martedì 28 maggio 2013

Il gigante d'argilla: il golem

 "polvere sei e polvere tornerai!"
 [Genesi 3, 19] 

 Queste sono le parole con le quali Dio maledice Adamo dopo che questi, insieme alla moglie Eva, si era cibato del frutto proibito.
 Una frase senza dubbio suggestiva, che ogni volta che viene pronunciata rammenta al genere umano le sue umili origini. Secondo la Bibbia, infatti, l'uomo venne creato con la terra e con la saliva di Dio. Provate a pensare al suolo su cui camminiamo ogni giorno, che giace al di sotto del cemento nelle città o che è soffice e malleabile in campagna. Pensate alle cavità che portano nel profondo della terra, oscure e a volte pericolose. Questo elemento è sempre stato percepito come uno dei cardini del mondo e per questo è presente in svariati modi nelle tradizioni mitologiche antiche. Molte creature immaginarie erano ritenute di origine ctonia, ovvero legate alle viscere della terra. Questo elemento sarà protagonista del post di oggi, perché voglio presentarvi uno degli esseri che da essa trae origine: il golem

Etimologia

 Probabilmente la parola deriva dall'ebraico-aramaico gelem, che significa "materia inerte", "embrione", "materia grezza". Si tratta di un termine che compare nella Bibbia, nella parte dell'Antico Testamento, al Salmo 139, 16:

I tuoi occhi videro la massa informe del mio corpo
e nel tuo libro erano tutti scritti
i giorni che mi eran destinati,
quando nessuno d'essi era sorto ancora.


 Siamo nello stadio intermedio della creazione dell'uomo, quando Dio ha già creato il corpo dell'essere umano, ma non gli ha ancora infuso l'anima. Si tratta dunque di un richiamo alla creazione di Adamo, il primo uomo, progenitore di tutta l'umanità. 
 La stessa parola è riportata nel Talmud, un altro importante libro della religione ebraica che contiene la legge orale, completamento della Torah, la legge scritta. Anche in quest'opera la parola gelem compare nel commento all'episodio della creazione,  per definire un uomo allo stato primordiale, una sorta di embrione ricavato dal fango prima di ricevere il soffio vitale da Dio.
 È particolarmente significativo che, al giorno d'oggi, la parola ebraica golem sia usata anche per identificare un robot. In yiddish, però, il vocabolo fa riferimento a uno sciocco.

La parola che dà vita

 La concezione del golem è profondamente radicata alla Cabala, una dottrina esoterica e mistica ebraica secondo cui ogni elemento del creato deriverebbe dalla scomposizione e composizione dei numeri e delle lettere dell'alfabeto ebraico, soprattutto da quelle che compongono il nome di Dio. Perciò la cultura ebraica ritiene che all'origine dell'universo vi sia la parola.

 La parola che dà vita è anche alla base della creazione di un golem; solo chi veniva a conoscenza dei misteri della Cabala e dei poteri legati al nome di Dio poteva generare questo gigante di fango. Costui si anima quando sulla sua fronte vengono tracciati i segni Aleph, Mem e Thau (אמת), gli stessi segni che nella Cabala compongono il nome di Adamo. 
 Un'altra tradizione sostiene invece che la lettura di questi tre segni dovrebbe essere "Emet", cioè "verità".  
 In qualsiasi modo si legga, questa parola non serviva solo a dare vita alla creatura, ma anche a togliergliela.  Quando si voleva neutralizzare un golem, infatti, bastava cancellare dalla sua fronte il primo dei tre segni, Aleph [ricordiamo che la scrittura ebraica procede da destra a sinistra, quindi Aleph rappresenta il primo segno a partire da destra NdA]. I segni rimanenti, Mem e Thau, formavano la parola Meth, "morte" (מת), che segnava la fine del gigante d'argilla, il quale si decomponeva all'istante.



Le leggende sul golem

 Da queste premesse, nel corso dei secoli sono nate varie leggende sul golem, in cui questo gigante di fango ricopriva ruoli sempre diversi: da fedele servitore domestico del padrone (colui che lo aveva creato), difensore della comunità ebraica, ma anche un mostro simile a Frankenstein, che sfugge al controllo del suo creatore. Tutte le varie leggende, però, presentano il golem come una creatura dotata di straordinaria forza e resistenza a cui un uomo colto ed esperto nei misteri dell'alfabeto ebraico dava vita. Nonostante la sua forza incredibile, il gigante d'argilla non aveva la facoltà di pensare, di parlare e di provare sentimenti, poiché privo di anima. Il golem diveniva così schiavo del suo creatore, che gli dava ordini scritti su dei foglietti di carta riposti poi nella bocca della creatura. In ogni caso, la creazione del golem era ritenuta una forma di magia, solitamente nera.

 Una delle fonti più antiche che parlano dell'esistenza di un golem è rappresentata da Ahimaaz ben Patiel, cronista del XII secolo, che ci parla della scoperta nei pressi di Benevento di un esemplare di questa creatura da parte del rabbino Ahron di Baghdad. Si trattava di un giovane che visse nel IX secolo e a cui era stata donata vita eterna grazie a una pergamena. Sempre Ahimaaz, ci informa che nel IX secolo, nella città di Oria, abitavano dei saggi ebrei in grado di creare golem. Questi, però, in seguito a un'ammonizione divina, smisero di praticare questa attività.

 Ma è intorno al XVI e XVII secolo che le leggende sul golem si moltiplicano.
Curioso è l'episodio che ha per protagonista il rabbino Salomon Ibn-Gabriol di Valencia, il quale nel 1508 creò una versione femminile del golem. A causa di questo, Salomon venne accusato di stregoneria dal sovrano spagnolo, che era un fervente cattolico, e quindi condannato alla pena capitale. Ma il rabbino si salvò mostrando come la creatura diventasse inoffensiva appena si fosse cancellata la parola scritta in fronte. Il golem divenne polvere e Salomon non venne giustiziato.
 Nella Polonia del XVII secolo, una lettera recante l'anno 1674 riferisce la vicenda del rabbino Elijah Ba'al Schelm di Chelm, che diede vita a un golem, il quale divenne talmente grande che il suo padrone perse il controllo su di lui. Tuttavia, il rabbino riuscì a convincere la propria creatura a togliergli le scarpe. Mentre il golem era chinato verso di lui, Elijah cancellò l'Aleph dalla fronte del gigante, che cadde all'istante travolgendo anche colui che l'aveva creato.

 La leggenda più famosa sul golem però è ambientata nel ghetto ebraico di Praga, che riprende la versione polacca del golem di Chelm. Erano gli anni del regno di Rodolfo II, a cavallo tra il XVI e XVII secolo e a Praga viveva il rabbino Jehuda Löw ben Bezalel, che fabbricava golem per sfruttarli come suoi servi. Un giorno, però, il rabbino perse il controllo di uno dei suoi giganti, che iniziò a distruggere tutto ciò che incontrava. Questo golem, però, divenne il difensore della comunità ebraica nella città di Praga, che durante il regno di Rodolfo II attraversò un momento di particolare prosperità. 



 Il golem ebraico è un antenato della creatura del dr. Frankenstein, che porrà i primi quesiti sui limiti della scienza. Per non parlare dei robot, figure che spopoleranno nella letteratura fantascientifica del '900.
 Se il golem è una figura che si ricorda anche oggi, magari nelle vesti di una macchina impazzita che vuole distruggere il genere umano, significa che il messaggio che veicola questa figura è più che mai attuale: l'uomo non può sostituirsi a Dio, nemmeno se il suo potere si chiama scienza.


Fonti:
- Wikipedia, voce "Golem";
- Scrittura Immanente, "Il golem";
- Il crepuscolo degli dèi, voce "Golem"; 
- CALABRESI, Stelio "La leggenda del golem".

domenica 26 maggio 2013

Fatti conoscere su Kreattiva

Grazie a Queen Flora ho scoperto questa bellissima iniziativa promossa da Kreattiva.
Si chiama Fatti Conoscere su Kreattiva e credo che sia molto utile per chi, come me, è ancora una neofita di Blogger e che non ha molte conoscenze.
Spargete la voce se siete interessati!


mercoledì 8 maggio 2013

Tiresia: le avventure di un indovino

 Futuro. 
 In questa parola si condensano tutte le nostre aspirazioni, speranze, paure. Tanti di noi vorrebbero sapere cosa ci riserva il nostro fato. Quest'ansia, prima di noi, tormantava anche i nostri antenati, che desideravano ardentemente conoscere quello che sarebbe avvenuto. Perciò, in ogni cultura erano presenti figure che avevano il dono della preveggenza, rispettate da tutti.
 In particolare, nella mitologia greca si trovano tanti indovini e veggenti, le cui profezie annunciavano il fato ineluttabile di chi li consultava. Ma uno di questi ha una storia davvero curiosa, che ho sentito di recente durante le letture di Roberto Benigni della Divina Commedia. Così oggi mi piacerebbe condividere con voi la storia di uno degli indovini più importanti dell'antica Grecia: Tiresia.   

 Come Tiresia divenne veggente

 Figlio di Evereo e della ninfa Cariclo, Tiresia visse a Tebe, una città infelicemente protagonista nella mitologia greca a causa delle sue numerose disgrazie. L'indovino tebano all'inizio era un uomo come tanti altri, finché un giorno, passeggiando sul monte Citerone (o il monte Cillene, come riferiscono altre versioni), incontrò due serpenti che si stavano accoppiando. Infastidito dalla scena, Tiresia colpì la femmina e in quel preciso momento si trasformò in una donna.
 Da quel momento, Tiresia visse nei panni femminili per sette anni, sperimentando ogni tipo di piacere. Finché un giorno si imbatté di nuovo in due serpenti nel bel mezzo di un atto amoroso. Forse memore di quanto era accaduto sette anni prima, Tiresia stavolta colpì il maschio e tornò a essere un uomo.     

 Questa curiosa esperienza arrivò anche agli orecchi degli dèi dell'Olimpo. Una volta, tra Zeus ed Era sorse una disputa su quale dei due sessi provasse più piacere durante l'amplesso: il padre degli dèi sosteneva che fossero le donne a trarre il maggior beneficio, mentre Era insinuava che fossero gli uomini. Siccome nessuno dei due voleva cedere, entrambi decisero di interrogare Tiresia in merito, dato che egli aveva sperimentato entrambe le condizioni. Egli rispose che, se il piacere si componesse di dieci parti, alla donna ne spettano tre volte tre, mentre all'uomo una sola.
 Alle parole di Tiresia Era, che non voleva che il segreto del genere femminile fosse svelato, si infuriò a tal punto che per punizione gli tolse la vista. Ma Zeus, che non aveva scordato che Tiresia l'aveva aiutato ad avere ragione della moglie, gli diede il dono della profezia e gli concesse di vivere per sette generazioni. 


Tiresia colpisce i serpenti

 Un'altra versione del mito afferma che fu Atena a togliere le vista a Tiresia. Questi era un giovane pastore quando sorprese Atena nuda mentre faceva il bagno insieme a sua madre, la ninfa Cariclo. La vergine Atena divenne una furia e, sfiorando gli occhi del giovane, gli tolse la vista. Tuttavia Cariclo intervenne in difesa del figlio e le sue suppliche ammorbidirono il cuore della dea, che conferì a Tiresia il dono della profezia e un bastone di corniolo per individuare gli ostacoli che avrebbero intralciato i passi del cieco.  

 La morte
 
 Sulla morte di Tiresia esistono diverse versioni mitologiche, che si ricollegano tutte alla spedizione degli Epigoni contro Tebe.  In passato, già sette grandi eroi avevano combattuto contro la città, come racconta Eschilo nei Sette contro Tebe, e dieci anni dopo i loro figli tornarono a Tebe per vendicarne la morte. 
 Si dice che durante l'attacco degli Epigoni Tiresia fuggì dalla città insieme alla figlia Manto, anch'ella profetessa. Ma durante la fuga, l'indovino bevve dalla fonte Telflussa dell'acqua gelata, che gli causò una congestione polmonare, portandolo alla morte.
 Un altro mito racconta che gli Epigoni riuscirono a fare prigionieri Tiresia e Manto, ma che, nutrendo un profondo rispetto per i due veggenti, scelsero di mandarli a Delfi per consacrarli al dio Apollo. Ma Tiresia, già ultracentenario, morì di stanchezza durante il viaggio, ancor prima di giungere nella città sacra ad Apollo. 

 La natura di Tiresia era talmente prodigiosa che l'indovino persuase Ade, il signore dell'oltretomba, a mantenere la facoltà della divinazione anche da morto. Ciò è evidente nel libro XI dell'Odissea di Omero, dove Ulisse incontra l'ombra di Tiresia nel suo viaggio nell'aldilà. L'indovino in questa occasione svela all'eroe il motivo delle sue infinite peregrinazioni: Poseidone gli era ostile, perché Ulisse aveva ucciso il figlio Polifemo. Tuttavia, Tiresia annuncia anche che l'eroe sarebbe riuscito a tornare alla sua amata Itaca.     


Tiresia e Ulisse

 Tiresia nella letteratura

 Le apparizioni di Tiresia nel mondo letterario sono davvero molte, poiché il tebano è ritenuto l'indovino per antonomasia.
 La storia della sua trasformazione è raccontata dal poeta latino Ovidio nel libro III delle Metamorfosi:

 Mentre in terra avvenivano per volere del fato queste cose
e l'infanzia di Bacco, tornato a nascere, scorreva tranquilla,
si racconta che, reso espansivo dal nèttare, per caso Giove
bandisse i suoi assilli, mettendosi piacevolmente a scherzare
con la sorridente Giunone. "Il piacere che provate voi donne",
le disse, "è certamente maggiore di quello che provano i maschi."
Lei contesta. Decisero di sentire allora il parere
di Tiresia, che per pratica conosceva l'uno e l'altro amore.
Con un colpo di bastone aveva infatti interrotto
in una selva verdeggiante il connubio di due grossi serpenti,
e divenuto per miracolo da uomo femmina, rimase
tale per sette autunni. All'ottavo rivedendoli nuovamente:
"Se il colpirvi ha tanto potere di cambiare", disse,
"nel suo contrario la natura di chi vi colpisce,
vi batterò ancora!". E percossi un'altra volta quei serpenti,
gli tornò il primitivo aspetto, la figura con cui era nato.
E costui, scelto come arbitro in quella divertente contesa,
conferma la tesi di Giove. Più del giusto e del dovuto al caso,
a quanto si dice, s'impermalì la figlia di Saturno e gli occhi
di chi le aveva dato torto condannò a eterna tenebra.
Ma il padre onnipotente (giacché nessun dio può annullare
ciò che un altro dio ha fatto), in cambio della vista perduta,
gli diede scienza del futuro, alleviando la pena con l'onore.
Così, diventato famosissimo nelle città dell'Aonia,
Tiresia dava responsi inconfutabili a chi lo consultava.
  
 La figura di Tiresia, però, ebbe fortuna anche dopo l'età classica. Nel Medioevo l'indovino tebano viene descritto da Virgilio nei versi di Dante Alighieri:

Mira c'ha fatto petto de le spalle:
perché volle veder troppo davante,
di retro guarda e fa retroso calle.


Vedi Tiresia, che mutò sembiante
quando di maschio femmina divenne
cangiandosi le membra tutte quante;


e prima, poi, ribatter li convenne
li duo serpenti avvolti, con la verga,
che riavesse le maschili penne.

 
 Siamo nel canto XX dell'Inferno, tra i maghi e gli indovini, colpevoli di adulterare le cose naturali con il loro intervento. Come contrappasso, i dannati sono condannati a vagare con la testa ruotata dietro la schiena, poiché in vita si erano spacciati come coloro che erano in grado di vedere oltre il presente.   
Maghi e indovini nell'Inferno dantesco

 Un'eco del celebre indovino tebano si ode anche nei versi del poema più importante del XX secolo, la Terra desolata di Thomas Stearns Eliot. Qui però Tiresia simboleggia la destituzione dell'indovino dalla propria sacra funzione; il veggente non riesce più a vedere il futuro, riesce solo ad annunciare la morte.


 Uomo, donna, cieco veggente, dannato con la testa rivolta dalla parte della schiena, indovino fallito. Il povero Tiresia ne ha passate di tutti i colori. Ecco perché, pur non essendo un vero e proprio protagonista nei miti greci, credo che meriti di essere conosciuto.



Fonti:
- Mitologia e...dintorni, voce "Tiresia";
- Wikipedia, voce "Tiresia";
- Il crepuscolo degli dèi, voce "Tiresia";
- OVIDIO, Le metamorfosi, in Mitologia e...dintorni
- ALIGHIERI, Dante, Divina Commedia.

sabato 27 aprile 2013

Il Quinto Sole



Il nuovo mondo, però, non aveva ancora un sole che lo illuminasse, perché il Quarto Sole era andato distrutto durante il diluvio. Gli dèi si radunarono a Teotihuacán e si chiedevano chi si sarebbe incaricato di diffondere di nuovo la luce nel mondo. Il primo a offrirsi fu il bello e baldanzoso Tecuciztecatl. Tutti gli altri si guardavano l’un l’altro, ma nessuno si faceva avanti. Alla fine, esortato dagli altri, si presentò un dio malato di sifilide e dall’aspetto non proprio gradevole, chiamato Nanahuatzin.
 Sia Tecuciztecatl che Nanahuatzin dovevano superare delle prove, per diventare il Quinto Sole. Cominciarono entrambi con la cerimonia di espiazione di quattro giorni e quattro notti, durante i quali i due digiunarono e fecero penitenza. Sulla sommità di due piramidi, erette appositamente per il rituale, Tecuciztecatl e Nanahuatzin accesero ciascuno un fuoco per offrire in sacrificio dei doni agli dèi. Tecuciztecatl, abbigliato con splendide vesti, offrì agli dèi quanto vi era di più prezioso: anziché i tradizionali rami di abete, presentò delle costose piume di quetzal; invece di balle d’erba, si procurò balle d’oro; sostituì le solite spine di agave cosparse di sangue con pietre preziose, come la giada e il corallo. Al contrario, Nanahuatzin era il ritratto dell’umiltà e della modestia. Vestito di cenci, presentò come sacrificio delle semplici canne raccolte in piccoli fasci, delle palle di erba, delle spine di agave intrise del suo stesso sangue e le croste delle proprie piaghe, che bruciava come incenso.
 Quando la cerimonia di espiazione ebbe termine, gli dèi condussero Tecuciztecatl e Nanahuatzin presso un grande falò. Tutti si disposero a cerchio e, avvicinatisi a Tecuciztecatl, gli intimarono: “Gettati tra le fiamme!”. “Obbedisco”, rispose impassibile e baldanzoso Tecuciztecatl. Ma quando prese la rincorsa e arrivò vicino alle fiamme, si intimorì per il calore insopportabile che queste emanavano e si ritrasse. Tentò quattro volte di saltare nel fuoco ardente, senza riuscirci.
 A questo punto, gli dèi rivolsero la stessa richiesta a Nanahuatzin. Questi raccolse tutto il coraggio che aveva, prese la rincorsa e…si gettò nelle fiamme. Il suo corpo piagato scoppiettò a contatto con il fuoco e scomparve. Con il suo gesto impavido, l’umile e deforme Nanahuatzin si guadagnò il diritto a diventare il Quinto Sole.

Nanahuatzin si getta nel fuoco

 Colpito nell’orgoglio, anche Tecuciztecatl alla fine prese la rincorsa e sparì tra le fiamme. Si dice che subito dopo saltarono nel fuoco prima un’aquila e poi un giaguaro. Da allora, le punte delle piume dell’aquila sono color nero bruciato e il mantello del giaguaro è coperto di macchie nere. Da questo episodio nacque l’usanza di chiamare i migliori guerrieri “aquila-giaguaro”, premettendo l’aquila perché si era gettata nel fuoco prima del giaguaro.
 Dopo che Tecuciztecatl e Nanahuatzin erano bruciati nel fuoco, gli dèi attendevano frementi la nuova alba. Il cielo rosseggiava e tutti si guardavano intorno, impazienti di vedere dove sarebbe sorto il nuovo Sole. E finalmente, a est, ecco spuntare Nanahuatzin, tanto splendente che nessuno riusciva a guardarlo in volto.
 Subito dopo, accanto all’astro del giorno, apparve anche Tecuciztecatl, nelle vesti della Luna. Siccome non voleva essere da meno di Nanahuatzin, anche Tecuciztecatl brillava intensamente, tanto che gli dèi temettero che la Luna potesse superare il Sole in splendore. Così, una divinità afferrò un coniglio e lo lanciò sulla faccia della Luna, rendendo la sua luce meno forte di quella del Sole. Se ci fate caso, infatti, la forma dei crateri e dei mari della Luna è simile a quella di un coniglio. 




 Non importa lo sfarzo, l'arroganza, la sicurezza di sé. Quello che conta veramente è l'umiltà. Perché "anche la persona più piccola può cambiare il corso del futuro" (J. R. R. Tolkien).



 Fonti:

- GANERI, Anita, Miti aztechi e maya – Una raccolta di arte, storia e leggende centroamericane, IdeeAli, Cornaredo (MI), 2008;
- MORALES, Vinicio E., Miti maya e aztechi, Xenia, Milano, 1993;
- Wikipedia, voce "Cinque soli".

domenica 21 aprile 2013

I primi quattro soli

 E anche oggi cade la pioggia. Da qualche giorno sembra che il sole non voglia più uscire da dietro queste nuvole grigie. 
 Ma che ci possiamo fare? In fondo la primavera è anche questo: non solo il tepore e il primo caldo portato dal sole, ma anche temporali e burrasche improvvise, vento che scompiglia i capelli e che porta via gli ombrelli.
 Una cosa, però, si può fare. Voglio raccontarvi una leggenda che parla del sole. Chissà, magari la storia sarà propiziatoria! ;)
 Questo mito è uno dei più celebri nel mondo azteco: è la leggenda dei Cinque Soli e si colloca tra i miti cosmogonici più importanti dell'America centrale. Ora facciamo uno sforzo e immaginiamo di tornare indietro, indietro, fino a quando non esisteva niente.

 Il mondo era immerso in un’oscura tenebra. Nulla esisteva, se non un’immensa volta celeste nera. Ometeotl, il grande creatore, viveva al tredicesimo livello del cielo, il più alto. Egli generò con Xochiquetzal quattro figli, i quattro Tezcatlipoca: Quetzalcoatl, il Tezcatlipoca Bianco dell’Est, dio del vento; Huitzilopochtli, il Tezcatlipoca Blu del Sud, dio della guerra; Xipe Totec, il Tezcatlipoca Rosso dell’Ovest, dio dell’oro, dell’agricoltura e della primavera; e infine il Tezcatlipoca Nero del Nord, conosciuto con il nome di Tezcatlipoca, dio della notte, della magia e della Terra.  

Ometeotl e i quattro Tezcatlipoca

 Solo dopo seicento anni i quattro Tezcatlipoca si incontrarono e decisero di dare inizio alla creazione. Furono Quetzalcoatl e Huitzilopochtli a disporre le cose secondo un ordine. Essi crearono il fuoco e la prima coppia di esseri umani: Oxomoco, il primo uomo, e Cipactonal, la prima donna. Quetzalcoatl e Huitzilopochtli ordinarono loro di coltivare la terra e in più la donna, Cipactonal, doveva filare e tessere. A lei gli dèi diedero anche dei chicchi di mais, che le avrebbero conferito il potere di guarire le malattie, predire il futuro e fare incantesimi. Da Cipactonal e Oxomoco doveva avere origine la razza umana, destinata non al piacere e alla gioia, ma al lavoro, per volere degli dèi. Poi i due Tezcatlipoca stabilirono il calendario sacro e collocarono il regno dei morti a Mictlan, dove trasferirono il Signore e la Signora dell’inframondo. Dal tredicesimo cielo, Quetzalcoatl e Huitzilopochtli continuarono la creazione; scendendo verso il basso fecero l’acqua e, al suo interno, posero un grande coccodrillo, chiamato Cipactli. Verso la fine della creazione fu necessario il potere anche degli altri due Tezcatlipoca, Xipe Totec e Tezcatlipoca, per generare Tlaloc, dio della pioggia, e Chalchiuhtlicue, sua moglie, dea dei laghi, degli oceani e dei fiumi. Infine, le quattro divinità crearono la terra dal coccodrillo Cipactli. Per questo la Terra viene rappresentata come una dea distesa su un caimano, perché da esso venne tratta.

 Quando tutte queste opere vennero concluse, il dio della notte, Tezcatlipoca, salì al cielo e si trasformò nel sole. Ebbe così inizio il primo dei quattro mondi, detto il Primo Sole. In quell’epoca non esistevano ancora gli esseri umani, ma dei giganti dalla forza erculea, che vivevano pacificamente cibandosi di ghiande, bacche e radici.
 Trascorsero in questo modo 676 anni. In questo periodo si acuì la rivalità tra Tezcatlipoca e Quetzalcoatl, che mirava a prendere il posto del fratello. Per questo, Quetzalcoatl un giorno afferrò un enorme bastone e colpì Tezcatlipoca con tutta la forza di cui era capace, spedendolo nelle profondità degli abissi. Lì, Tezcatlipoca si trasformò in giaguaro e, nell’oscurità in cui era ripiombato il mondo dopo la sua assenza, balzò fuori dalle acque, chiamando a raccolta tutti i giaguari. Questi andarono per mari e per monti finché non uccisero tutti i giganti. Dopo aver compiuto la sua terribile vendetta, Tezcatlipoca assurse al cielo, dove è ancora visibile nella costellazione dell’Orsa Maggiore. Ecco perché sembra che questa costellazione si tuffi in acqua.

Tezcatlipoca e Quetzalcoatl


 Dopo questi avvenimenti, Quetzalcoatl divenne il Secondo Sole, detto il Sole del vento. La terra si popolò di esseri più simili agli uomini nelle fattezze, che si nutrivano solo di pinoli. Ma dopo 364 anni Tezcatlipoca ritornò per mettere fine al Sole del vento. Il Tezcatlipoca Nero provocò una violenta tempesta con un vento così forte che spazzò via Quetzalcoatl e gli abitanti della terra. Quei pochi che sopravvissero all’uragano si trasformarono in scimmie. Il mondo era precipitato di nuovo nell’oscurità.

 Stavolta fu Tlaloc, il dio della pioggia, a prendere il posto del Sole, dando inizio alla terza era, il Sole della pioggia. Gli esseri umani del Terzo Sole mangiavano solo un cereale simile al frumento, che cresce in acqua. Alcuni dicono che fu in quest’epoca che gli uomini scoprirono l’agricoltura e iniziarono a coltivare il mais e altri cereali.
 Erano passati 312 anni del regno di Tlaloc, quando Quetzalcoatl, ancora rabbioso per quanto gli era successo, risvegliò un vulcano, che fece piovere sulla terra fuoco e fiamme. Così, in un solo giorno, Tlaloc, il Terzo Sole, venne abbattuto e gli esseri umani superstiti vennero trasformati in tacchini, cani e farfalle.

Tlaloc, il dio della pioggia

 Quando ebbe ultimato la distruzione, Quetzalcoatl insediò al posto del Sole la moglie di Tlaloc, Chalchiuhtlicue, dea dei laghi, degli oceani e dei fiumi. Nell’era del Quarto Sole, gli esseri umani si alimentavano di un seme dall’aspetto simile a quello del mais. Dopo 676 anni fu la stessa Chalchiuhtlicue a porre fine al proprio regno. Chalchiuhtlicue, nell’ultimo anno del Quarto Sole, fece piovere dal cielo una tale quantità d’acqua, che tutta la terra venne sommersa e tutti gli uomini morirono annegati. Da questi ebbero origine tutti i pesci che abitano le acque. Il cielo si era fatto così pesante che cadde sulla terra, distruggendola.

Chalchiuhtlicue, moglie di Tlaloc e dea delle acque
 
 Dopo queste vicende, Tezcatlipoca e Quetzalcoatl dovettero mettere da parte le reciproche rivalità per ricostruire il mondo. Per prima cosa, crearono quattro uomini, perché li aiutassero a risollevare il cielo. Quindi sconfissero il mostro marino Tlaltecuhtli, che si era insediato nelle profondità dell’oceano dopo il grande diluvio. Tezcatlipoca e Quetzalcoatl uccisero Tlaltecuhtli e spezzarono il suo corpo il due parti: la coda venne lanciata in aria, per formare il cielo e le stelle; la testa, invece, venne utilizzata per formare la terra. I capelli di Tlaltecuhtli divennero alberi, fiori e arbusti, la sua pelle diede origine all’erba; gli occhi formarono grotte e sorgenti, la bocca originò fiumi e caverne; il naso, infine, diede origine a profonde valli e alte montagne.
 Tutto era compiuto, ma mancavano ancora gli astri. Era venuto il momento di decidere chi dovesse essere il Quinto Sole.

- Continua -


  Fonti:
- GANERI, Anita, Miti aztechi e maya – Una raccolta di arte, storia e leggende centroamericane, IdeeAli, Cornaredo (MI), 2008;
- MORALES, Vinicio E., Miti maya e aztechi, Xenia, Milano, 1993;
- Wikipedia, voce "Cinque soli".

martedì 16 aprile 2013

La rusalka - La sirena dell'Est

Nuotava russalca pel fiume azzurrino,
Da luna nel pieno schiarata;
Cercava spruzzare su fino alla luna
La schiuma d'argento dell'onda.

Sonoro torcendosi il fiume cullava
Le nubi riflesse nell'onda;
Ed ella cantava, ed il suono del canto
Giungeva alle ripide sponde.

Ed ella cantava: "Da me giù nel fondo
Ribrilla il bagliore del giorno;
Le frotte dorate dei pesci là vanno,
Là sono città di cristallo.

"E là, su guanciale di sabbie brillanti,
All'ombra dei giunchi là dorme
Guerriero già preda dell'onda gelosa,
Guerriero di terra lontana.

"Lisciare gli anelli dei ricci di seta
Amiamo nell'ombra notturna,
E in fronte e sui labbri, di mezzodì all'ora,
Baciammo il bel giovane spesso.

"Ma ai baci più ardenti, non so perché mai,
Rimane egli gelido e muto;
Dorme egli, e col capo poggiato al mio petto
Non spira, né in sogno bisbiglia!...".

Così la russalca sul fiume turchino 
Cantava in oscura mestizia;
E il fiume, sonoro scorrendo, cullava 
Le nubi riflesse nell'onda.

["La russalca", Michail Lermontov]


 Non vi ricordano nulla questi bellissimi versi?
Si parla di un fiume, di una creatura che nuota nelle acque dove dimora e che corteggia il corpo di un guerriero sul fondo del greto. 
 Non vi pare che si parli di un'ondina? (cfr. "Il canto di Lorelei" in questo blog)
Ebbene, si tratta sicuramente di una figura simile all'ondina germanica, solo che fa parte del folclore russo. I versi di Michail Lermontov, un poeta russo romantico che amo moltissimo, ci dicono che si chiama rusalka (russalca, nella grafia dell'edizione tradotta da Tommaso Landolfi). Vediamo dunque che caratteristiche assume l'ondina nella tradizione mitologica russa.

Una rusalka alle pendici di una cascata

Etimologia

 L'etimologia popolare fa derivare il termine rusalka da ruslo, parola che ri riferisce a un piccolo corso d'acqua, un ruscello.
 Questa figura è presente in tutta l'area slava, ma assume nomi e aspetti diversi a seconda della zona. In Russia, oltre a rusalki, ci si riferisce a loro come bereginy (dal termine bereg, cioè "sponda", "riva" di un fiume), mentre nella penisola balcanica diventano samovily per i Bulgari e vily per i Croati. 

Gli spiriti dell'acqua

 Le rusalki sono generalmente delle creature acquatiche, che popolano laghi e fiumi. Sono pertanto simili alle ninfe del mondo greco, ma queste creature del folclore slavo hanno in sé una componente molto più malinconica, simile a quella delle banshee irlandesi (cfr. "L'urlo della banshee" in questo blog). Infatti, se diamo credito a Zelenin, la rusalki erano le anime di donne che avevano subito una morte violenta o prematura, come nel caso delle donne suicide a causa di un amore infelice. Anche le donne rimaste incinte prima del matrimonio erano condannate a passare la loro vita dopo la morte sulla terra, nella forma di questi spiriti inquieti.
 Un'altra versione, che poco si discosta da quella appena esposta, vuole che le rusalki siano donne morte nei pressi di un fiume o di un lago, annegate e uccise dagli amanti o addirittura dalle loro madri. Queste, dopo la morte, infestano le acque presso cui sono state uccise, ma la loro natura non è necessariamente malevola. Questi spiriti possono però trovare pace se la loro morte viene vendicata. Solo allora potranno lasciare la terra e dissolversi.
 Altre tradizioni invece affermano che le rusalki sono le anime dei bambini morti prima di ricevere il battesimo, di solito nati fuori dal matrimonio o abbandonati dalle madri. Questi spiriti vagano nei boschi in cerca di qualcuno che li battezzi per trovare finalmente pace. Nonostante siano anime infantili, gli spiriti non sono affatto innocenti e non è raro che attacchino gli esseri umani.
 Infine, possono diventare rusalki anche donne ordinarie, che hanno la sfortuna di imbattersi nel corteo notturno di queste creature. Queste donne vengono catturate dalla folla delle rusalki e non possono più fare ritorno. La mattina dopo, la famiglia della donna "rapita" trovava una ghirlanda di fiori vicino casa.   

L'aspetto

 Come la loro origine, anche l'aspetto delle rusalki varia considerevolmente a seconda della tradizione culturale.
 Generalmente sono raffigurate come giovani fanciulle molto attraenti con capelli lunghi, (solitamente verdi, ma anche di altri colori) che devono sempre essere umidi. Infatti, se i capelli di una rusalka si asciugano, questa muore. Ma basta che una rusalka si pettini i capelli per far sgorgare acqua dalla chioma. Per questo motivo, una delle attività ricorrenti delle rusalki, oltre a cantare e a ballare nei boschi, è proprio quella di pettinarsi i capelli in riva al fiume.
 Questi spiriti femminili a volte sono descritti come esseri metà donne e metà pesci, altre come Amazzoni o come creature notturne dall'aspetto cupo e cadaverico. Nella regione di Saratoff, per esempio, le rusalki sono dei veri e propri demoni dalle sembianze sgradevoli, gobbi e pelosi, che afferravano i passanti con un lungo artiglio di ferro con lo scopo di porre ai malcapitati delle domande. Se questi non sapevano rispondere, venivano torturati dalle rusalki, che facevano loro il solletico fino a farli sbavare, per poi trascinarli nelle acque profonde. 
 In altre zone, come la Bielorussia o tra gli Slavi occidentali, le rusalki perdevano il carattere acquatico e rappresentavano solo degli spiriti dei campi e dei cereali. Questa accezione delle rusalki recupera la loro connessione con la fecondità sia delle donne, sia della terra e dei raccolti.

Terribili demoni o creature fatate?

 Come le ondine e le ninfe, anche le rusalki possono essere creature pericolose. Non per niente, sono famose per essere assassine di uomini. Grandi seduttrici, attirano gli uomini presso le acque che abitano con il loro canto melodioso per poi affogarli. Oppure, potevano uccidere un uomo solamente con la loro risata o costringendolo a ballare fino allo sfinimento.
 Tuttavia, alcune rusalki si innamoravano veramente di uomini mortali. Possono arrivare a lasciare la propria abitazione acquatica per seguire l'uomo che amano, a una condizione: che questi rimanga loro fedele. Se l'uomo amato tradiva una rusalka, questa tornava immediatamente da dov'era venuta, e il suo abbraccio avrebbe provocato la morte di ogni essere umano.  

 Un periodo in cui bisognava essere molto cauti nell'avvicinarsi ai corsi d'acqua era la Settimana delle rusalki, che cadeva in occasione della festività pasquale di Pacha Rosarum o Rosalia. Tale festività, in origine, faceva riferimento a una festa delle rose, come indica il termine latino, passata poi a designare la settimana di Pentecoste. In questo periodo, che si situava tra maggio e giugno, le rusalki abbandonavano le acque per sedersi sui rami dei platani, i loro alberi sacri, e per ballare. 
 A questo proposito, è interessante notare come lo studioso Max Vasmer affermi che il termine rusalka deriva proprio dai balli in cui si esibivano le giovani donne durante la settimana di Pentecoste. Questo, infatti, era un periodo di festa per tutti; tutti dovevano astenersi dal lavoro, altrimenti le rusalki avrebbero punito severamente chi avesse trasgredito questa regola, soprattutto le donne. Inoltre, era sconsigliabile nuotare nei fiumi durante la settimana delle rusalki, poiché era più facile cadere preda di questi spiriti.
 La consuetudine di festeggiare le rusalki era talmente radicata che si è mantenuta fino ai giorni nostri, soprattutto nella cultura polacca e ucraina. In queste nazioni, all'inizio della primavera, si gettano nell'acqua di laghi e fiumi delle corone di fiori, accompagnando il gesto con canti melodiosi.
 
Una rusalka raffigurata con la coda di pesce


 È interessante vedere come in più culture siano presenti creature femminili, spesso acquatiche, con una natura ambigua. Forse anche gli uomini antichi erano consapevoli del grande potere che le donne esercitavano su di loro, così desideravano mettere in guardia i più giovani sui rischi che correvano se si fossero lasciati sedurre da una bella donna.
 Per la serie, il mondo sarà anche degli uomini, ma sono le donne a controllarlo.



Fonti:
- Wikipedia (italiano), voce "Rusalki";
- Wikipedia (spagnolo), voce "Rusalka";
- Il crepuscolo degli dèi, voce "Rusalka";
- LERMONTOV, Michail, Liriche e poemi, trad. di Tommaso Landolfi, Adelphi Edizioni, Milano, 2006.

lunedì 1 aprile 2013

Tyr - La guerra e la giustizia

 Lasciamo ora il paradiso selvaggio centroamericano dei Quiché e dirigiamoci ancora verso il Vecchio Continente. Niente foreste tropicali, niente pappagalli ara, né tiratori di cerbottane.
 Siamo al Nord, dove il clima è gelido e bisogna avere la scorza dura per affrontare tutte le difficoltà di queste terre. E sicuramente gli antichi popoli che abitavano quei territori erano stati forgiati da un clima rigido e inospitale.
 Esploriamo oggi la mitologia norrena, piena di battaglie, di guerre e di avvenimenti piuttosto lugubri. Del resto, il sole si faceva sentire meno qui, rispetto ad altre zone. 
 Voglio parlare di una divinità nordica, che non è tra le più conosciute ma che riveste una certa importanza: Tyr.    

Tyr


Etimologia

 La forma tedesca originaria recitava Tiuz e corrispondeva all'alto tedesco Ziu o Zio. Il nome con cui Tyr veniva identificato dalle popolazioni germaniche era Tīwaz, una delle tre maggiori divinità menzionate da Tacito. Tyr rappresentava una delle divinità più antiche e, grazie a studi etimologici approfonditi, possiamo ipotizzare che sia l'originario dio celeste indoeuropeo.
 Il nome Tyr significa proprio "dio" e  la profonda devozione che i popoli del Nord riservavano a questa divinità si può vedere ancora oggi, se consideriamo i giorni della settimana in lingua inglese. I Romani chiamavano il giorno dedicato a Tyr Martis dies, ovvero martedì, "giorno di Marte", l'equivalente romano del dio nordico. Per gli anglosassoni, il "giorno di Marte" diventava Tiwesdaez, che si trasformerà poi nell'attuale Tuesday, "martedì" in lingua inglese.  

Tyr, il giudice

 In origine, Tyr era forse la divinità più importante tra gli Asi (cfr. "Asi e Vani" in questo blog). La sua figura, infatti, richiamava il greco Zeus e il romano Giove, entrambe divinità uraniche, con i quali Tyr condivideva il possesso del tuono e della folgore.
 Ma il tratto distintivo di Tyr era quello di essere il protettore della guerra e della vittoria. Prima di ogni battaglia, i guerrieri, frementi per la tensione, rivolgevano a lui le loro preghiere e stringevano nervosamente le lance e le spade su cui era inciso il nome di Tyr. Ogni arma era dedicata a questo dio, richiamato dal potere magico delle rune, che imprimevano il suo nome e la sua forza nelle lame che in pochi istanti sarebbero divenute rosse di sangue. Per propiziarsi la vittoria, i guerrieri si chinavano sulle armi incise e pronunciavano tre volte il nome di Tyr, a cui stavano chiedendo protezione.

 Vi è una distinzione fondamentale da fare tra Tyr e quello che i Romani avevano individuato come suo corrispondente, Marte. Tyr, a differenza di quest'ultimo, non amava la guerra fine a se stessa. Non godeva, cioè, della violenza esasperata e del sangue versato, ma concepiva la guerra solo come il mezzo estremo per risolvere una contesa tra due parti in conflitto. Ecco perché Tyr era anche il dio del diritto, che spesso fungeva da giudice.   

 Ciò riflette una visione peculiare della guerra, diffusa tra le popolazioni nordiche: non solo un puro scontro, ma un modo di risolvere le controversie giudiziarie. 
 Una volta detto questo, è facile comprendere il motivo per cui gli scontri armati nel Nord Europa erano regolati da norme che per un certo verso vigevano anche nei tribunali. I contendenti sceglievano il luogo e la data della battaglia e, quando questa era terminata, si impegnavano solennemente a rispettarne il verdetto: chi ne usciva vincitore era dalla parte della ragione, mentre gli sconfitti, evidentemente, avevano torto. Questa era la giustizia del Nord.

 Questo tratto è presente anche nell'appellativo che i Romani diedero a questa divinità: Mars Thingus, il "Marte del Thing", dove il thing era una riunione in cui si tenevano accesi dibattiti riguardo a questioni giuridiche. In questa assemblea si brandivano delle lunghe lance, simboleggianti la volontà popolare, che in caso di assenso venivano alzate e abbassate nel caso contrario.
 Tuttavia spesso tali dispute raggiungevano un livello tale di asperità, che venivano trasferite dal thing al campo di battaglia. Aveva luogo così lo Schwertding, il "thing delle spade", dove Tyr scriveva la propria sentenza con il sangue degli sconfitti.  

Tyr il monco

 Per essere una divinità, bisogna dire che Tyr ha una caratteristica davvero inusuale: è privo della mano destra. Questa mutilazione è frutto di un sacrificio che Tyr fece per il bene degli Asi e che è raccontato in un mito che ha per protagonista il malvagio lupo Fenrir.

 All'alba dei tempi Loki, il dio ingannatore, generò con l'oscura gigantessa Angrbodha il lupo Fenrir, dotato di fauci micidiali. Una volta cresciuto, il lupo si aggirava per il regno di Asgard, terrorizzando gli abitanti. Solo Tyr si avvicinava a lui per dargli da mangiare. Si diffuse poi una terribile profezia, secondo la quale Fenrir avrebbe sbranato Odino e ucciso altre divinità durante il crepuscolo degli dèi.
 La situazione era terribile e gli dèi Asi si riunirono in un'assemblea per trovare una soluzione. Bisognava incatenare Fenrir e spedirlo il più lontano possibile da Asgard. Perciò, Odino in persona fece fabbricare una catena dalle maglie spesse e resistenti, chiamata Loedhingr.
 Ma non era facile incatenare Fenrir. Dunque, anziché usare la forza, che sarebbe risultata insufficiente contro Fenrir, gli dèi ricorsero all'astuzia. Gli Asi portarono la catena da Fenrir e lo sfidarono a una prova di forza. L'enorme lupo accettò e si fece legare. Gli dèi stavano quasi per esultare, quando Fenrir si liberò da Loedhingr solo con un piccolo strattone. 
 Dopo quell'episodio, il lupo riprese indisturbato a seminare il terrore ad Asgard. Fu una pesante sconfitta per gli dèi, ma gli Asi non si diedero per vinti e fecero forgiare una catena ancora più potente della prima, che chiamarono Dromi. Stavolta erano sicuri che nemmeno la forza brutale di Fenrir sarebbe stata sufficiente a spezzare una catena di tale fattura, che avrebbe finalmente inibito quell'orrenda bestia.  
 Così, gli Asi si recarono nuovamente dal lupo, riproponendogli la stessa sfida. Fenrir, che non era stupido, si accorse di quanto Dromi fosse pesante e titubò alla proposta degli Asi. Ma quando questi iniziarono a prendersi gioco di lui e della sua codardia, si convinse e indossò la grossa catena. Dromi era davvero pesante e resistente, e Fenrir ansimava nella sua prigione metallica. Gli dèi già festeggiavano per aver imprigionato la belva ma Fenrir, punto nell'orgoglio, chiamò a raccolta tutte le sue forze e provò ancora a liberarsi. La rabbia e la violenza del lupo furono talmente potenti da spezzare anche Dromi.
 Anche questa volta, gli dèi erano stati sconfitti. Nessuna catena poteva imprigionare Fenrir. Ma Odino aveva ancora un asso nella manica; se la forza non poteva sconfiggere Fenrir, la magia sarebbe stata la sua dannazione. Odino inviò un suo messo presso gli Elfi oscuri (i nani N.d.A.), che abitavano le viscere della terra, e fece creare Gleipnir, un laccio sottile e fragile, composto da sei elementi: il rumore del passo di un gatto, i peli della barba di una donna, le radici di una montagna, i tendini di un orso, il respiro di un pesce e lo sputo di un uccello. In questi elementi dimorava la magia che avrebbe stregato Fenrir.
 Ancora una volta, gli dèi si recarono da Fenrir per sfidarlo. Il lupo, però, che aveva ereditato la scaltrezza del padre Loki, quando vide il fragile laccio sospettò il tranello e ideò uno stratagemma per uscire da quella situazione. Egli avrebbe accettato la sfida solo se uno degli dèi avesse messo una mano tra le sue fauci mentre veniva legato.
 Era il colpo di grazia. Fenrir aveva capito che si trattava di una trappola e gli dèi erano disperati. Ma in quel momento, Tyr si fece avanti e con coraggio infilò la mano destra nelle fauci del lupo. Ora Fenrir non poteva più sottrarsi alla prova. Gli dèi legarono Fenrir e il laccio si strinse attorno al corpo della bestia. Fenrir si dimenava, ma non riusciva a liberarsi. Al colmo dell'ira, tranciò di netto la mano di Tyr che teneva tra le mascelle, senza che il dio emettesse alcun gemito.
 Tutti, a parte Tyr, urlarono di gioia nel vedere il nemico finelmente imprigionato. Fenrir venne legato a una roccia, la quale venne conficcata nelle viscere della terra grazie a un gigantesco martello. Come ultima punizione, gli Asi infilarono una spada nelle fauci di Fenrir. Costui, dimenandosi, emetteva in continuazione sangue e bava, che alimentavano il fiume sotterraneo Von.   
 Fenrir soffrirà fino a quando arriverà il giorno del crepuscolo degli dèi. Allora, lo spaventoso lupo riuscirà a leberarsi dai suoi sigilli e divorerà Odino nella battaglia finale. Quel giorno, anche Tyr cadrà per mezzo di Gamr, il cane custode degli inferi.

Tyr mette la sua mano nelle fauci di Fenrir


 Non conoscevo questa divinità prima di scrivere questo post, ma ho ammirato profondamente il suo coraggio. Sicuramente è una divinità della guerra molto particolare, perché incorpora anche la giustizia, che non sempre accompagna gli scontri bellici.
 Inoltre, lui per primo si sacrifica per il bene della comunità. A mio parere, è una figura da ammirare e a cui dobbiamo ispirarci in questi tempi dominati da lupi più pericolosi e subdoli di Fenrir.


Fonti:
- Mitologia e leggende nordiche, "Tyr, il signore delle battaglie";
- Wikipedia, voce "Týr";
- "Enciclopedia Italiana" Treccani, voce "Tyr"; 
- Enciclopedia Treccani, voce "Tyr".