pub inglesi:

Molto tempo fa, indietro nella storia
quando tutto quello che c'era da bere erano solo tazze di the, 
arrivò un uomo chiamato Charlie Mopps 
ed egli inventò la meravigliosa bevanda, e la fece con il luppolo.


Radigost, il dio dell'ospitalità


  
 Tacito racconta che tra i Germani c'era l'usanza di bere birra a volontà nelle assemblee prima di deliberare, poiché in questo modo credevano che si favorisse il contatto con gli dèi e i defunti. 
 Inoltre, nella tradizione vichinga la birra è concepita come una bevanda sacra adatta ai guerrieri, poiché poteva conferire loro la forza della terra. Odino stesso raccomandava ai guerrieri di consumarla per favorire le proprie prestazioni durante la battaglia, a patto che poi l'uomo riacquistasse il senno. I guerrieri bevevano la birra in corni con incise rune sacre, di modo che se un nemico vi avesse aggiunto del veleno, il corno si sarebbe spezzato. 
 Sempre nei paesi nordici, vi sono leggende che si intrecciano con gli spiriti maligni. Questi si annidavano nei locali dove si preparava la birra a andavano esorcizzati con spruzzi di mosto e della bevanda stessa. Nel caso questo non bastasse, la notte, nella stanza dove si produceva la birra, veniva lasciato di guardia il gatto di casa, che aveva il compito di scacciare il più malvagio degli spiritelli, Okorei. Costui, infatti, protetto dalle tenebre notturne, rubava la birra e faceva inacidire quella che non riusciva a portare via con sé.  
 In generale, poi, vi era la credenza secondo la quale non si dovevano sbattere le porte o far vibrare i pavimenti di legno della stanza dove si preparava la birra per non "spaventare" il lievito. Ciò era dettato dal fatto che, per far avvenire regolarmente la fermentazione, bisognava evitare ogni corrente d'aria e ogni minimo scuotimento del mosto.   

 Infine, non si può non menzionare la cultura celtica, dove la birra compare praticamente ovunque. Queste popolazioni stimavano molto le proprietà della birra e dei grandi e preziosi calderoni come quello di Gunderstrup, risalente al II secolo a. C., venivano riempiti fino all'orlo della bevanda in occasione di vari rituali.
 Ovviamente, una bevanda così importante a livello religioso, non può essere assente nelle narrazioni e nella mitologia delle popolazioni celtiche. In primo luogo ricordiamo due "signori della birra": Cernunno, il dio degli animali e il fabbro Goibniu, che in Irlanda serviva la birra ai potenti Tuatha Dé Danann, degli esseri divini in possesso di facoltà straordinarie.
 Sempre in Irlanda si narra la leggenda di Mag Meld, un eroe che carpì il segreto della fabbricazione della birra ai terribili Fomori, i dominatori dell'isola prima dell'arrivo degli uomini. Mag Meld svelò il segreto agli antenati degli Irlandesi, che poterono godere delle virtù della mistica bevanda, la quale conferiva ai Fomori forza straordinaria e immortalità. Grazie all'opera di Mag Meld, assimilabile in qualche modo al classico Prometeo, i mostruosi Fomori perdettero il loro potere e vennero in seguito scacciati dall'isola. Proprio da questo eroe prese nome la mitica terra dell'Oltremondo del folklore irlandese, chiamata anche Avalon, Tir Na Nog o Anwynn. Si trattava di una terra sotterranea, dove non esistono né morte né malattie e dove l'esistenza è sempre piacevole e dolce, comparabile a un'eterna primavera. 
  
Goibniu, il fabbro dei Tuatha Dé Danann

 Dopo aver scoperto così tante leggende e credenze sulla birra, non si può evitare di vedere questa bevanda con occhi diversi. Dedico questo articolo a tutti gli appassionati di birra, tra cui il mio moroso, a cui auguro di cuore di riuscire un giorno ad aprire una birreria. Quando c'è la passione per qualcosa di quotidiano, come in questo caso la birra, si va oltre i confini reali dell'oggetto, lo si investe di caratteristiche che vanno al di là delle sue reali virtù. Ma è proprio questa la magia necessaria al giorno d'oggi, per contrastare il grigiore dei nostri tempi. E allora, come dice il Kalevala,


Cara birra, amata bevanda, non lasciarti bere invano! 
Induci gli uomini al canto, fa che dispieghino le loro voci d'oro!



Fonti:
- Sito internet AssoBirra, articolo " La storia e i miti della birra";
- Wikipedia, voce "storia della birra";
- PELOSINI, Giovanni, "Miti e simboli della birra".